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L’aggressione della NATO in Libia: dieci anni dopo

Mikhail Gamandij-Egorov, Observateur Continental

A dieci anni dall’intervento atlantista in Libia, che fine ha fatto il Paese a lungo considerato uno dei più prosperi dell’Africa? Questo intervento, che non solo creò il caos in Libia, ma anche in molti Paesi della regione, semplicemente distrusse le fondamenta dello Stato. Tuttavia, i responsabili di tale aggressione non si sentono in colpa fino ad oggi. In realtà piuttosto simbolico, anche questa volta si commemorano i dieci anni dall’intervento della NATO contro la Jamahiriya libica Muammar Gheddafi, è il 22.mo anniversario del bombardamento della NATO contro la Jugoslavia. Mentre è difficile dire che i responsabili di tali attacchi un giorno risponderanno dei crimini commessi, contro i civili e contro i soldati dei Paesi interessati, ma anche per la distruzione delle infrastrutture, il fatto è che oggigiorno è chiaramente molto più difficile per il cervello di tali operazioni eseguire le stesse campagne senza doverne rispondere. Il contrappeso delle potenze non occidentali e la realtà multipolare l’impognono. Tuttavia, per tornare in Libia, marzo 2011 può essere effettivamente considerato l’inizio della fine dello Stato libico. Da allora, da uno Stato che poteva permettersi di accogliere non solo migranti provenienti da Paesi regionali e continentali, ma anche un numero considerevole di cittadini dell’UE, siamo passati a Paese diviso, grande fonte di migranti, di gente del posto in fuga da insicurezza e mancanza di opportunità e stranieri che usano il suolo libico come transito. Questi ultimi si trovano spesso in una situazione terribile, arrivando fino alla schiavitù in molti casi, praticata dagli ex-alleati locali della NATO nell’operazione, dalla caduta di Muammar Gheddafi, inclusi banditi e terroristi. Il traffico di esseri umani è comune nella nuova Libia post-Gheddafi. Una cosa è certa: la Libia di oggi non ha più a che fare con la Jamahiriya. È anche necessario un promemoria, non meno importante. Vale a dire che l’operazione atrlantista del 2011 affermò di voler “proteggere i civili”. Tuttavia, il Foreign Policy afferma che un certo numero di civili fu ucciso proprio dall’operazione militare della NATO e che è ora di assumersi le responsabilità. Un altro autore di Foreign Policy, da parte sua , sottolinea che “l’intervento in Libia nel 2011gettò la regione in un decennio di caos e minò la fiducia degli Stati Uniti nell’opportunità di usare la forza militare per salvare vite umane”. Detto questo, sarebbe indubbiamente ingenuo credere che l’intervento della NATO contro la Jamahiriya libica fosse inteso a salvare vite umane. Sull’attuale sfiducia degli Stati Uniti nel poter d’intervenire in varie parti del mondo senza impunità, quest’epoca è davvero finita, come ricordato, e ciò è dovuto in gran parte al contrappeso ora esistente sull’arena internazionale.
Tornando al marzo 2011, l’obiettivo era chiaro fin dall’inizio: sbarazzarsi di uno Stato sovrano e prospero per poter arraffare il più possibile risorse naturali e cogliere altre “opportunità di business”, così come ‘eliminare un rivoluzionario Leader africano e arabo, le cui idee ed azioni aiutarono molti altri Paesi africani. Questo senza nemmeno parlare degli enormi progetti che Muammar Gheddafi intendeva realizzare a beneficio non solo del suo Paese, ma anche del continente africano. Ora rappresenta solo sogni non realizzati. Ma l’altra cosa che colpisce, ancora così specifica nella mentalità delle élite atlantiste, è la permanente arroganza che le caratterizza. Così, ancora una volta, l’ipocrisia estrema. In quanto tale, l’appello all’ordine di Emmanuel Macron “che le forze turche e russe lascino il suolo libico il prima possibile” è il meno ridicolo, quando sappiamo quale enorme responsabilità porti il suo Paese nelle crisi e nel caos che persistono in Libia dall’intervento della NATO nel 2011. Un intervento in cui la Francia di Sarkozy ebbe un ruolo di primo piano. E se l’Eliseo vuole davvero un ruolo positivo nella questione libica, che nonostante l’istituzione di un governo di transizione è ancora lontana dall’essere risolta, forse si dovrebbe fare un sincero mea-culpa per la situazione che continua in questo Paese come conseguenze dell’intervento atlantista. Tali scuse devono andare non solo al popolo libico, ma anche a tutti gli altri popoli dell’Africa i cui Paesi subiscono la forte ascesa del terrorismo, soprattutto nella regione del Sahel, uno dei motivi principali di cui sono proprio il “risultato” dell’intervento in Libia. In particolare in Mali, dove la presenza militare francese esiste da anni, per la “lotta al terrorismo”, senza ottenere risultati convincenti. La società civile maliana ne sa qualcosa. Da qui la sua forte opposizione a tale presenza.

Traduzione di Alessandro Lattanzio