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Il prevedibile tradimento degli USA dell'”accordo nucleare iraniano”

Brian Berletic, New Eastern Outlook 09.04.2021

Nonostante le promesse elettorali fatte dall’ormai presidente degli Stati Uniti Joe Biden di tornare al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) meglio noto come Iran Nuclear Deal, il ritorno di Washington all’accordo è prevedibilmente bloccato. Nel febbraio 2021, AP riferì nel suo articolo, “Biden ripudia Trump sull’Iran, pronto ai colloqui sull’accordo nucleare”, che: “L’amministrazione Biden si dice pronta a unirsi ai colloqui coll’Iran e le potenze mondiali per discutere il ritorno all’accordo nucleare del 2015, netto ripudio della “campagna di massima pressione” dell’ex- presidente Donald Trump che cercava di isolare la Repubblica islamica”. Gli Stati Uniti si erano ritirati unilateralmente dall’accordo nel 2015-2016 mediato dall’amministrazione Obama-Biden nel 2018, col presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’accordo fu considerato “difettoso” e condizioni molto più rigorose furono richieste dagli Stati Uniti con schiaccianti sanzioni economiche con la politica di “massima pressione” imposta fino alla capitolazione dell’Iran. Nonostante i tentativi di Biden di distinguere la sua amministrazione da quella di Trump, la sua promessa di tornare all’accordo era condizionata, richiedendo all’Iran di riconsiderare le condizioni dell’accordo prima che gli Stati Uniti revocassero le sanzioni, e solo dopo che condizioni aggiuntive fossero state discusse, e fino ad allora, sanzioni e altri meccanismi di pressione politica saranno applicate su Teheran. In altre parole, la politica di Biden è esattamente la stessa perseguita dall’amministrazione Trump.

Desiderio di ribaltare la “politica di Trump” e ammettere che era sbagliata
L’apparente desiderio di Biden di tornare al tavolo coll’Iran è di per sé un’ammissione che la decisione dell’amministrazione Trump di lasciare l’accordo fu un errore. Gli Stati Uniti, come leader autoproclamati della comunità internazionale, dovranno dimostrare una buona leadership non solo ammettendo i propri errori, ma assumendosene la responsabilità, tornando all’accordo nucleare iraniano incondizionatamente e affrontando ulteriori preoccupazioni solo dopo che i termini originali dell’accordo saranno tornati in vigore, coll’Iran in piena conformità e le sanzioni statunitensi revocate come promesso dall’accordo originale. L’Iran ha tutte le motivazioni per conformarsi pienamente all’accordo originale in caso di revoca delle sanzioni, come rispettò in buona fede prima del ritiro degli Stati Uniti nel 2018. E sebbene l’Iran abbia revocato molti impegni, non aveva ancora intrapreso alcun passo che non fosse reversibile. È un segnale di Teheran che desidera ancora impegnarsi, ma non senza far leva. Furono gli Stati Uniti, non l’Iran, a ritirarsi unilateralmente dall’accordo, infrangendone le condizioni e mettendo in pericolo l’accordo. L’Iran sarebbe negligente se tornasse al tavolo dei negoziati nel pieno rispetto dell’accordo, senza alcuna contropartita, seduto di fronte agli Stati Uniti che finora agivano in malafede in ogni momento cruciali dei negoziati precedenti.

Un patto destinato a essere infranto…
La disparità tra le parole di Washington e le sue azioni non dovrebbero tuttavia sorprendere. soprattutto considerando che la politica estera degli Stati Uniti non è il prodotto della Casa Bianca o del Campidoglio, ma da gruppi di riflessione politici finanziati da aziende che presiedono interessi speciali che trascendono le elezioni statunitensi. Va ripetuto che un documento del 2009 prodotto dalla Brookings Institution, finanziato da società finanziarie, aveva il titolo, “Quale strada per la Persia? Opzioni per una nuova strategia nordamericana verso l’Iran”, piani dettagliati per attirare l’Iran con un accordo relativo alla tecnologia nucleare, accusandolo di rifiutarlo, quindi fungendo da pretesto per ulteriori aggressioni statunitensi fino all’invasione militare. Il documento afferma esplicitamente che: “…Qualsiasi operazione militare contro l’Iran sarà probabilmente molto impopolare nel mondo e richiederà il giusto contesto internazionale, sia per garantire il supporto logistico che l’operazione richiede per ridurre al minimo il contraccolpo”. Il documento poi espose come gli Stati Uniti potranno apparire al mondo come pacificatori e descrivere il tradimento dell’Iran “ottimo affare” come pretesto per una risposta militare statunitense altrimenti riluttante: “Il modo migliore per ridurre al minimo l’oppressione internazionale e massimizzare il sostegno (tuttavia, di malavoglia o nascosto) è colpire solo quando vi è la diffusa convinzione che agli iraniani sia stata data una superba offerta, ma poi respinta, così buona che solo un regime deciso ad acquisire armi nucleari per le ragioni sbagliate lo rifiuterebbero. In tali circostanze, gli Stati Uniti (o Israele) potranno descrivere le loro operazioni come prese con dolore, non rabbia, e almeno alcuni nella comunità internazionale concluderebbero che gli iraniani “se la sono cercata” rifiutando un ottimo affare. Nel 2009, quando tali parole furono pubblicate, sarebbe stato difficile immaginare quanto letteralmente e apertamente gli Stati Uniti tentassero di eseguire tale stratagemma contro Teheran. Eppure col senno di poi è chiaro che l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Barack Obama (con Biden vicepresidente) offrì in malafede tale accordo all’Iran con piena consapevolezza che sarebbe stato tradito, sotto Trump, con tentativi di sabotare l’accordo ulteriormente e chiaramente avviati dall’amministrazione Biden.
Mentre l’amministrazione Biden afferma ripetutamente di voler tornare all’accordo, crea le condizioni che sa che l’Iran non accetterà mai, mentre esegue contemporaneamente una serie di attacchi provocatori in Medio Oriente contro le milizie sostenute dall’Iran che combattono l’estremismo all’interno e presso gli stretti alleati regionali dell’Iran. Il documento della Brookings del 2009 anche notò il ruolo di Israele come provocatore, nominare Israele per effettuare attacchi su obiettivi iraniani nella speranza di provocare una rappresaglia che gli Stati Uniti possano usare come pretesto per la guerra. Si vedono Stati Uniti e Israele impegnati in tentativi di escalation verso uno scenario del genere. Mentre gli occupanti della Casa Bianca sono cambiati tre volte, una singola e belluina politica statunitense nei confronti dell’Iran, come stabilito dal documento del 2009 della Brookings Institution, rimase invariata e fedelmente perseguita per oltre un decennio. Il mondo ora vacilla su una pericoloso svolta in cui gli Stati Uniti si trovano senza scuse nel ritardare il ritorno all’accordo e la finestra che si chiude per poter accusare “credibilmente” l’Iran per il fallimento dell’accordo. Lo slancio politico delle accuse di Washington svanirà rapidamente e richiederà opportune provocazioni per attuare tale politica, o rischieranno di perdere un opportuno pretesto per la guerra e la necessaria “simpatia” internazionale per eseguirla.
L’Iran dovrà continuare a evitare tali provocazioni, dimostrando impegno per la pace e la stabilità nella regione e distinguersi da tattiche, strategie e programmi di Stati Uniti ed alleati regionali. Deve fare tutto questo sostenendo anche l’economia sotto l’estrema pressione delle sanzioni statunitensi e l’assoluta necessità di veder affrontare la sicurezza nazionale dell’Iran ovvie minacce interne e ai confini. Un altro punto importante da notare quando si descrive il tavolo dei negoziati e il contesto in cui si trova, è il fatto che le forze statunitensi occupano illegalmente nazioni ai confini dell’Iran, nonché uno dei più stretti alleati regionali dell’Iran, la Siria. Gli Stati Uniti che si aspettano che l’Iran torni obbediente al tavolo in piena conformità all’accordo nucleare originale, di fronte alla nazione responsabile del suo collasso, una nazione il cui esercito, a migliaia di miglia dalle proprie coste, occupa nazioni ai confini dell’Iran, non sono ragionevoli. Il fatto che i media occidentali, riflesso dell’agenda di Washington, tentino di ritrarre questo in altro modo, conferma quanto sia ampia e profonda la malfede con cui gli Stati Uniti si avvicinano ai negoziati. Infine, l’Europa, coinvolta anche nell’Accordo nucleare, deve decidere tra pace, stabilità e vantaggi economici di lavorare coll’Iran nel futuro o continuare la capitolazione al partner transatlantico, un Medio Oriente destabilizzato e la prospettiva di un guerra catastrofica tra Stati Uniti ed alleati contro l’Iran.
Russia e Cina giocheranno un ruolo chiave nel favorire lo schieramento dell’Europa sul primo contro il secondo, e questo processo è in corso. Ma se basterà a tenere gli Stati Uniti fuori dal sentiero di guerra una volta per tutte e iniziarne il ritiro irreversibile da guerra ed occupazione finora perpetue in Nord Africa, Medio Oriente e Asia centrale, solo il tempo lo dirà.

Brian Berletic è ricercatore e autore di geopolitica di Bangkok, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio