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Biden mette a punto il trombone saudita

Vladimir Platov, New Eastern Outlook 26.02.2021

Nessuno dubita oggi che Biden non sia un politico promettente, ma la sua amministrazione è a termine. In quanto tale non fa piani di vasta portata, per lui è importante cambiare il vettore della politica nordamericana, rifiutando, in particolare, l’“era Trump”. Quindi, nonostante il fatto che il nuovo capo della Casa Bianca non conti ovviamente su una permanenza a lungo termine alla guida del coro nordamericano, dal primo giorno ha iniziato a risintonizzare attivamente tutte le voci e gli strumenti disponibili, dal Corni tirolesi con Nord Stream-2 agli “strumenti” mediorientali, cogli interessi del Partito Democratico degli USA. Certo, non dimentica il trombone saudita, che tutti i presidenti degli Stati Uniti suonano attivamente, e si affrettava a rimetterlo al suo posto, facendo diverse dichiarazioni pubbliche sul divieto temporaneo di vendita di armi nordamericane all’Arabia Saudita e sul rifiuto di sostenere Riyadh nella guerra contro gli insorti nello Yemen. I democratici chiariscono che hanno i loro piani per l’Arabia Saudita. Ad esempio, Washington intende ridurre al minimo qualsiasi contatto diretto tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, dimostrando pubblicamente la fine dell'”immunità” che l’amministrazione Trump ha concesso all’Arabia Saudita su molte questioni, inclusa i diritti umani e la guerra nello Yemen. Quanto alla volontà di minimizzare i contatti personali tra Joe Biden e il principe ereditario, c’è chiaramente il timore di cadere in una situazione simile con bin Salman, per analogia, con lo scandalo per corruzione di Biden in Ucraina, che non è stato dimenticato. Soprattutto da quando, nel 2018, la stampa internazionale discuteva attivamente di bin Salman vantarsi col principe ereditario di Abu Dhabi Muhamad bin Zayad, secondo cui “il genero di Trump, Kushner era suo”. Quanto alla questione delle armi, la Casa Bianca vuole chiaramente collegarla alla necessità di sviluppare un concetto per i Paesi del Golfo Persico, ma non c’è ancora. Lo sviluppo di tale strategia coinvolgerà Iran, problema siriano e la Russia, il che richiederà del tempo.
L’intenzione di Biden di “risintonizzare” le relazioni USA-Arabia Saudita fu recentemente sottolineata dall’addetta stampa della Casa Bianca Jen Psaki: “Il popolo nordamericano si aspettava che la politica statunitense sulla partnership strategica coll’Arabia Saudita dia la priorità allo stato di diritto e al rispetto dei diritti umani. Di conseguenza, gli Stati Uniti coopereranno con l’Arabia Saudita dove le nostre priorità coincidono e non eviteranno di difendere interessi e valori statunitensi dove non avviene”. Tuttavia, è abbastanza chiaro che tale “riadattamento” delle relazioni non è altro che la fustigazione pubblica di Biden dei burattini che non sono completamente sotto suo controllo. Dopotutto, coll’amministrazione Biden è improbabile che si verifichi un grave deterioramento delle relazioni saudite-statunitensi sulla guerra in Yemen, perché questa guerra iniziò con Obama, e Biden era vicepresidente. Lo stesso si può dire delle vendite di armi all’Arabia Saudita, poiché fu l’ex-capo degli Stati Uniti Obama a vendere più armi al regno di qualsiasi predecessorr. Il rapporto tra Riyadh e Washington è storico, profondo, duraturo e strategico, non soggetto a cambiamenti per il cambio di presidente. Sì, le critiche pre-elettorali di Biden all’Arabia Saudita e, in particolare, al principe Muhamaed bin Salman indussero Riyadh a pensare di costruire una rinnovata “politica corretta” con Washington, quindi l’Arabia Saudita fu l’ultimo Paese del Golfo a congratularsi col neoeletto presidente degli Stati Uniti per la vittoria elettorale. Ma anche Riyadh è ben consapevole che sia improbabile che Biden cambi il rapporto USA-Arabia Saudita, molto probabilmente fa solo richieste più dure per il continuo sostegno nordamericano. Ad esempio, potrebbe richiedere il rilascio dei difensori dei diritti delle donne e altre questioni sui diritti umani, Riyadh è più attivo nel riavvicinamento con Israele, e più coinvolto nella guerra d’informazione contro l’Iran. In particolare, il prossimo passo in questa “risintonizzazione” del regime saudita, l’imminente rapporto al Congresso sull’omicidio nel 2018 del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi da parte di associati alla famiglia reale, era abbastanza atteso a Riyadh. Probabilmente valuterà il coinvolgimento del principe ereditario, che la Casa Bianca già cerca di ritrarre come un paria. In questo caso, sulla base della natura indisciplinata degli Stati Uniti, ci sono indizi che il miglior risultato per l’Arabia Saudita sarà sua rimozione e isolamento nel castello in Francia, sebbene non venga data alcuna considerazione a come tale situazione sarebbe interpretata dal principe ereditario Muhamad. Tanto più che suo padre è in età avanzata e ha gravi problemi di salute, e poiché l’erede al trono fu ripetutamente accusato di aver cercato di persuaderlo a rinunciare “volontariamente” al trono.
È noto quanto categoricamente le autorità in Arabia Saudita fossero contrarie ai diritti delle donne, considerandoli incoerente coi principi dell’Islam. Tuttavia, ricordando il cambio di potere alla Casa Bianca, le attiviste per i diritti umani Lujain al-Qazlul e Nuf Abdalaziz furono rilasciati l’altro giorno. Queste donne furono arrestate lo scorso anno al culmine della campagna contro i difensori dei diritti umani. Il presidente Biden già rispose approvando la mossa, dimostrando a Riyadh che “sarà adeguatamente valutata a Washington”. Percependo nuovi venti da Washington, altri attivisti sauditi per i diritti umani si univano a screditare le politiche del principe ereditario Muhamad bin Salman. Secondo Arabi 21, Madawi al-Rashid, portavoce del partito di opposizione saudita Tajamu al-Watani (Assemblea popolare), affermava la necessità di porre fine al tormento causato dal governo di bin Salman, sottolineando che “con l’arrivo del nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden al potere, non ci si può aspettare che intraprenda alcuna azione repressiva contro il popolo saudita”. L’intenzione dell’amministrazione Biden di sottoporre al Congresso un rapporto della CIA sulle circostanze dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi rientra nella “risintonizzazione”. Dato che i democratici hanno la maggioranza al Congresso, si può presumere che Biden avrà spazio di manovra in questa materia per ottenere ulteriori concessioni dal regno, usando questo caso come potente argomento per influenzare Riyadh.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio