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‘A nessuno importa se moriamo’, i terroristi siriani nel Nagorno-Karabakh

Lindsey Snell, The Gray Zone 26 febbraio 2021

Riproposta come mercenari dalla Turchia di Erdogan, i resti dell’opposizione armata siriana furono mandati a combattere per l’Azerbaigian con promesse di sostanziosi stipendi. Invece trovavano abusi, umiliazioni e morte. Nella prima settimana di ottobre 2020, Ahmad Hadad e oltre 20 altri combattenti della fazione della divisione Hamza del cosiddetto esercito nazionale siriano si trovavano nella catena montuosa in Azerbaigian vicino al confine iraniano. Si erano persi. Dopo che l’esercito armeno scatenò pesanti bombardamenti, i soldati azeri posizionati dietro i siriani scapparono lasciando i siriani soli in un terreno sconosciuto. Un proiettile di artiglieria cadde vicino a uno dei capi di Hadad, Muhamad Shalan, uccidendolo all’istante. Due dei combattenti più giovani e forti del gruppo trasportarono il corpo di Shalan e uscirono dalle montagne per cercare la base. Quando gli uomini furono sopraffatti dalla stanchezza, lasciarono cadere rotolare giù il corpo lungo le pendici della montagna per risparmiare sforzi. Passarono le ore e i siriani si resero conto che non erano sulla via del ritorno. Tre combattenti decisero di sedersi col corpo di Shalan aspettando che gli altri tornassero cogli aiuti, sapendo che se non l’avessero fatto, il corpo sarebbe probabilmente andato perso tra le montagne. Dopo che gli altri se ne andarono, i tre rimasti furono accolti da una raffica da sud. Un altro militante dell’esercito nazionale siriano, Husayn Talha, fu ucciso. I due sopravvissuti fuggirono a nord-est fino a raggiungere un punto in cui si erano radunati altri combattenti della divisione Hamza. “La situazione era tesa, con il nostro comandante che si coordinava coi turchi per scoprire perché gli azeri ci avevano abbandonato”, disse Ahmad Hadad. “Hanno recuperato i corpi e restituiti. Ma le cose sono peggiorate. Voglio dire, molti altri sono morti in Azerbaigian “.

Il volo per Baku
Fu a luglio che gli uomini dell’Esercito nazionale siriano (SNA), insieme di fazioni islamiste sostenute e supervisionate dalla Turchia seppero che potevano essere schierate in Azerbaigian, un Paese di cui pochi avevano sentito parlare. Gli fu detto loro che avrebbero agito da guardie di frontiera e che l’incarico era facile e senza combattimenti. Il 22 settembre 2020, una fonte della fazione Sultan Murad dell’SNA mi inviò la foto di dozzine di militanti su un aereo. “Vanno a Baku”, era scritto. “Adesso. E ne seguiranno altri”. Cinque giorni dopo, l’Azerbaigian lanciò l’offensiva contro gli armeni nel Nagorno-Karabakh, fulcro della disputa tra Armenia e Azerbaigian. Faceva molto affidamento sul sostegno della Turchia e delle forze mercenarie che attingeva dagli islamisti siriani che aveva rifornito per anni nel tentativo fallito e disastroso di rovesciare il governo di Damasco.

Il mito dell’opposizione siriana moderata
Dall’inizio della guerra siriana, la Turchia fu il più aggressivo sostenitore dell’opposizione armata siriana. La Turchia ospitò la prima sala operativa dell’Esercito siriano libero (FSA) e fu integrata nel supporto dai Paesi occidentali e del Golfo. La Turchia collaborò con Stati Uniti ed Arabia Saudita nel programma di addestramento e equipaggiamento, impresa sfortunata che mirava a fornire addestramento e armi ai terroristi delle cosiddette fazioni dell’opposizione “moderata” in Siria. Nel 2014 ad Aleppo intervistai combattenti di Haraqat Hazam e Jaysh al-Mujahidin, due fazioni dell’ESL ritenute “moderate” dal governo degli Stati Uniti. “Non esiste un musulmano moderato”, mi disse un militante di Jaysh al-Mujahidin ad Aleppo. “Siamo tutti musulmani. Abbiamo tutti la barba. Preghiamo tutti. Il tuo governo dice che siamo moderati, ma non troverai un combattente moderato in tutta la Siria [tenuta dall’opposizione]”. Poco dopo che i primi islamisti della FSA della fazione Haraqat Hazm furono addestrati e ricevettero armi, l’affiliata siriana di al-Qaida, Jabhat al-Nusra, li combatté e li sconfisse. Jabhat al-Nusra irrupoe nei loro magazzini di armi e gli rubò i veicoli. In sostanza, il programma di addestramento e equipaggiamento armò al-Qaida. Al di fuori del programma di addestramento ed equipaggiamento, la Turchia armò Jabhat al-Nusra. “Ho raccolto armi dal confine siriano tre volte nel 2013 e nel 2014″, disse Ziad Ibrahim, ex-militante della fazione Jaysh al-Mujahidin della FSA. “Andavamo al confine, incontravamo un agente turco e tornavamo al nostro quartier generale con tre auto piene di equipaggiamento. Quindi, prendevamo una parte delle armi che la Turchia ci dava e la lasciavamo in un luogo specificato. Jabhat al-Nusra l’avrebbe prelevata lì”. Dall’inizio della guerra al 2016, il confine della Turchia con la Siria era spalancato a SIIL, al-Qaida e FSA. Ilyas Aydin, capo turco dello SIIL ora prigioniero dalle forze democratiche siriane (SDF), milizia curda sostenuta dagli Stati Uniti nel nord-est della Siria, disse di aver incontrato agenti dell’intelligence turca sul confine turco-siriano per discutere il passaggio di combattenti e armi. “Non si tratta di Islam”, disse Aydin. “Erdogan non vuole un califfato islamico. Vuole un califfato ottomano. Per un certo periodo lo SIIL gli è stato utile, perché controllavamo le aree della Siria al confine con la Turchia. Vuole che la Turchia controlli le aree che occupammo”. Solo dopo che lo SIIL fu sconfitto al confine con la Turchia e sostituito dalle SDF curde, e la Turchia ha costruito un muro al confine.

“Eravamo già mercenari e ladri”
Nel dicembre 2017, l’Esercito siriano libero (FSA) divenne l’Esercito nazionale siriano (SNA), unificando le fazioni islamiste sotto controllo turco. Nel gennaio 2018, utilizzando le fazioni del nuovo SNA, la Turchia lanciò l’operazione Olive Branch su Ifrin, città a maggioranza curda nel nord-ovest della Siria. Nel marzo 2018, dopo aver catturato e occupato Ifrin, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan tenne un discorso evidenziando le aree della Siria che la Turchia intendeva prendere di mira in seguito. “I prossimi saranno Manbij, Kobani, Ras al-Ayn, Tal Abyad, Qamishli”, disse. Nell’ottobre 2019, la Turchia e i suoi ascari attaccarono e catturarono Ras al-Ayn e Tel Abyad. Adesso attaccano regolarmente l’area di Manbij. “Ifrin fu quando iniziammo a combattere solo per la Turchia”, disse Mahmud Azazi, militante della divisione Hamza che fu in Azerbaigian per tutta la durata della guerra. “Ifrin subì il loro peggior comportamento. La [SNA] rubò proprietà e automobili. Rapì civili curdi e chiese alle famiglie il riscatto. Uccisero civili e violentarono donne”. “Quando Erdogan decise di inviare [combattenti dell’SNA] in Libia due anni dopo, eravamo già mercenari e ladri”, aggiunse. Nel dicembre 2019, dopo che la Turchia firmò un accordo col governo libico di accordo nazionale (GNA) di Tripoli, gli islamisti dell’SNA furono inviati in Libia per sostenere la lotta del GNA contro il rivale Esercito nazionale libico di Bengasi. Prima che un accordo di cessate il fuoco prendesse piede a giugno, fonti SNA stimavano che la Turchia avesse inviato più di 15000 mercenari siriani a Tripoli e Misurata. Prima del cessate il fuoco, i militanti del SNA in Libia dissero di essere stati utilizzati da GNA e Turchia come fanteria nelle zone più pericolose. Come nel conflitto del Nagorno-Karabakh, i mercenari si lamentarono di essere stati ingannati sul loro dispiegamento in Libia. “Ci dissero che ci sarebbero stati pochi combattimenti”, disse un militante della Sultan Murad. “Ma ora, i nostri morti giacciono per strada”. Fu relativamente facile rimanere in contatto coi militanti dell’SNA in Libia. Inviarono foto e video da ville ben arredate a Tripoli, da tempo abbandonate dai civili fuggiti dall’oppressione delle milizie dilagante nella Libia occidentale. I combattenti dell’SNA parlarono candidamente di come saccheggiano le case e spogliavano cavi elettrici dai rottami per venderli ai militanti del governo di accordo nazionale. Nel febbraio 2020, Erdogan ammise che i militanti dell’SNA firono inviati in Libia. “La Turchia è lì con una forza di addestramento”, disse. “E ci sono anche persone dell’esercito nazionale siriano”.
La differenza di come la Turchia ha gestito i mercenari siriani in Azerbaigian fu immediatamente evidente. Il 25 settembre, due giorni prima che Azerbaigian e Turchia iniziassero la guerra in Karabakh, Ahmad Qalud, militante della divisione Hamza a Idlib, temeva di non poter raggiungere nessuno dei siriani schierati in Azerbaigian. “Mio fratello, tre miei cugini, molti altri del mio villaggio… nessuno di loro fu al telefono da quando partito dalla Turchia”, disse. Poco dopo l’inizio della guerra, Qalid ricevette frenetici messaggi su WhatsApp da suo fratello in Azerbaigian. “All’inizio presero i nostri cellulari”, disse, sentendo forti esplosioni in sottofondo. “E ora, Internet di solito non funziona. Ci hanno buttati direttamente in battaglia. Ci hanno detto prima di partire che non ci sarebbero stati combattimenti e che avremmo solo sorvegliato il confine degli azeri, ma già cinque del nostro gruppo sono morti nei bombardamenti. Non sappiamo dove siamo. Dobbiamo lasciare questo posto”. Nei primi giorni di guerra, i militanti dell’SNA fecero trapelare due video che su twitter furono rapidamente geolocalizzati in Nagorno-Karabakh. I media mainstream iniziarono a pubblicare rapporti sulla presenza di mercenari siriani. Funzionari di Russia, Francia e Stati Uniti indicarono le prove che la Turchia li inviava in Azerbaigian. L’11 ottobre, un combattente della divisione Hamza filmò i cadaveri dei combattenti armeni e pubblicò il video su facebook, dove si diffuse rapidamente. In un’intervista del 14 ottobre a France24, il presidente azero Ilham Aliev negò la presenza di mercenari siriani in Nagorno-Karabakh. Lo stesso giorno, il turco Erdogan disse in un discorso, “Si dice che abbiamo inviato combattenti siriani in Karabakh”. “I siriani hanno da fare nella loro terra. Non sono andati li”. Quella sera, Ahmad Hadad, che viveva nello stesso campo del combattente della divisione Hamza che aveva pubblicato il video, guardò i servizi segreti azeri e turchi che fermavano i camion. “Lo picchiarono. Lo presero a calci, davanti a tutti noi per instillare paura”, disse Hadad. “I turchi portarono via quell’uomo e da allora non se sappiamo più nulla. Erano decisi a fermare le fughe di notizie sui siriani in Karabakh”. Mentre la guerra continuava, i contatti coi combattenti dell’SNA nel Nagorno-Karabakh erano sempre più scarsi. I capi dell’SNA avvertivano regolarmente i loro uomini di non condividere alcuna informazione dal fronte. Il 25 ottobre, Fahim Isa, capo della fazione Sultan Murad, diffuse una registrazione ai suoi uomini. “Non fate foto!” urlò. “Non inviare niente a nessuno, o verrete arrestati!” La guerra in Nagorno-Karabakh si concluse il 10 novembre 2020 con un accordo di pace trilaterale tra Azerbaigian, Armenia e Russia. A fine novembre, i mercenari dell’SNA furono riportati in Siria. Col passare del tempo e la paura dell’arresto diminuita, sempre più uomini dell’SNA erano disposti a condividere resoconti e foto del periodo trascorso colle forze azere.

Il vantaggio dei turcomanni
Fonti dell’esercito nazionale siriano affermano che la Turchia inviò 2.00 militanti dell’SNA in Azerbaigian. Nel probabile tentativo di negare la responsabilità del governo turco, la logistica mercenaria fu gestita da SADAT, agenzia di mercenari turca di Adnan Tanriverdi, ex-capo consigliere militare del presidente Erdogan. (SADAT gestisce anche la logistica mercenaria delle migliaia di combattenti dell’SNA che la Turchia ha inviato in Libia). Si ritiene che Qalid Turqmani Abu Sulauman, capo turcomanno della fazione Sultan Murad, fosse il collegamento tra SADAT e Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh. I militanti dell’SNA nel Nagorno-Karabakh provenivano da tre fazioni: Sultan Murad, Sultan Sulayman Shah e Hamza. Mahmud Azazi affermò che circa 500 erano turcomanni siriani, minoranza concentrata nel nord della Siria. “C’erano cinque campi di mercenari in Azerbaigian”, disse. “La divisione Hamza e Sultan Murad avevano due campi ciascuno, e Sultan Sulayman Shah uno. Ciascuno dei cinque campi aveva una brigata turcomanna”. Mustafa Qasab, un ex-capo dell’SNA, afferma che l’etnia turcomanna nell’SNA gode di uno status speciale. “C’è una chiara distinzione tra noi, arabi siriani, e loro, turcomanni. Iniziammo a chiamarli “nuovi alawiti”. Il modo in cui gli alawiti [setta cui appartiene il Presidente Bashar al-Assad] nel regime di Assad stavano meglio di chiunque altro nella società siriana, è così che sono i turcomanni. Perché, per la Turchia, sono turchi. Noi siamo solo arabi”. “Non fu mai così’ chiaro come in Azerbaigian come la Turchia valuti i turcomanni diversi da noi”, disse Mahmud Azazi. “Gli arabi erano nelle condizioni più pericolose. I combattenti turcomanni erano i nostri traduttori, oppure lavoravano in cucina, o ci impedivano di lasciare i nostri campi. Non credo che un solo combattente turcomanno sia morto in Azerbaigian”.

Le battaglie in Nagorno-Karabakh
Un militante del Sultan Murad ricordò un giorno particolarmente brutale all’inizio di ottobre: “I miei cugini ed io combattemmo in Siria per tutta la guerra e non abbiamo mai visto niente di simile. Ci perdemmo. Non avevamo idea del terreno e solo una approssimativa di dove dovevamo andare. La maggior parte di noi aveva solo AK-47. In una battaglia, 45 di noi erano su alcune collinette. Un cecchino ne uccise otto della Sultan Murad e due della Hamza. I cecchini sono come li vediamo nei film”. Il militante disse che i militari turco non erano neanche vicini in Karabakh. “Non vidi nessun militare turco dopo il viaggio in Azerbaigian”, disse. “A volte c’erano soldati azeri, ma erano a 200 metri dietro di noi”. Un militante della Sultan Sulatman Shah che fu in Azerbaigian per due mesi disse che i soldati azeri abusavano crudelmente dei mercenari siriani. “Onestamente, avevamo più paura degli azeri che degli armeni”, disse. “Avrebbero picchiato chiunque della SNA che avesse paura di andare in battaglia. Ci trattavano come cani. Le cose erano così male organizzate, soprattutto all’inizio”, continuava il combattente. “Alcuni dei reclutati nella SNA per l’Azerbaigian non avevano mai combattuto prima. Erano solo dei disperati che vivevano nei campi. E il coordinamento tra noi e l’esercito azero era terribile”. “Più di una volta, gli uomini dell’SNA furono colpiti per errore dall’artiglieria azera”, continuò. “Una volta, dopo che gli uomini furono colpiti dall’artiglieria, gli azeri li investirono accidentalmente con un blindato. Sette uomini ne morirono”.
Mahmud Azazi affermò che dopo due settimane di pesanti perdite subite, circa 500 militanti dell’SNA semplicemente si rifiutarono di combattere. “Dissero ai capi dell’SNA che non avrebbero puntato le armi contro nessuno e chiesero di essere rimpatriati. Quando i capi si rifiutarono, iniziarono a protestare minacciando di scappare dal campo e di scomparire in Azerbaigian, sapendo che gli azeri ne avevano davvero paura. Alla fine, tornarono in Siria circa 300 uomini. Furono arrestato i 10 uomini che ritenevano responsabili”.
Le condizioni brutali e le pesanti perdite non impedirono ai mercenari dell’SNA di replicare il cattivo comportamento avuto in Siria e Libia. “Ogni volta che ci trovavamo in una zona con case, gli uomini saccheggiavano tutto ciò che potevano. Si lamentavano del fatto che non era come la Libia. Non c’era niente da rubare”, disse Mahmud Azazi. “Alcuni siriani iniziarono a rubare mucche e pecore e a venderle a mediatori azeri”, aggiunse. “Ma questo fu molto inquietante per i soldati azeri, e li innervosì su cos’altro avrebbero potuto fare i siriani. Così stabilirono una regola secondo cui a nessun siriano era permesso lasciare il campo, mai, a meno che non andasse in battaglia”. Il pagamento promesso ai militanti SNA in Azerbaigian era di circa 2000 dollari al mese. Lo stesso importo promesso ai mercenari in Libia, anche se, secondo più di 50 uomini che combatterono da dicembre 2019, nessuno ebbe mai più di 400 dollari al mese. “I comandanti ci dissero quando tornammo in Siria che, se avessimo taciuto, avremmo ottenuto rapidamente ciò che ci era dovuto”, disse Azazi. “E sapemmo che i capi erano già stati pagati, e anche la maggior parte dei combattenti turcomanni”. A gennaio, la sorella di un militante della Sultan Murad dichiarò di non aver ancora ricevuto il risarcimento promesso dai funzionari dell’SNA per la morte del fratello, ucciso insieme a un capo della Sultao Murad nella seconda settimana del conflitto in Nagorno-Karabakh. “Questo è ciò che ci ha fatto il sultano, il califfo ottomano”, disse Azazi, con riferimento dispregiativo al presidente turco Erdogan. “Chissà dove saremo spediti la prossima volta. Sentiamo lo Yemen. Sentiamo il Qatar. Siamo come una forza usa e getta della Turchia nel raggiungere i suoi obiettivi. Siamo veterani, ma a nessuno importa se moriamo”.
“Tutti nel SNA, anche i fedeli alla Turchia, sanno che la Turchia non aiuta i siriani”, continuava. “Non sostengono la nostra rivoluzione [contro il Presidente Bashar al-Assad]. Perché la rivoluzione non c’è più. La Turchia l’ha distrutta e ora combattiamo per la Turchia. Giuro su Dio, sempre più di noi qui vorrebbe tornare indietro nel tempo, a vivere prima del 2011, prima della guerra. Perché vivere coll’autorità [della Turchia] sul collo, è peggio che vivere sotto Assad”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio