Crea sito

Collegare i punti: Iran e Cina e la sfida all’egemonia degli Stati Uniti

Qiao Collective, 18 gennaio 2020La Cina fornisce l’ancora di salvezza economica e politica cruciale all’Iran e altre nazioni prese di mira dalle sanzioni statunitensi. La cosiddetta “guerra commerciale” degli Stati Uniti contro la Cina potrebbe cambiare la situazione.
La rinnovata minaccia di una vera e propria guerra coll’Iran nelle prime settimane del 2020 che mobilitò la sinistra pacifista statunitense. Il 3 gennaio, gli Stati Uniti usarono un drone per assassinare il generale iraniano Qasem Soleimani a Baghdad, in Iraq. Il giorno dopo, migliaia di manifestanti si radunarono in decine di città nordamericane a seguito dell’appello della ANSWER Coalition (Act Now to Stop War and End Racism). Nel frattempo, i democratici fecero tiepide critiche nonostante poche settimane prima del voto approvando l’enorme budget militare di 738 miliardi di dollari del presidente Trump, e respingendo un emendamento dei rappresentanti Khanna (D-CA) e Sanders (D-VT) che avrebbe tagliato i finanziamenti all’azione armata contro in Iran o altrove senza l’approvazione del Congresso. Tra queste contestazioni di sinistra e liberali e nonostante l’attacco missilistico iraniano di rappresaglia su una base statunitense in Iraq, il presidente Trump chiese diplomazia e affermò che gli Stati Uniti “sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano”. La minaccia di ulteriori azioni militari statunitensi all’Iran poteva diminuire a breve termine. Ma la realtà è che gli Stati Uniti erano in guerra con l’Iran da molto prima dell’attacco a Soleimani, ma non utilizzavano tattiche di guerra riconosciute da molti come tali. Da quando l’amministrazione Trump annunciò il ritiro dall’accordo nucleare iraniano del 2015 nel maggio 2018 e ripristinò le sanzioni contro l’Iran a novembre, gli Stati Uniti si impegnavano nuovamente in una “guerra ibrida” volta a paralizzare l’economia iraniana ed isolare la nazione dal commercio internazionale. Tale concetto di guerra ibrida, che dispiega disinformazione, sanzioni economiche, coercizione e manipolazione politica per promuovere gli interessi degli Stati Uniti senza l’intervento militare, è cruciale per comprendere l’aggressione degli Stati Uniti all’Iran e il suo significato nel sistema mondiale.
L’obiettivo delle sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran è chiaro: come segretario di Stato Mike Pompeo lo chiarì, cercano di “far morire di fame il regime”, “accelerare il rapido declino” dei suoi scambi internazionali, e “ripristinare la democrazia”. Non solo le sanzioni unilaterali inseriscono nella lista nera 50 banche iraniane e centinaia di individui, navi, aerei e il settore energetico iraniano, puntano ad azzerare le esportazioni di petrolio dell’Iran esercitando il dominio economico globale degli Stati Uniti e minacciando di penalizzare le società straniere e gli Stati che continuano a fare affari coll’Iran. Come minacciava Pompeo: “Se una società elude il nostro regime di sanzioni e continua segretamente a “fare affari coll’Iran”, gli Stati Uniti imporranno multe severe e rapide, comprese potenziali sanzioni”. L’impatto di tale abuso di potere degli Stati Uniti non è altro che crisi umanitaria: i prezzi dei prodotti alimentari sono rapidamente saliti alle stelle dopo l’annuncio di nuove sanzioni e testimonianze di studenti, medici, pazienti e altri iraniani descrissero
gravi limitazioni all’accesso a istruzione, medicina ed assistenza sanitaria sotto le sanzioni statunitensi. In un discorso sulla sicurezza ad Ufa, in Russia, il capo del Consiglio supremo della sicurezza nazionale iraniano Ali Shamkhani giustamente descrisse le sanzioni statunitensi come violazione della sovranità nazionale e forma di “terrorismo economico”. Allora perché intensificare l’azione militare quando le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e applicate dalle organizzazioni finanziarie internazionali hanno già devastato l’economia iraniana? Una risposta parziale erano i legami sempre più profondi dell’Iran con la Cina, la cui iniezione di capitali e promesse di sostegno militare erano l’ancora di salvezza per Teheran politicamente isolata. Gli Stati Uniti sono sempre più minacciati dalla nuova alleanza politica globale guidata da Cina, Iran e Russia con Paesi come Bolivia, Venezuela e Cuba. Rafforzata da anni di meticolosa cooperazione economica, militare e politica e forgiato nelle comuni circostanze della vittimizzazione dalla politica estera antagonista degli Stati Uniti, questo blocco di potenze minaccia l’egemonia degli Stati Uniti sull’ordine globale.
Innanzitutto, gli accordi economici cino-iraniani hanno minato le sanzioni statunitensi e integrato l’Iran in una zona economica eurasiatica guidata dalla Cina che gli Stati Uniti ritengono minaccia imminente. Nel 2016, il Presidente Hassan Rohani annunciò durante la visita del Presidente Xi Jinping che Iran e Cina avevano creato un’alleanza politica e commerciale da 600 miliardi di dollari. Durante la visita di Xi, il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei dichiarò: “Teheran cerca la cooperazione con Paesi indipendenti” perché “gli iraniani non si sono mai fidati dell’occidente”. L’accordo storico rese esplicito che la Cina condivide conoscenza e fornirà assistenza nella costruzione di infrastrutture critiche come ospedali, ferrovie e strade in Iran. Nel settembre 2019, i due Paesi aggiornarono l’accordo del 2016 che include un investimento di 400 miliardi di dollari concentrato nel petrolio, gas e infrastrutture iraniani, condannando le sanzioni statunitensi. Nel frattempo, dall’inizio del 2019 funzionari cinesi e iraniani annunciarono la cooperazione congiunta nella Belt and Road Initiative cinese, enorme progetto di infrastrutture e commercio da trilioni di dollari che collega i mercati dell’Asia orientale e centrale, del Medio Oriente e dell’Europa. (L’Iraq annunciò l’intenzione di aderire alla BRI nel 2019, per la costernazione dei strateghi degli Stati Uniti). La Cina arrivò a spegnere radar e sonar delle petrolifere quando entravano nel Golfo Persico al fine di evitare il rilevamento militare statunitense e ulteriori minacce per la “violazione” delle sanzioni statunitensi. Tra l’aggressione degli Stati Uniti all’Iran e le sanzioni paralizzanti che prendono di mira le forniture mediche e uccidendo innumerevoli iraniani, l’alleanza politica e l’accordo commerciale sono l’ancora di salvezza cruciale per l’Iran e il suo popolo, fornendo la base materiale per ciò che il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif elogiò la visione condivisa di la Cina ed Iran su sovranità, pace e progresso.
Mentre la Cina si è dimostrata un alleato inestimabile dell’Iran e del suo popolo, l’Iran, in quanto nazione ricca di petrolio situata al centro della rotta commerciale della BRI, rappresenta un alleato strategico della Cina. Escluso dai mercati finanziari occidentali, l’Iran si è rivolto alla Cina come partner economico. E a differenza del terrorismo economico statunitense volto a minare l’autonomia politica dell’Iran, l’accordo cino-iraniano da 400 miliardi di dollari dà semplicemente alle aziende statali cinesi il diritto di prelazione nei progetti petrolchimici iraniani. (Ironia della sorte, i media statunitensi insistono sul fatto che queste politiche economiche sono predatorie). Date le gravi trepidazioni del governo degli Stati Uniti sul potenziale della BRI di decentrare l’egemonia economica globale dagli Stati Uniti, ha senso che essi cercassero modi di minare la cooperazione iraniano-cinese. I capi statunitensi già fecero pressioni sugli alleati in Europa e Asia per respingere gli investimenti cinesi e minacciarono di interrompere la condivisione di informazioni cogli alleati che accettano la tecnologia 5G cinese di Huawei. Nonostante controllino istituzioni finanziarie mondiali come FMI e Banca Mondiale i cui prestiti per l’adeguamento strutturale privatizzarono e destabilizzarono le economie in via di sviluppo nel mondo, gli Stati Uniti denunciarono “l’approccio predatorio agli investimenti” della Cina e minacciarono gli alleati di scegliere da che parte stare. Ma i legami dell’Iran coi rivali statunitensi come Cina e Russia non sono solo economici. Pochi giorni prima dell’assassinio di Solemaini, Iran, Cina e Russia svolsero esercitazioni navali congiunte nel Golfo di Oman, “normale scambio militare” che rifletteva “volontà e capacità delle nazioni di mantenere insieme la pace mondiale e la sicurezza marittima”, disse il portavoce della Difesa cinese Wu Qian. Il comandante della Marina iraniana, Contrammiraglio Hossein Khanzadi, dichiarò che gli Stati Uniti e alcuni alleati organizzarono un tentativo fallito di sabotare l’esercitazione navale congiunta. E il 6 gennaio, il primo ministro iracheno accolse l’ambasciatore cinese Zhang Tao, che comunicò la disponibilità di Pechino a fornire assistenza militare nonostante il rifiuto degli Stati Uniti di cooperare col parlamento iracheno.
Sfortunatamente, il costante sostegno della Cina alle vittime del terrorismo economico statunitense passava in gran parte inosservato dagli autodefiniti esponenti della sinistra occidentale. La sinistra statunitense in particolare, non faceva un’analisi sistematica che mettesse in relazione l’aggressione degli Stati Uniti in Bolivia, Venezuela, Iran e Iraq, evitando invece la resistenza reattiva, caso per caso, ai vari colpi di Stato, attacchi aerei e aggressioni che si verificano. Mentre i sostenitori della lotta alla guerra degli Stati Uniti si mobilitarono rapidamente per rispondere a forme palesi di intervento imperialista, l’uso della violenza militare in Iran o il colpo di Stato boliviano del 2019, per esempio, non collegava i punti tra questi casi e l’emergere di un blocco di potenze globale che sfida l’egemonia degli Stati Uniti, dove la Cina ha un ruolo chiave e coerente. In effetti, la Cina provvide una ricorrente ancora di salvezza militare economica, politica a nazioni come il Venezuela (dove la Cina rimane un importante acquirente di petrolio, nonostante le sanzioni statunitensi), la Bolivia (dove il governo di Evo Morales respinse le società transnazionali occidentali e collaborava con aziende statali cinesi per nazionalizzare l’industria del litio della Bolivia) e la Corea democratica (dove la Cina fornisce aiuti alimentari di fondamentale importanza e sosteneva l’allentamento delle sanzioni statunitensi) poiché queste nazioni tentavano di sopravvivere alle sanzioni statunitensi, espellere il capitale occidentale, nazionalizzare le industrie chiave e tracciare una rotta indipendente dall’ordine mondiale degli Stati Uniti.
L’incapacità della sinistra statunitense di comprendere la Cina come alleato provato delle nazioni lottano contro lo stivale dell’impero statunitense è un enorme fallimento strategico. Invece, i progressisti statunitensi invocano false equivalenze “da entrambe le parti” equiparando la struttura di potere globale degli Stati Uniti reale ed egemonica col vago, potenziale spettro dell'”imperialismo cinese”. In base a tale argomento, l’aiuto vitaòe economico cinese fornito a Iran, Venezuela e altre nazioni escluse dai mercati globali dalle sanzioni statunitensi sono semplicemente un gioco di potere opportunistico, che sostituirebbe la sottomissione di queste nazioni dal potere imperiale occidentale a un nuovo, apparentemente ugualmente brutale, potere cinese. Il fatto che tali facili scuse abbiano sostegno nella sinistra statunitense, si dimostrava una debolezza critica nella capacità di fare più di una risposta puramente reattiva all’aggressione statunitense. Certamente, gli scettici sosterranno che la Cina trae vantaggio dai legami economici con le vittime dell’aggressione degli Stati Uniti, ma questo ignora sia i fatti ovvi che il vantaggio reciproco è il fondamento di tutte le relazioni internazionali e che la Cina fu costantemente presa di mira da sanzioni secondarie, propaganda e paura degli Stati Uniti per l’audacia nel contestare la politica statunitense in Medio Oriente, America Latina e oltre. L’incapacità della sinistra statunitense di sfidare, e anzi la sua tendenza a ripetere, la retorica antagonista contro la Cina è fondamentalmente contraddittoria con la sua dichiarata solidarietà con nazioni come Iran, Bolivia e Venezuela. L’idea che la Cina cerchi di trarre vantaggio “ingiustamente” dalle brutali sanzioni statunitensi contro nazioni come l’Iran ignra il fatto che gli Stati Uniti intensificavano la guerra ibrida contro la Cina per punirla per aver osato “violare” le sanzioni statunitensi. In effetti, gli Stati Uniti ripetutamente sanzionarono le società e le banche cinesi, private e statali, per commercio e aiuti ad entità iraniane. In effetti, la cosiddetta “guerra commerciale” USA-Cina, nonostante abbia poca attenzione dalla sinistra, è parte integrante dei tentativi statunitensi di minare la capacità della Cina di aiutare l’Iran ed altri obiettivi della guerra ibrida statunitense. Cogli obiettivi espliciti di minare il controllo economico dello Stato cinese, privatizzare le industrie chiave e costringere la Cina a rimuover le restrizioni al capitale straniero e alla proprietà delle società, la guerra commerciale minaccia di destabilizzare il ruolo della Cina come ancora di salvezza economica di Iran, Venezuela e il resto del sud del mondo. Le industrie finanziarie, petrolifere e minerarie, obiettivi chiave della privatizzazione durante i negoziati della guerra commerciale, sono cruciali per la capacità della Cina di acquistare petrolio iraniano e assistere i Paesi latinoamericani nel fornire alternative agli investimenti di capitale occidentali per le loro industrie minerarie e delle risorse naturali. Senza il pieno controllo statale sulle industrie finanziarie, petrolifere e minerarie, la Cina potrebbe perdere il controllo di esse a favore di società occidentali e alla fine perdere la capacità di agire rapidamente e sfruttare quelle industrie sfidando le sanzioni statunitensi sulle industrie petrolifere e minerarie delle nazioni del Sud del mondo come Venezuela, Bolivia ed Iran. Mentre i media degli Stati Uniti celebrano il rallentamento dell’economia cinese e il danno che la guerra commerciale causa ai cinesi mentre sbavano sulla prospettiva del dominio finanziario degli Stati Uniti sui mercati cinesi, diventava chiaro che probabile obiettivo degli Stati Uniti era utilizzare la guerra commerciale non solo per “aprire” le industrie nazionali di proprietà statale della Cina agli investimenti occidentali, ma anche di minarne la leadership nell’unico blocco geopolitico che rappresenti la vera sfida all’egemonia globale degli Stati Uniti.
Inoltre, gli Stati Uniti utilizzano le finte preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani come cavallo di Troia per il loro regime di sanzioni contro i presunti “Stati canaglia”. I progetti di legge apparentemente progressisti come l’Hong Kong Freedom and Democracy Act, che ebbe sostegno bipartisan quasi unanime alla Camera e al Senato degli Stati Uniti, includono disposizioni che imporrebbero a Hong Kong di rispettare le sanzioni statunitensi contro Iran e Corea democratica, fornendo al contempo copertura ad ulteriori sanzioni a individui e imprese cinesi e divieto ai cinesi di entrare negli Stati Uniti, l’unica opposizione alla Camera era di Thomas Massie (R-KY), che dichiarò la sua coerente opposizione alle sanzioni che “[si immischiano] negli affari interni dei Paesi stranieri” e “invita quei governi a immischiarsi nei nostri affari”. Supportata ampiamente da autoproclamati gruppi progressisti e di sinistra negli Stati Uniti, la legislazione è un esempio da manuale di come gli Stati Uniti usano il linguaggio della democrazia e dei diritti umani all’estero come copertura per le ritorsioni contro i rivali geopolitici e promuovere i propri abusi dei diritti umani con sanzioni punitive. È importante notare che tale guerra economica fu accompagnata dalla segreta escalation del “perno dell’Asia” dell’era Obama, cercando di contenere la crescente influenza della Cina attraverso la politica militare ed economica. Il capo del Pentagono aveva definito la Cina sua nuova “massima priorità” e nel gennaio 2020 l’esercito nordamericano annunciò due nuove task force regionali per combattere la “minaccia strategica” della Cina concentrandosi sulla “guerra non convenzionale” per creare il “vantaggio asimmetrico” degli Stati Uniti in caso di conflitto. Il dipartimento della Difesa aveva designato il Pacifico come “teatro prioritario” e conduce esercitazioni militari di routine in Giappone e Corea del Sud vendendo 2 miliardi di dollari in armi a Taiwan nel solo 2019. Tale escalation del potere militare statunitense in Asia con la logica di “contenere la Cina” chiarisce che l’opposizione all’antagonismo degli Stati Uniti verso la Cina è fondamentale per le future speranze di pace e smilitarizzazione in Asia e Pacifico.
Per lanciare una seria sfida all’impero nordamericano, il movimento contro la guerra degli Stati Uniti deve comprendere i termini dell’impegno: il terrorismo economico attraverso sanzioni ed isolamento politico e destabilizzazione furono i metodi principali dell’imperialismo statunitense. Spesso oscurata da evidenti atti di violenza militare, la guerra ibrida statunitense condotta non solo contro l’Iran ma contro Venezuela, Bolivia, Corea democratica, la Cina è la principale contraddizione che affronta la lotta globale all’imperialismo. Per troppo tempo, i critici statunitensi dell’impero nordamericano elusero la derisoriamente definita “questione cinese” a favore delle false equivalenze e della ripetizione della propaganda degli Stati Uniti. Ma dietro la retorica della Guerra Fredda, la Cina si è dimostrata un alleato strategico di innumerevoli nazioni a cui la sinistra statunitense rivendica solidarietà. Resta da vedere se il movimento contro la guerra degli Stati Uniti si solleverà per opporsi all’aggressione alla Cina volta a minarne la capacità di sostenere Iran, Bolivia, Corea democratica e le vittime dell’imperialismo statunitense.

Traduzione di Alessandro Lattanzio