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Come è stata bloccata la nave-spia israeliana Helios Ray

Resumen Latinoamericano. 2 marzo 2021

Sentinel, società di immagini satellitari, pubblicava le foto della nave israeliana Helios Ray, attaccata il 25 febbraio mentre attraversava lo stretto di Hormuz, fiduciosa di essere riuscita a nascondere natura, appartenenza e missione. Le misteriose esplosioni che crearono due fori di 1,5 metri di diametro nella nave spia “israelina”, travestita da mercantile e nascosta dalla bandiera britannica, avvennero al largo delle coste dell’Oman, quando la nave aveva lasciato Dama, in Arabia Saudita, e si dirigeva, secondo essa, a Singapore. Ora, gli israeliani non possono parlare di una sola esplosione poiché le foto ne mostrano diverse. La notte dell’incidente, la nave stipata di dispositivi di intercettazione e spionaggio cercò persino, una volta avvenute le esplosioni, di lasciare il Mar Arabico recandosi nell’Oceano Indiano per farsi aiutare dalla flotta statunitense, ma l’attacco “fu così forte che i 28 membri dell’equipaggio, compresi gli ufficiali dell’intelligence israeliana, decisero di dirigersi nel porto emiratino di Fujairah. È vero che il porto degli Emirati avrebbe potuto essere la destinazione originale, poiché una delle missioni di Helios Ray era consegnare attrezzature spia agli Emirati. Tuttavia, l’avvertimento sembra sia stato ben compreso da Tel Aviv: silenzio radio sulla questione. Nessuno rivendicò le esplosioni, ma non è questo il problema. La cosa interessante è sapere come un gigante alto 36 metri, stipato di radar e sensori e che ha supporto satellitare, sia stato fermato improvvisamente, dimostrando, come dice Haaretz, che “gli autori avrebbero potuto fare di più e affondarla”.
Una delegazione di esperti israeliani arrivava a Dubai dopo che i membri dell’equipaggio lanciarono un SOS la notte dell’incidente chiedendo attracco urgente e riparazioni rapide. Alcune fonti suggeriscono che la nave logistica israeliana sia una “base dello spionaggio galleggiante” e che le esplosioni colpirono parti essenziali per la missione di spionaggio, con “una precisione senza precedenti”. La stampa sionista non parlava più di mina ma di “missili da crociera”, mentre continua a voler freneticamente collegare queste esplosioni e l’omicidio dello scienziato iraniano il 27 novembre da parte del Mossad, giurando che questa è la “risposta iraniana all’assassinio”, soprattutto perché il proprietario israeliano della nave è parente del capo del Mossad, Yossi Cohen. Tuttavia, l’attacco del 25 febbraio nel Mar Arabico va oltre la comprensione e gli esperti israeliani ancora non capiscono come gli aggressori abbiano colpito la nave da entrambi i lati, lasciando due fori di 1,5 metri di diametro, appena sopra la linea di galleggiamento. Indubbiamente, è per paura di non saperlo dando inavvertitamente “informazioni” alla parte opposta che “Israele” finora evitava di pubblicare le foto della nave, dove i punti dell’impatto sono visibili.
Yossi Cohen fa fatica a capire come gli “aggressori” si siano infiltrati così superbamente nel suo apparato di intelligence identificando la nave, il suo carico, rotta e soprattutto coordinare il tutto in modo che poco prima che compisse la missione (di spionaggio) venisse fermata. E poi una domanda particolarmente pericolosa: navi mercantili israeliane incontreranno ora la stessa sorte nel Golfo Persico, Mar Arabico, Mar Rosso ed Oceano Indiano? Cohen non conosce la risposta. Tutto quello che sa è che “Israele” ha scelto di rinunciare di partecipazione all’esposizione militare degli Emirati Arabi Uniti. Un canale televisivo israeliano fece una rivelazione interessante: “La ragione principale del rifiuto di Tel Aviv di partecipare alla mostra militare di Abu Dhabi non è il Covid-19, ma la paura di essere presa di mira dall’Iran. Mentre funzionari e forze armate del regime sionista annunciavano la cancellazione della partecipazione del regime alla mostra militare di Abu Dhabi a causa delle restrizioni sul Covid-19, il motivo di tale decisione sarebbe alquanto diverso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio