L’antistalinismo è il razzismo della sinistra

Jay Tharappel, FRN , 21 luglio 2018

Perché alcuni della sinistra strillano orrore e piagnucolano di “stalinisti” dopo aver ascoltato qualcosa di positivo su Unione Sovietica, Cina o qualsiasi altro Paese in cui un partito comunista ha preso il potere? Perché tale antistalinismo domina la sinistra solo in Paesi dalla storia di colonizzatori? Sinistra dalla caratteristiche imperialiste? La “sinistra imperialista” forse? Quel primo termine è una chiesa molto più ampia, l’attenzione qui è sulla sostanza geopolitica dell'”antistalinismo”. Lo scopo nel porre queste domande non è suggerire che criticare Josif Stalin sia intrinsecamente razzista (non lo è ovviamente), ma piuttosto sostenere che la politica della crociata “antistalinista” guidata da certa sinistra sia razzista perché nega il ruolo storico progressista svolto dall’Unione Sovietica nella lotta al colonialismo, fondamento economico su cui storicamente si sviluppò il razzismo moderno.

Cos’è il razzismo?
Il razzismo non è solo uno strumento del capitale per dividere i lavoratori (definizione dominante del termine presso la sinistra del primo mondo); è anche un’arma ideologica impiegata principalmente dagli imperi per modellare il pensiero dei loro cittadini sulle altre nazioni in accordo con la loro strategia geopolitica. Per capire cosa significhi, basti guardare il defunto discorso di Edward Said sull’Orientalismo, o ‘Pessimi arabi’, documentario basato sul libro del compianto scrittore statunitense-libanese Jack Shaheen, che sostenevano che il ritratto negativo degli arabi a Hollywood è motivato da interessi geopolitici. Assumere acriticamente, quindi, che l’antistalinismo non sia correlato alla politica estera antisovietica/russa di Stati Uniti ed alleati del secolo scorso è semplicemente ingenuo. Due anni fa, gli Stati Uniti posero il veto a una risoluzione delle Nazioni Unite presentata dalla Russia che condannava il nazismo. Nello stesso anno uscì un documentario intitolato “Apocalypse” che sosteneva che, poiché Josif Stalin era georgiano, “la sua mentalità era vicina a quella di un despota del Medio Oriente”, accusa curiosa nel momento in cui la Russia è accusata di sostenere un “despota del Medio Oriente” in Siria, sia dai media corporativi occidentali che dagli antistalinisti. Per giustificare la costruzione dell’impero, colonizzare le culture produce un razzismo di due tipi, uno che giustifica la conquista per motivi di mero interesse nazionale, e un altro che giustifica la conquista rivendicando la “civilizzazione” delle nazioni conquistate “salvandole” da “despoti” e “cattivi dittatori” (il complesso del salvatore). L’antistalinismo è paragonabile a quest’ultimo tipo, nel senso che incoraggia i seguaci a credere di essere dalla parte del popolo, ma chi è esattamente questo popolo? Nella guerra in Siria, gli antistalinisti sostengono il rovesciamento del governo del Presidente Assad da parte del “popolo”, mentre affermano anche di opporsi alle milizie armate che costituiscono chi realmente tenta il rovesciamento. “Il popolo” che “insorge” contro un “dittatore brutale” pretendendo “libertà e democrazia” è il coro anti-stalinista nell’ultimo decennio, accompagnato da immagini di folle omogenee di povere vittime oppresse costrette a sottomettersi a un caricaturale malvagio ‘oppressore’ ‘brutale’ ‘tiranno’, che si tratti di Stalin, Mao, Gheddafi o Assad, tutti spinoff della caricatura dello “stalinista” proiettata dagli anti-stalinisti. Di nuovo, assumere acriticamente che l’antistalinismo non sia connesso alla politica estera aggressiva è ingenuo, e dimenticare che il razzismo è la gerarchia basata sulla storia aggressiva del colonialismo, è astorico. L’incapacità di pensare in modo logico e consequenziale è il motivo per cui gli anti-stalinisti spesso dimenticano di avere il privilegio di vivere in uno Stato che non è minacciato da altri stati, come gli anarchici.
Le nazioni che impongono il loro dominio possono permettersi di essere più liberali, specialmente se non sono minacciate da nemici più potenti, mentre i Paesi che si trovano a difendersi attivamente dall’aggressione di nemici più potenti, non hanno il lusso di aderire agli standard “liberali” promessi nei luoghi privilegiati negli affari globali. È una dura pillola da ingoiare, ma molte delle libertà “liberali” che gli anti-stalinisti danno per scontate in patria sono fondate su una storia da colonizzatori all’estero, non solo dalle lotte interne. Ereditando la memoria di un’arrogante cultura colonizzatrice, la sinistra del primo mondo in generale ha un’esigua memoria storica nel combattere una potenza coloniale straniera rispetto al mondo socialista e postcoloniale, contro cui furono inflitti livelli estremi di violenza genocida negli ultimi secoli.

La narrativa dominante: ‘democrazia contro totalitarismo’
I 27 milioni di cittadini sovietici martirizzati nella lotta contro le potenze fasciste dell’Asse guidate dalla Germania, nella Seconda guerra mondiale, non solo si opposero alla più genocida guerra d’aggressione coloniale nella storia umana, ma la fecero a pezzi. Questa fu la più decisiva lotta anticoloniale nella storia umana, tuttavia se la vostra nuotata nel marxismo avviene nell’ambito del culto antistalinista, non lo sapreste, e ciò perché l’antistalinismo proviene da una cultura politica che banalizza tale questione, riducendo la Seconda guerra mondiale a una lotta tra “democrazia” e “totalitarismo”, in cui Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia combatterono i piani aggressivi della Germania nazista e dell’Unione Sovietica, sconfiggendo l’uno dopo l’altro per diffondere la ‘democrazia’. Tale dicotomia inventata, guidata da interessi anglo-statunitensi durante la guerra fredda, ha salde radici nell’antistalinismo di sinistra. La parola “totalitario” fu usata originariamente da Mussolini nel 1925 per descrivere l’ordine fascista che voleva costruire in Italia; quindi come divenne una maledizione anti-stalinista con cui attaccare l’Unione Sovietica e Stalin?Nel 1936 Lev Trotskij usò la parola tre volte nel suo libro “La Rivoluzione tradita” per attaccare l’Unione Sovietica, e da quel momento divenne un’invettiva tipica dell’arsenale ideologico antistalinista. Due anni dopo, nel 1938, Winston Churchill usò il termine “Stato totalitario” riferendosi a “una tirannia nazista o comunista” prima di diventare primo ministro durante la guerra. Ciò avvenne subito dopo aver accettato l’invasione congiunta della Cecoslovacchia da parte di Germania, Polonia e Ungheria, nota anche come tradimento di Monaco, ed a Stalin ciò sembrò che gli inglesi incoraggiassero la marcia di Hitler verso est, avvicinandolo al confine sovietico.
Seguendo Trotskij, il famoso teorico antistalinista Tony Cliff nel suo libro “Stalinist Russia” (1955) sostenne che il “probabile programma dell’opposizione antistalinista” era creare una “democrazia socialista”; ma a quale opposizione si riferiva? Scrive, al “movimento di Vlasov e all’esercito ucraino risorto (UPA)”, entrambi miliziani collaborazionisti nell’invasione nazista dell’Unione Sovietica, questi ultimi complici dei massacri di Volynija contro polacchi ed ebrei. Cliff cita favorevolmente tali collaborazionisti fascisti, suggerendo che ciò che promettevano era progressista rispetto al “totalitarismo stalinista” dell’URSS, frase usata anche dai suddetti collaborazionisti. La parola “totalitario” è utile perché significa niente e tutto allo stesso tempo. È la chiave che apre tutte le porte e la porta che su apre con tutte le chiavi. È vero, la Germania nazista e l’Unione Sovietica usarono il passo d’oca, culti della personalità, propaganda di partito e dimostrazioni di forza militare con tanto di saluto. Questo li rende essenzialmente uguali?
L’Unione Sovietica promosse tra i suoi cittadini l’orgoglio di lavorare per un mondo socialista di uguaglianza razziale senza colonialismo e guerra, al contrario, il patriottismo anglo-statunitense, francese e tedesco è intriso di giustificazionismo del colonialismo e della conquista secondo un’autoproclamata supremazia razziale.

Se l’Armata Rossa perdeva la Seconda guerra mondiale, il colonialismo continuava
L’ultima difficoltà nel valutare l’importanza di un evento storico è l’incapacità di sapere mai cosa sarebbe successo altrimenti, tuttavia, studiando la storia del colonialismo europeo non c’è dubbio che la sconfitta sovietica e cinese nella Seconda guerra mondiale avrebbe aperto un capitolo molto oscuro della storia umana. Quindi, cosa sarebbe successo veramente se l’Armata Rossa avesse perso la guerra? La continuazione del colonialismo è l’unica
risposta plausibile per ovvi motivi per cui una superpotenza esplicitamente anticoloniale (URSS) non solo sarebbe stata sconfitta ma colonizzata. La “supremazia bianca” nazista non era semplicemente “nazionalismo agli steroidi”, poiché alcuni di sinistra presumevano erroneamente fosse l’appello a costruire la solidarietà tra le potenze coloniali nel mondo, un’offensiva del “soft power” tedesca per convincere Gran Bretagna, Francia e gli Stati dei colonizzatori inglesi che, poiché appartenevano alla stessa “razza padrona”, non dovevano solo proteggere, ma far avanzare le loro ambizioni coloniali a spese delle “razze inferiori” in Asia, Africa e America Latina. Le potenze dell’Asse Germania, Italia e Giappone volevano che le loro colonie fossero create in Eurasia ed Africa, e per questo volevano che le potenze anglo-francesi accettassero le loro ambizioni coloniali. Non sorprende quindi che inglesi e statunitensi fossero piuttosto blandi alla prospettive dell’aggressione tedesca contro l’Unione Sovietica. Quando iniziò la guerra, Lord Halifax, principale architetto inglese del tradimento di Monaco, predisse che l’Armata Rossa sarebbe stata “liquidata in 8 o 10 settimane”, mentre il senatore statunitense Truman (in seguito presidente) era ancora più grossolano e cinico, dicendo “se vediamo che la Germania vince, dovremmo aiutare i russi, e se la Russia vince, dovremmo aiutare la Germania e in questo modo permettergli di uccidersi il più possibile”. Il colonialismo ha creato le condizioni per lo sviluppo del capitalismo, non il contrario.
Le rivoluzioni industriali iniziate in Gran Bretagna e successivamente diffusesi nel resto dell’Europa nord-occidentale erano interamente basate sulle materie prime a buon mercato provenienti da Americhe, Africa e India. Questa è una cosa che Hitler capì abbastanza bene quando disse, “la ricchezza della Gran Bretagna è il risultato meno di una perfetta organizzazione commerciale che dello sfruttamento capitalistico dei trecentocinquanta milioni di schiavi indiani” e che gli inglesi “sanno molto bene che è il possesso dell’India che dipende l’esistenza del loro impero”. Hitler lo disse perché incarnava gli interessi dei capitalisti tedeschi arrabbiati con la scomparsa del loro impero coloniale dopo la Prima guerra mondiale. Una delle principali ragioni strategiche militari per cui la Germania perse la Prima guerra mondiale, è perché gli inglesi imposero ilblocco navale causando centinaia di migliaia di morti per fame. Dopo essere stati privati delle loro colonie, dopo la Prima guerra mondiale, la valuta della Germania crollò e sviluppò una nuova leadership che mirava a colonizzare l’Unione Sovietica, in particolare le terre fertili dell’Ucraina e la città portuale di Baku sul Mar Caspio, nell’Azerbaijan sovietico, che nel 1900 produceva metà del petrolio mondiale. Il colonialismo inglese fu un modello per la Germania nazista, o per citare direttamente Hitler: “come l’India per l’Inghilterra, i territori della Russia lo saranno per noi”. Ciò che la Germania voleva colonizzando l’Unione Sovietica può essere visto da ciò che gli inglesi avevano già fatto in India e Australia. Quando gli inglesi arrivarono nel Bengala (India), era uno dei posti più ricchi del mondo e quando se ne andarono fu ridotto al più povero del mondo. Quando gli inglesi ottennero la prima vittoria in terra indiana nel 1757 (la Battaglia di Plassey), l’India rappresentò circa il 24% delle entrate globali, e quando gli inglesi se ne andarono, crollarono a soli 4%. Colonizzando Nord America ed Australia, gli inglesi avevano già raggiunto ciò che la Germania voleva per sé quando invase l’Unione Sovietica. Perché le opinioni razziali di Winston Churchill erano indistinguibili da quelle del partito nazista? Per giustificare la spartizione della Palestina e far posto ad “Israele”, Churchill dichiarò: “Non ammetto, ad esempio, che un grande torto sia stato fatto agli indiani rossi d’America o ai neri d’Australia… dato che nella gara col più forte, una gara aspra,.. entrava e premdeva il loro posto”. Sotto il dominio inglese, qualsiasi entità commerciale che volesse fare affari con l’India non aveva altra scelta che consegnare i propri guadagni alle autorità coloniali inglesi in cambio di fogli di carta denominati “Council Bills” che potevano essere scambiati col produttore indiano che, infine, le avrebbe scambiate con rupie indiane locali, prelevate con le tasse pagate dagli indiani al regime coloniale.
Proprio come la soggettività del lavoratore europeo non chiedeva perché le materie prime lavorate dalle loro fabbriche fossero così economiche, la soggettività del produttore indiano presupponeva che venissero pagati per i loro beni in rupie indiane, quando davvero tutto ciò che accadeva era l’ineguale distribuzione delle ricchezze in India, rafforzando così le gerarchie delle caste già esistenti. Le esportazioni lasciavano l’India senza essere pagate con conseguente deflazione del reddito che causò una carestia che uccise 48 milioni di indiani con carestie genocide. Anche i tedeschi volevano il “lebensraum” o “spazio vitale”, come lo chiamavano i nazisti. Volevano terra e risorse, in modo che potessero alimentare la loro industria. Volevano esportare i loro cittadini in terre liberate dalle loro popolazioni native, accusate di essere “subumane” e “razzialmente inferiori”. Questo è ciò che sarebbe stato fatto all’Unione Sovietica, risultando forse in colonie tedesche nell’Eurasia, dove i tedeschi prendevano il sole sul Mar Caspio, bevendo birra e facendo barbecue sulla veranda, e forse dopo un secolo di pulizia etnica e soppressione “degli indigeni” e delle loro insurrezioni, forse avrebbero accusato slavi, rom ed ebrei d’ingratitudine verso la civiltà tedesca? È davvero così difficile immaginare i coloni tedeschi in Eurasia gestire spettacoli televisivi la mattina parlando casualmente della necessità di rapire i bambini alle famiglie delle nazioni soggiogate per “salvarle”?
Per la massa di umanità che sopporta le cicatrici del colonialismo, la possibilità contro-fattuale delle potenze dell’Asse vincere la Seconda Guerra Mondiale sembra stranamente simile a ciò che hanno già sperimentato. Al contrario, le culture coloniali pongono la loro creatività verso la finzione distopica su un “totalitarismo” controcorrente caratterizzato dal passo dell’oca nazista, poi fuso con un’immaginazione sui comunisti suggerendo la condanna di entrambi allo stesso modo. Il male, tuttavia, non è arbitrario. Piuttosto è un sottoprodotto dettato da interessi concreti che seguono uno schema storico.
Mentre pretende di opporsi al fascismo e al comunismo, l’occidente porta avanti una politica estera dall’orientamento fascista contro la massa continentale euroasiatica incentrata su Cina e Russia.

Jay Tharappel è un dottorando e docente all’Università di Sydney, in Australia. È stato una voce prominente contro capitalismo ed imperialismo e verso un sistema basato sulla necessità della giustizia socio-economica. È autore di numerosi saggi e commenti disponibili sul web e presenti su FRN.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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