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10 anni di sofferenza libica per mano di Washington

Vladimir Platov, New Eastern Outlook 29.03.2021

Dieci anni fa, Washington scatenò l’aggressione armata totale contro la Libia. Il 17 marzo 2011, Washington non solo ingannò la comunità mondiale, creando un’immagine di supporto universale e legalità delle operazioni militari in Libia, ma dichiarò guerra usando le mani di qualcun altro. L’invasione di questo Paese nordafricano coinvolse 17 Paesi, oltre agli Stati Uniti, e il lavoro sporco fu svolto dagli europei, ovvero francesi, italiani e britannici. Col pretesto dell’idea originariamente dichiarata di limitare l’uso degli aerei di Gheddafi contro i ribelli, tale operazione militare dell’occidente divenne rapidamente una guerra a tutti gli effetti col bombardamento non solo di strutture militari, ma anche di infrastrutture e supporto. Nel pianificare l’aggressione armata contro la Libia nel 2011, i “detentori del destino” degli Stati Uniti erano preoccupati dal successo del cosiddetto “socialismo arabo” e dalla crescente influenza internazionale della Libia e di Gheddafi. Inoltre, Gheddafi intraprese la guerra politica con Arabia Saudita e Qatar e finanziò segretamente la campagna elettorale presidenziale di Nicolas Sarkozy in Francia. Inoltre, fu Gheddafi a invadere il sancta sanctorum del sistema finanziario mondiale in dollari, proponendo di creare una valuta araba globale alternativa, il dinaro d’oro. Ecco perché, con aperta vanteria, i nemici occidentali e arabi della Libia uccisero Gheddafi davanti le telecamere (con grida pubbliche di estatica ammirazione da parte di Hillary Clinton) e con estrema ferocia. Successivamente sequestrarono decine di miliardi di dollari dal Fondo nazionale di sviluppo libico e dal Fondo petrolifero delle banche internazionali, come presunto denaro rubato di Gheddafi, lasciando il Paese in rovina ad affrontare il proprio destino.
Le operazioni militari furono guidate dalla Casa Bianca, prima coll’aiuto del Comando africano degli Stati Uniti, poi con l’uso della NATO, ma ancora sotto il comando di Washington. Il capo organizzatore dell’operazione al Pentagono, oltre all’aviazione d’attacco e da bombardamenti, portarono delle forze impressionanti sulle coste libiche: quattromila marines con un gruppo d’assalto anfibio sempre pronto, il 22° Corpo di spedizione dei marine, due cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, due sottomarini nucleari polivalenti classe Los Angeles, un sottomarino nucleare strategico classe Ohio. Sforzandosi di tenere il passo con Washington e i suoi alleati occidentali, in particolare, la Francia schierò quattro fregate e la portaerei Charles de Gaulle. Sebbene la risoluzione 1973 delle Nazioni Unite prevedesse solo un regime di non volo sulla Libia, gli aerei statunitensi e della NATO furono i primi a colpire obiettivi terrestri in Libia. In 7 mesi furono effettuate 30mila sortite, 40mila bombe e missili lanciati. 6400 persone furono immediatamente uccise e 15000 ferite. Anche alla vigilia dell’operazione con la partecipazione dell’aviazione navale della NATO in Libia, i gruppi tribali locali e islamisti ostili al governo libico furono finanziati e armati, e forze speciali, soprattutto dal Qatar, si infiltrarono nel Paese per incitare a scontri armati.
Il 23 marzo 2011, quattro giorni dopo l’inizio del massiccio bombardamento della Libia, il comandante dell’aeronautica britannica Greg Bagwill annunciò pubblicamente che l’Aeronautica libica non esisteva più. Secondo la risoluzione dell’ONU, l’intervento doveva finire lì, ma Stati Uniti e occidente non si fermarono. Stati Uniti e NATO motivarono l’invasione della Libia con la necessità di proteggere la popolazione civile dal dittatore Gheddafi, annunciando a gran voce l’organizzazione di un rigoroso monitoraggio delle strutture militari per evitare vittime civili. Il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, che all’epoca era a capo della NATO, si vantò che “non ci sono vittime civili accertate per colpa della NATO”.
Tuttavia, i gruppi per i diritti umani e gli investigatori delle Nazioni Unite smentirono tali false affermazioni, riscontrando numerosi casi di danni ai civili. In particolare, la commissione delle Nazioni Unite confermò che almeno 6000 civili furono vittime dell’aggressione della NATO. La società di monitoraggio delle vittime dei conflitti Airwars rivelò in uno studio amplio che gli attacchi aerei della NATO provocarono la morte tra 223 e 403 civili. Otto paesi della NATO bombardarono la Libia nel 2011: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Italia, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti. Airwars, nelle sue indagini, cercò di ottenere dati da tali Stati sulle conseguenze di questi bombardamenti. Risposero solo Danimarca e Norvegia, fornendo informazioni parziali. Negli Stati Uniti, tutta la responsabilità della morte di civili fu scaricata sull’Alleanza del Nord Atlantico, da cui Airwars non poté ottenere dati sugli attacchi aerei. Si richiama l’attenzione sul fatto che anche dopo un decennio i Paesi dell’alleanza, compresi Stati Uniti e Gran Bretagna, rifiutano di assumersi la responsabilità dell’omicidio della popolazionee libica. “Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e la NATO dovrebbero scusarsi ufficialmente col popolo libico per l’aggressione nel 2011”, disse il leader politico del Fronte per la lotta nazionale in Libia, cugino dell’ex-leader libico Muammar Gheddafi, Ahmad Gheddaf al-Dam, esprimendo l’opinione delle masse libiche.
Dall’inizio dell’aggressione armata contro la Libia ad oggi, molti politici nordamericani si sono vantati delle loro dubbie vittorie libiche. Tra loro c’erano il democratico Barack Obama, la sua segretaria di Stato Hillary Clinton e altri membri dell’amministrazione Obama, che si sono persino vantati del loro ruolo nel rovesciare Muammar Gheddafi. Tuttavia, tale avventura guidata dagli Stati Uniti si è trasformata in esplicito sostegno agli islamisti, che l’occidente non poteva tenere sotto controllo. Alla fine, il vuoto nella sicurezza in Libia fu rapidamente colmato da gruppi armati, estremisti islamici e trafficanti di esseri umani. Di conseguenza, la Libia è diventata il più grande esportatore regionale di instabilità e caos, ma gli Stati Uniti, che di recente si sono battuti per la sicurezza dei libici, ignorano ipocritamente questo Paese nordafricano. Va sottolineato che ai funzionari di Washington non piace affatto ricordare la Libia, perché l’invasione armata di essa per molti nordamericani è diventata “simbolo del potere limitato degli Stati Uniti e dell’incoscienza dell’intervento militare” e ciò oscura la vita di molti ex e attuali funzionari nordamericani. Da allora, la Libia come Stato esiste effettivamente. Infatti, la popolazione della Libia, storicamente eterogenea e in realtà costituita da tribù, che Gheddafi mantenne con la sua delicata, anche se non impeccabile politica, ed è ancora oggi non solo al verde, ma anche priva di garanzie di sicurezza. La Libia vive nell’apolidia da dieci anni, e i registi della performance interpretata dall’occidente in Libia chiamata “mantenere o ripristinare la pace e la sicurezza internazionale con la forza” non sono affatto imbarazzati dalla catastrofe umanitaria nel Paese nordafricano, né dal fatto che sia diventato un luogo da cui trarre profitto per certi attori esteri.
In tale contesto, le dichiarazioni dell’attuale leadership nordamericana e del presidente Biden secondo cui gli Stati Uniti “portano la libertà al mondo”, e ancor di più le accuse al Presidente della Russia, suonano particolarmente ciniche, anche se per il “dominio democratico” degli Stati Uniti che scatenò l’aggressione al Libia è colpevole dell’uccisione ingiustificata di centinaia di cittadini libici.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio