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Il Golfo Persico e l’agenda di Erdogan

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 07.04.2021

A giudicare dalla reazione dei media arabi, il clamore per il ripristino di cordiali relazioni tra Turchia e Paesi del Golfo Persico si sta gradualmente attenuando. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan espresse “rammarico” per il fatto che aerei da trasporto e sei caccia F-15 sauditi venissero inviati a Creta per partecipare a un’esercitazione congiunta coll’aviazione militare greca. Questo avviene pochi giorni dopo che il portavoce presidenziale Ibrahim Kalin disse a Bloomberg che “si può aprire un nuovo capitolo, si può voltare una nuova pagina nelle nostre relazioni coll’Egitto e coi Paesi del Golfo per aiutare pace e stabilità nella regione”. Anche il quotidiano al-Bayan di Dubai commentò duramente la dura dichiarazione di Erdogan, scrivendo che la ben nota arroganza del presidente turco ritorna quando cerca di dire a un grande Paese cosa deve o non deve fare. Da quando il vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) in Arabia Saudita a gennaio pose fine al boicottaggio del Qatar dai vicini, i media turchi, qatarioti e dei fratelli musulmani promossero attivamente l’idea di migliorare le relazioni turco-arabe. Alcuni suggerirono che il Qatar e altri faranno da mediatore per rimettere in carreggiata le relazioni turco-saudite, almeno. Ma una fonte saudita anonima disse ad Arab News che non c’è alcuna mediazione del Qatar con la Turchia e che le relazioni tra Ankara e Riyadh sono dirette. Non si tratta di contatti diplomatici, come sostengono i loro media, ma solo d’intelligence. La fonte notò che le autorità saudite non intrapresero alcuna azione per fermare il blocco popolare delle merci turche, che portava a una riduzione delle esportazioni turche nel regno di oltre il 90%. Le importazioni dell’Arabia Saudita dalla Turchia a dicembre furono di 50,6 milioni di riyal sauditi (13,5 milioni di dollari), una diminuzione del 95% rispetto ai 1,02 miliardi di dollari dell’anno prima, secondo il Saudi General Statistics Office. Nel frattempo, il commercio tra Arabia Saudita ed Egitto, ad esempio, è in aumento, essendo raddoppiato da gennaio 2020.
Va notato che Cairo sostiene apertamente e attivamente la posizione degli Stati del Golfo nel confronto con Ankara, con cui le relazioni dell’Egitto si sono recentemente deteriorate drasticamente. La maggior parte degli egiziani, scrive il quotidiano al-Ahram, è ben consapevole delle cattive intenzioni di Erdogan nei confronti del proprio Paese e non si preoccupa della riconciliazione con la Turchia finché rimane al potere, perché sarebbe una ricompensa immeritata per un regime che ha contribuito all’instabilità nel loro Paese. Molti credono che il regime turco debba pagare per le migliaia di vite egiziane perse nella brutale guerra al terrorismo in corso dal 2013 e anche prima, e in cui il regime turco gioca un ruolo importante nell’alimentare, sostenere e nutrire gli stessi terroristi che organizzarono gli attentati. Il sangue di migliaia di egiziani, libici, siriani e iracheni, oltre che curdi, sono nelle mani del regime di Erdogan, prosegue il quotidiano. Questo a parte le migliaia di oppositori turchi uccisi o feriti dal suo governo oscurantista. Di conseguenza, l’opinione pubblica egiziana non è interessata a migliorare le relazioni con la Turchia finché l’attuale regime rimane al potere. I piani di Erdo?an non tengono nemmeno conto della controstrategia del governo egiziano, che negli ultimi sette anni ha incluso importanti riforme economiche e militari che hanno letteralmente catapultato l’esercito e l’economia egiziano a nuovi vertici. Inoltre, l’Egitto, che in questo caso è sostenuto dagli Stati del Golfo, ha stretto forti alleanze con Grecia e Cipro, due Paesi considerati nemici del regime turco. Inoltre espande l’alleanza con Giordania ed Iraq e rafforza i legami coi tradizionali alleati dell’Egitto nel Golfo Persico, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn. Cairo ha anche sviluppato legami più forti cogli oppositori europei del regime di Erdogan, come Francia, Austria e altri Paesi visibilmente irremovibili contro le politiche islamiste del regime turco.
Questi passi sul fronte economico sono culminati nella creazione dell’East Med Gas Forum a Cairo, i cui membri sono i Paesi del Mediterraneo orientale, compresi Israele ed Autorità Palestinese, ma senza la Turchia. Questa mossa lasciava Erdogan in difficoltà, poiché il suo regime disse che non avrebbe riconosciuto il forum. Con suo grande disappunto, tuttavia, il forum sul gas fu un rapido successo riconosciuto dalle Nazioni Unite, con Unione europea e Stati Uniti osservatori permanenti. Erdogan affronta sanzioni economiche e diplomatiche europee, minacce di sanzioni dagli Stati Uniti e il deterioramento delle relazioni diplomatiche con tutti i vicini della Turchia. “Cerca di stendere un ramoscello d’ulivo contaminato dal sangue versato dal suo regime”, osservava il quotidiano saudita Arab News. “Quella proposta tardiva, tuttavia, non sarà accolta da interesse o entusiasmo né dall’Egitto né dagli Stati del Golfo. Non hanno alcun interesse a sostenere il regime in difficoltà che ha distrutto l’economia turca e creato il caos in Medio Oriente. Il fatto che il presidente turco stia capitolando, fermando le continue e vuote minacce e scendendo dal suo cavallo alato, affermando che ci furono “incomprensioni” col mondo arabo dal 2013, è semplicemente una prova delle vittorie politiche e diplomatiche degli arabi”. I commentatori in Arabia Saudita e Iran vedono le manovre disperate di Turchia e Erdogan verso Golfo Persico ed Egitto come tentativo di compensare i freddi rapporti con la nuova amministrazione Joe Biden a Washington, che finora non avevano funzionato. Erdogan cerca di prendere le distanze dall’Iran per placare in qualche modo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ma ci sono fattori oggettivi che risiedono nella rivalità tra i due Paesi in Siria e Iraq. Abdulqaliq Abdulla, professore di scienze politiche negli Emirati Arabi Uniti, recentemente twittava che Erdogan deve adempiere a determinati obblighi prima di potersi riconciliare cogli Stati del Golfo Persico. Questi includono la fine dell’occupazione di Siria ed Iraq, il ritiro dei suoi mercenari dalla Libia, il rifiuto di sostenere i fratelli musulmani (formazione bandita in Russia) e l’incitamento contro la stabilità dell’Egitto, scusandosi per l’attacco alla leadership saudita, ritirando immediatamente le sue forze dal Golfo Persico e rivedendo i piani d’espansione ottomana. Con “le sue forze (cioè turche) nel Golfo Persico”, Abdulla intende la base militare turca in Qatar, istituita durante la crisi del Qatar, che Erdogan considera una moneta di scambio nei negoziati con la leadership araba della regione.
C’è scetticismo in molti circoli del Golfo che suggerisce che Erdogan vuole semplicemente che i Paesi arabi e del Golfo accettino la sua occupazione in Siria, le incursioni militari in Iraq e l’infiltrazione dei suoi sostenitori, che chiamano terroristi, in Libia. Ecco perché le recenti dichiarazioni di Abu Dhabi e Riyadh sul possibile ripristino della posizione della Siria nel mondo arabo furono viste dalla Turchia come risposta indesiderata all’interferenza di Erdo?an in Siria. Sulla Libia, la posizione di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti insiste sullo sforzo internazionale per espellere i mercenari terroristi che Erdo?an vi aveva introdotto. Per inciso, i Paesi del Golfo condividono pienamente la posizione dell’Egitto sugli accordi nel Mediterraneo orientale, dove Cairo e Ankara hanno gravi disaccordi. Questi sono i prerequisiti essenziali per avviare negoziati diplomatici a tutti gli effetti con la Turchia per ripristinare le normali relazioni. Il Golfo Persico ritiene che fintanto che la Turchia sostiene i fratelli musulmani, non possano esserci relazioni normali. Questo è il principio fondamentale che non può essere respinto. I resoconti dei media sulla presunta riconciliazione della Turchia cogli stati del Golfo Persico, diffusi dagli affiliati dei fratelli musulmani nella regione, continuano ad emergere. Ma i media del Golfo Persico, che riflettono da vicino le opinioni dei loro governi, difficilmente supportano tale idea, e un possibile riavvicinamento futuro è ancora lontano da quello che dicono i funzionari turchi.

Viktor Mikhin, corrispondente di RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio