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La Turchia espande la sua presenza neo-ottomana in Africa

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 30.03.2021

Anche con Erdogan che affronta un numero crescente di difficoltà politiche ed economiche in patria, la Turchia continua ad espandere la sua presenza geopolitica oltre i confini. Mentre le recenti avventure della Turchia in Libia sono state in gran parte viste come primo importante dispiegamento militare del Paese e coinvolgimento diretto in un conflitto nel continente, la presenza della Turchia in Africa va ben oltre il Paese nordafricano dilaniato dalla guerra ed è sostenuta da una retorica politica intransigente ed ideologicamente fondata sul “neo-ottomanismo” e persino l’uso dell’hard power. La recente dimostrazione fu come la Turchia, nonostante le pressioni internazionali per il cessate il fuoco, lanciò il suo peso dietro l’Azerbaigian contro l’Armenia nel conflitto del Nagorno-Karabakh. Negli ultimi anni, Erdogan fa sempre più affidamento alle forze armate per realizzare i principali obiettivi di politica estera della Turchia. Come usarle con mezzi diretti e indiretti. Ciò fu evidente quando le forze di sicurezza addestrate dai turchi repressero i manifestanti nella capitale somala Mogadiscio per controllare la resistenza al regime. La Turchia addestra le forze armate somale presso il Centro di addestramento ed esercitazione antiterrorismo nella provincia sudoccidentale turca di Isparta. Questo fa parte del piano per addestrare circa 15000 soldati somali. Allo stesso tempo, la più grande base militare d’oltremare della Turchia è in Somalia, dove viene addestrato il resto dei soldati somali. Ma la Somalia non è certo l’unico caso in cui è presente la Turchia. Dal 2009, il numero di ambasciate turche in Africa è aumentato da 12 a 42. Tenendo presente l’obiettivo di portare i legami commerciali a 50 miliardi di dollari, il commercio dalla Turchia ai Paesi africani è aumentato da 1 miliardo di dollari nel 2002 a dollari 7,6 miliardi nel 2019.
Nel novembre 2019 fu inaugurata la più grande moschea di Gibuti, di 13000 metri quadrati con una capienza di 6000 persone. Il nuovo punto di riferimento fu finanziato dalla Direzione degli affari religiosi turca, chiamata Diyanet. Diyanet è uno dei principali volti della crescente esportazione dalla Turchia dell’ideologia neo-ottomanista in Africa. Negli ultimi quattro decenni, Diyanet finanziò la costruzione di oltre 100 moschee e istituzioni educative in 25 Paesi, come le nazioni africane Gibuti, Ghana, Burkina Faso, Mali e Ciad. Opponendosi alle radici coloniali dell’Africa e criticando l’influenza che gli Stati coloniali come la Francia continuano ad esercitare in Africa, Erdogan spera di ritagliarsi uno spazio per le sue ambizioni neo-ottomane. Un anno fa, quando visitò il Senegal, presentò la Turchia come una valida alternativa allo sfruttamento degli Stati coloniali. In Etiopia, una delle economie africane in più rapida crescita, la Turchia investiva 2,5 miliardi di dollari. Nel 2005 c’erano solo tre società turche in Etiopia. Oggi ce ne sono 200, dai fili ai tessuti alle bevande.
Altrove in Libia. Le truppe turche sono presenti sul terreno a sostegno del governo dell’Accordo Nazionale in Libia, mentre Egitto ed Emirati Arabi Uniti appoggiand l’amministrazione rivale di Bengasi. La posizione della Turchia nei confronti di Emirati Arabi Uniti ed Egitto indica anche che le avventure della Turchia in Africa, coll’esplicito volto neo-ottomanista e sostegno all’ideologia dei Fratelli Musulmani, entrano in conflitto diretto coi rivali del Medio Oriente. Mentre le ambizioni della Turchia di rivaleggiare con la Francia in Africa sembrano irrealistiche, c’è poco da dire su Turchia, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti in competizione politico-economica ed ideologica per l’influenza in Africa. Di conseguenza, la maggior parte delle mosse della Turchia in Africa pone sospetti nel mondo arabo. Ad esempio, quando la Turchia decise di estendere il mandato delle forze navali antipirateria nel Golfo di Aden, nelle acque somale e nel Mar Arabico, i media arabi vi videro il “programma destabilizzante” della Turchia, dicendo che la decisione della Turchia di estendere ulteriormente la missione in quelle aree è un “promemoria” per l’Arabia Saudita, che Ankara “intende recuperare in Yemen e Somalia per ciò che ha perso in Sudan dopo essere stata cacciata dalla base di Suakin”. Naturalmente, per la Turchia la cacciata del presidente sudanese Umar al-Bashir dopo decenni al potere fu una sconfitta d’arresto. La base di Suakin era importante per la Turchia strategicamente e simbolicamente. Un tempo era un’isola che l’impero ottomano usava per garantirsi l’accesso a quella che allora era chiamata provincia di Hejaz, ora Arabia Saudita occidentale, dagli invasori provenienti dal Mar Rosso. Anche nel contesto attuale, l’isola rimane cruciale alla Turchia per stabilire una presenza nel Mar Rosso, consentendole di schierare forze proprio nel cortile saudita. Per la Turchia questa presenza sarebbe stata un efficace controbilanciamento al sostegno saudita alle milizie curde in Siria e Turchia.
Le iniziative della Turchia in Africa quindi hanno ambizioni geopolitiche molto esplicite. Come le avventure della Turchia in Asia centrale e in Medio Oriente, anche la sua presenza in Africa sono una manifestazione della crescente ambizione a diventare attore globale e posizionarsi nel mondo sempre più multipolare in modo da massimizzare i suoi interessi. Tuttavia, il continuo peggioramento delle condizioni economiche in patria potrebbe mandare in cortocircuito le avventure estere della Turchia e uccidere il cosiddetto sogno “neo-ottomano”. Gli investimenti esteri in Turchia sono rallentati. Con la lira già in quasi caduta libera, il tuffo della Turchia in una crisi economica limiterà seriamente il modo con cui potrà continuare le sue avventure a migliaia di chilometri di distanza e competere efficacemente coi rivali.

Salman Rafi Sheikh, ricercatore-analista di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio