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Gli Stati Uniti usano la Guyana per molestare il Venezuela

Andrés Gaudin, Internationalist 360° 21 febbraio 2021

Il governo venezuelano è impegnato a difendere la rivendicazione del Paese sulla Striscia di Essequibo. (Stampa presidenziale)
Il petrolio è sempre il grande desiderio e le società mappano il terreno per Biden. Una volta che l’attrezzatura militare diretta viene esclusa, inseriscono un cuneo nella vecchia disputa di confine mentre persistono azioni destabilizzanti. Da quando la nuova Assemblea Legislativa del Venezuela si insediò (5 gennaio) e Joe Biden prese possesso della Casa Bianca (20 gennaio) nel pieno di un tumultuoso tentativo di colpo di Stato, ci furono movimenti di pezzi sullo scacchiere globale. La diplomazia non conta più. La flotta statunitense effettuò nuove manovre con la Guyana su acque sovrane in conflitto col Venezuela (9 gennaio) e la USCGC Stone, nuova stella della IV Flotta, effettuò la sua navigazione inaugurale sulla giurisdizione marittima di diversi Paesi del Sud Atlantico, in entrambi i casi col pretesto di reprimere la pesca illegale. In questo contesto, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) delle Nazioni Unite si dichiarò competente ad intervenire nella centenaria disputa territoriale tra Guyana e Venezuela in cui non ha nulla a che fare, e la Guyana si unì al gioco degli Stati Uniti e delle suoi grandi compagnie petrolifere per “fabbricare” il conflitto. L’obiettivo è sempre il Venezuela, territorio in cui Biden ha una storia che risale al 2015, quando da vicepresidente di Barack Obama redasse l’insolito decreto che definiva il governo di Nicolás Maduro come “insolita e straordinaria minaccia alla sicurezza” degli Stati Uniti. Ora forse l’opzione militare per rovesciare il governo di Caracas è stata scartata, ma persistono azioni destabilizzanti, sanzioni economiche, vessazioni diplomatiche, blocco e confisca dei beni venezuelani all’estero. In tale contesto, il Venezuela ha trattenuto due pescherecci della Guyana che operavano nelle sue acque. La sfiducia di Caracas ha le sue ragioni. Dopo che l’ICJ decise di agire nel conflitto tra i vicini sull’Essequibo, territorio di 159500 chilometri quadrati in una zona mineraria e forestale, la Guyana ebbe il sostegno esplicito degli Stati Uniti e della compagnia petrolifera Exxon Mobil, che rese la sua legge aziendale disponibile.
Il movimento dei pescherecci fu abbastanza grottesco ma le onde si placarono non appena il Venezuela rilasciò i lavoratori delle navi, Lady Nayera e Sea Wolf. Per ora le pressioni continuano a puntare allo strangolamento economico, ma in Europa come negli USA ci sono settori che immaginano un dialogo tra il governo venezuelano e l’opposizione venezuelana. Un numero crescente di Paesi non riconosce più lo status di Juan Guaidó come presidente ad interim e l’opposizione continua a sgretolarsi. Anche Henrique Capriles, due volte candidato alla presidenza, squalificò Guaidó ed elogiò “i Paesi democratici che insistono nella ricerca di una soluzione politica pacifica e negoziata”. Ma le compagnie petrolifere statunitensi. fondamentalmente Exxon Mobil. giocano un gioco diverso. Il motivo è molto semplice: dopo la scoperta di un promettente giacimento petrolifero nelle acque dell’area contesa, la compagnia ha proseguito le sue esplorazioni e non le resta che entrare a pieno titolo nella giurisdizione venezuelana. Gli Stati Uniti vedono nella radicalizzazione della disputa della sovranità un altro meccanismo di pressione contro il governo Maduro, dopo il fallimento del maldestro tentativo di Trump di intronizzare Guaidó. Biden, col suo ribadito sostegno alla Guyana nell’istanza aperta all’ICJ, sembra scommettere su uno scontro prolungato che rafforzi l’assedio economico e diplomatico imposto a Caracas.
In un’intervista all’agenzia Sputnik, il politologo venezuelano William Serafino notava che alcuna analisi “può perdere di vista il fatto che gli Stati Uniti hanno un preciso interesse geopolitico nell’area, coll’obiettivo di rafforzare la propria presenza nei Caraibi per limitare i movimenti della Cina, potenza orientale che guadagna terreno in investimenti e scambi commerciali”. L’esperto ritiene che gli Stati Uniti definiscano una strategia di provocazione costante e crescente. E disse che ciò fu ratificato dalla recente visita in Guyana del capo del comando meridionale, ammiraglio Craig Faller, allo scopo di rendere praticabili accordi militari, forniture di armi e addestramento alle forze della Guyana. Il portale spagnolo infodefensa rivelava che le esercitazioni militari si conclusero con la firma di un accordo di cooperazione che prevede, nello specifico, la consegna di equipaggiamenti e armamenti per moltiplicare la capacità militare del Paese in caso di emergenza. Per quanto se ne sa, al di là della disputa col Venezuela, che quest’ultimo insiste a risolvere attraverso il dialogo, la Guyana non ha nemici.

Autodeterminazione
Se fosse vero che Joe Biden si è insediato alla Casa Bianca intriso di nuovo spirito, e voleva dimenticare l’istigazione all’odio di Donald Trump in quattro anni in carica, approvato da 70 milioni di nordamericani e commandos paramilitari come quelli che attaccarono il Congresso il 6 gennaio, avrebbe dovuto adottare l’ordine del giorno che non è nei suoi piani immediati. Nessun presidente degli Stati Uniti potrà proclamare che la grande potenza rispetterà l’autodeterminazione dei popoli o smetterà di intervenire nella vita dei Paesi latinoamericani. L’Osservatorio per la chiusura della School of the Americas, entità negli Stati Uniti ed estesa al Sud America, propose un’agenda minima, non basilare, che Biden dovrebbe promuovere se davvero vuole un cambiamento nelle relazioni con la regione. Tra gli altri punti propone: “La fine dell’addestramento militare e di polizia delle truppe latinoamericane presso la famigerata e sinistra School of the Americas, o qualsiasi altra accademia che promuove violenze e guerra; chiusura delle basi piazzate in America Latina, compresa Guantanamo, e ritorno a Cuba del territorio usurpato dal 1903; chiusura di tutte le istituzioni dove si sviluppano armi biologiche, compreso il Centro di ricerca sulle malattie tropicali dell’US Navy in Perù e la sua affiliata nella base militare di Soto Cano in Honduras; la fine della politica dei blocchi, minacce e interventi negli affari di altri Paesi, in particolare il Venezuela, dove le sanzioni economiche sono un crimine di guerra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio