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La nuova amministrazione Biden vuole ripetere gli errori degli USA

James Oneill, New Eastern Outlook 23.02.2021

Quando Joe Biden fu eletto presidente degli Stati Uniti nel novembre 2020, promise un approccio diverso alle politiche estere perseguite dal predecessore Donald Trump. Queste promesse furono generalmente accolte con favore, anche se osservatori esperti sollecitarono cautela. Il nuovo presidente aveva una lunga storia in guerre e alcuni erano scettici sul fatto che il leopardo avesse davvero cambiato le sue macchie. Ora, dopo che Biden è in carica da appena un mese, gli scettici sembrano avere ragione. La prova che il nuovo Biden fosse in gran parte replica del vecchio Biden diventa di giorno in giorno più evidente nella condotta degli affari esteri. Prima di lasciare l’incarico, Trump promise il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan entro maggio. Tacque sul destino delle forze statunitensi che non facevano parte dell’establishment militare formale, e il loro numero è effettivamente aumentato fino al 2020. Tuttavia, l’annuncio fu visto come autentico sforzo di Trump per ridurre il coinvolgimento degli Stati Uniti in guerre estere. Quella promessa è stata abbandonata da Biden. Il suo capovolgimento nella politica di Trump di ridurre le forze militari statunitensi in Afghanistan non era affatto sorprendente. Come è tipico dei media mainstream degli Stati Uniti, le vere ragioni del cambio di opinione degli Stati Uniti non sono menzionate. Le truppe degli Stati Uniti restano in Afghanistan per tre ragioni principali.
Il primo motivo è continuare a sostenere la leadership politica del Primo Ministro del Paese, che sa di aver i giorni contati coll’eventualità di un effettivo ritiro degli Stati Uniti. È davvero poco più del sindaco di Kabul, coi taliban che controllano più del 60% delle campagne. I taliban dal canto loro hanno ammorbidito la propria posizione nei confronti dell’istruzione della popolazione femminile e sembrano conservare almeno alcune libertà conquistate negli anni dell’occupazione nordamericana.
La seconda ragione è la geografia dell’Afghanistan. Condivide i confini con sette Stati, alcuno dei quali alleato degli Stati Uniti e uno, la Cina, percepito dall’amministrazione Biden come minaccia assoluta all’egemonia degli Stati Uniti in Asia. È assai improbabile che questo fattore cambi, nonostante i tentativi sempre più disperati degli Stati Uniti di sostenere la propria posizione in Asia. Parte di tale disperazione si manifesta nei tentativi ravvivati dagli Stati Uniti (prima sotto l’amministrazione Obama, con Biden vicepresidente) di creare una “NATO asiatica”, promuovendo un’alleanza anti-cinese tra Stati Uniti, India, Giappone e l’Australia. Tale misura ha un successo limitato. Il commercio del Giappone con la Cina è aumentato del 20% a gennaio rispetto a gennaio 2020, e nonostante il lungo e difficile rapporto Cina-Giappone, quest’ultimo sa quale parte del pane è imburrata e alla fine sceglierà il successo economico ai sempre più dubbiosi vantaggi dell’alleanza degli Stati Uniti, imposta dopo la seconda guerra mondiale e rimasta caso di socio maggioritario contro minoritario per 75 anni. Data una libera scelta, i sondaggi suggeriscono sempre più che il Giappone vede un futuro economico legato alla crescente forza della Cina piuttosto che agli Stati Uniti in declino. Anche il Giappone deve affrontare una grave crisi demografica, con 500000 morti in più rispetto alle nascite nel 2019. Per un Paese storicamente riluttante ad accettare l’immigrazione come soluzione, le prospettive demografiche rimangono sempre più serie. Tale demografia tempererà qualsiasi ambizione giapponese nell’interventismo militare.
La terza ragione per cui l’amministrazione Biden rimane in Afghanistan è l’unico fattore mai discusso dai media mainstream: il ruolo cruciale del Paese nel fornire il 90% dell’eroina mondiale di, il 70% della quale esportata dalla CIA, fornendo a tale organizzazione una quantità notevole di entrate “non contabili”, nonché un enorme potere.
La seconda area in cui è improbabile che l’amministrazione Biden cambi in modo significativo dall’amministrazione Trump è l’Iran. Biden diede voce sul rientro nel JCPOA che l’amministrazione Trump abbandonò attaccando in modo incondizionato l’economia iraniana. Meno pubblicizzato è il fatto che l’amministrazione Biden subordini l’adesione all’accordo a cambiamenti politici dell’Iran. Quest’ultimo Paese, non a caso, chiariva che non intende seguire le condizioni nordamericane legate al rientro di essi nell’accordo. La principale precondizione pretesa dai nordamericani è che l’Iran cessi l’arricchimento dell’uranio, attualmente al 20%. Questo ha ovviamente innescato l’allarme israeliano sulle ambizioni nucleari dell’Iran. Se si dovesse credere agli israeliani, che da anni ripetono lo stesso mantra, l’Iran è sul punto di produrre l’arma nucleare. Non solo non c’è assolutamente alcuna prova dell’ambizione iraniana di armarsi nucleari, ma tali pretese israeliane non vengono mai considerate dall’ovvia domanda: perché Israele dovrebbe mantenere il monopolio in Medio Oriente delle armi nucleari. È il rifiuto dell’occidente di affrontare la realtà che rende tutte le sue dichiarazioni sull’Iran ipocrite. L’Iran non ha alcun incentivo a soccombere alle richieste degli Stati Uniti ed è improbabile che lo faccia. Negli ultimi anni ha forgiato legami sempre più stretti con Russia e Cina, che non condividono l’ossessione dell’occidente sulle presunte ambizioni nucleari dell’Iran. I tre Paesi si sono recentemente impegnati nelle prime esercitazioni militari navali congiunte. Questa relazione crescerò negli anni futuri. Gli iraniani sono anche acutamente consapevoli che Biden prevede di aumentare il coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Iraq, con la maggior parte delle 10000 truppe proposte di stanza al confine iraniano. Ancora una volta, questo è un allontanamento dalla politica dell’amministrazione Trump. Sebbene non si possa mai considerare la politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran come amichevole con Trump, non fu accompagnata da mosse militari palesi come quelle intraprese dall’amministrazione Biden. Gli Stati Uniti semplicemente ignorano una richiesta del gennaio 2019 del parlamento iracheno che le truppe statunitensi lasciassero il Paese, e non c’è nulla nelle parole o azioni dell’amministrazione Biden che riveli il riconoscimento delle legittime richieste del governo sovrano iracheno. L’esperienza irachena dimostra ancora una volta che la cosa più difficile da ottenere per una nazione sovrana è la rimozione di truppe statunitensi sgradite, e in questo caso occupanti illegalmente.
Se c’è un punto luminoso in tale orizzonte è il risultato del recente incontro della nazione del Gruppo dei Sette. Biden fu singolarmente infruttuoso nel persuadere i suoi omologhi europei a unirsi alla crociata contro la Cina. Le nazioni europee sanno in sostanza bene da che parte soffiano i venti geopolitici. Sicuramente a favore della Cina, e questo è improbabile che cambi nel prossimo futuro. È improbabile che l’amministrazione Biden accetti docilmente la sconfitta e senza dubbio continuerà le sue politiche anti-cinesi. Qui c’è il pericolo più grave per la pace mondiale: l’incapacità nordamericana di riconoscere e accettare che il suo potere è radicalmente diminuito. Il mondo è stanco dell’egemonia degli Stati Uniti e prima i nordamericani riconoscono questo fatto, meglio è per tutti.

James O’Neill, ex-avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio