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Alzare lo stendardo: fascismo, imperialismo e anticomunismo nelle rivolte di Capitol Hill

Qiao Collective

Le bandiere degli Stati clienti degli Stati Uniti, dei regimi anticomunisti e degli Stati-fantoccio pre-rivoluzione punteggiavano il mare di cappelli MAGA e bandiere confederate delle folle di Capitol Hill. Dare un senso al perché richiede comprensione della convergenza tra imperialismo all’estero e fascismo in patria.
Il 6 gennaio 2021, in un piano d’azione premeditato per “fermare il furto” delle elezioni presidenziali di novembre che veniva certificato dal Congresso, migliaia di sostenitori di Trump assaltarono l’edificio del Campidoglio a Washington, DC, incontrando una polizia conciliante che letteralmente “apriva i cancelli” con l’occhiolino e un cenno del capo, e la folla invase la sede del potere statunitense, occupando Camera e Senato e scattando selfie negli uffici abbandonati di Nancy Pelosi e di altri oppositori democratici. L'”insurrezione” era una mera dichiarazione dell’estremismo suprematista bianco: dalle felpe di Auschwitz agli assurdi costumi vichinghi, l’estetica del fascismo razziale dominava il quadro. Eppure, oltre ai simboli espliciti della supremazia bianca, il quadro era disseminato di curiosi simboli di solidarietà internazionale: le bandiere che rappresentavano l’ex-Vietnam del Sud, India, Giappone, Cuba pre-rivoluzionaria, Hong Kong e l’indipendenza tibetana, tra gli altri, tutte viste nei vari filmati del caos. Tale dimensione multiculturale di una manifestazione apertamente suprematista bianca non è una contraddizione: piuttosto, riflette la convergenza tra imperialismo all’estero e fascismo in patria. I commentatori liberali espressero ipocrita sgomento per il vandalismo della “nostra” “icona della democrazia “, preoccupandosi di ciò che gli eventi avrebbero fatto all’immagine sacra degli Stati Uniti come splendente “città sulla collina”. I detrattori repubblicani furono forse più espliciti nel dispiegare l’eccezionalismo americano razzista: Marco Rubio paragonò gli eventi a quelli di un “Paese del terzo mondo”, mentre l’ex-presidente degli Stati Uniti George W. Bush li paragonava a una “repubblica delle banane”. L’infarinatura di bandiere degli Stati clienti degli Stati Uniti, monarchie rovesciate e bastioni anticomunisti trasmette un’amara verità: l'”insurrezione” del Campidoglio segna non l’importazione di qualche tropo decontestualizzato dell’instabilità del Terzo Mondo, ma il ritorno della stessa tattica che l’impero degli Stati Uniti utilizza per ostacolare le elezioni, spacciare rivoluzioni colorate e deporre i leader politici di sinistra nel mondo durante la cosiddetta era della “Pax Americana”. Nella famosa concezione di Malcolm X, l’assalto al Campidoglio non è un insondabile assalto alla democrazia degli Stati Uniti, ma semplicemente i polli imperialisti “leader del mondo libero” che ritornano nel nido.

La storia del mondo eurocentrica come apologia fascista
I commentatori liberali inquadravano Trump e l'”assalto alla democrazia” dei suoi sostenitori come antitetico alle norme democratiche statunitensi, paragonandone la violenza a un autoritarismo strisciante da cui i veri autoritari, Cina, Russia, Iran o Venezuela, cercano apparentemente di trarre profitto. Ma la definizione liberale del fascismo come antitetica alla democrazia statunitense elude il ricco corpo del pensiero radicale che identifica imperialismo e colonialismo come linee di confine tra democrazia liberale e fascismo. Scrivendo nel 1950, l’anticolonialista della Martinica Aimé Césaire sviscerò l’ipocrita ripudio occidentale del nazismo, sostenendo che le potenze alleate, i capi dell’imperialismo moderno, avevano in realtà “tollerato quel nazismo prima che gli fosse inflitto… perché fino ad allora fu applicato solo ai popoli non europei”. In quanto agenti del colonialismo, dell’imperialismo e della schiavitù, i cosiddetti bastioni della democrazia nel secondo dopoguerra avevano di fatto “coltivato” proprio il nazismo che presentavano come inconciliabile coi propri sistemi economico-politici. Accusando lo sfruttamento capitalista come logica guida del fascismo, Césaire dichiarò: “In fondo al capitalismo… c’è Hitler”. Césaire scrisse in un momento politico in cui le potenze alleate, sotto la guida dell’ascendente impero statunitense, si affrettarono a confondere gli orrori del nazismo e del fascismo col movimento comunista internazionale. Consolidare un sistema capitalista-imperialista egemonico con gli Stati Uniti al timone pretese di dipingere il comunismo, incarnato dall’Unione Sovietica, come forma di “totalitarismo” quasi identica nella forma al nazismo. Tale mossa consentì agli Stati Uniti di spacciare i movimenti per la decolonizzazione in ascesa e la rivoluzione socialista in Corea, Cuba, Indonesia, Cina, Vietnam e oltre come forme di totalitarismo strisciante, giustificando il flusso infinito dagli Stati Uniti di invasioni, occupazioni, massacri ed embarghi come giusta difesa della “libertà”.
Il presidente Harry Truman, che supervisionò la chiusura della seconda guerra mondiale e la sua transizione nella guerra fredda, costantemente confuse le lotte al nazismo e contro il comunismo. Contrastando l’inazione occidentale all’ascesa di Hitler col “coraggio e la risolutezza” con cui gli Stati Uniti “si sono mossi contro la minaccia comunista”, Truman elogiaò l’intervento degli Stati Uniti in Corea dichiarando: “Dove uomini liberi avevano fallito la prova prima, questa volta affrontiamo la prova”. In realtà, la retorica di Truman nascondeva il pronto dispiegamento delle forze fasciste da parte degli Stati Uniti per cementare la propria autorità imperiale. Con la pretesa a una leadership democratica globale, gli Stati Uniti reclutarono e riabilitarono attivamente fascisti tedeschi e giapponesi che si dimostrarono utili all’impero statunitense. Ad esempio, i criminali di guerra giapponesi che condussero esperimenti biologici su prigionieri cinesi e permisero il sistema della schiavitù sessuale delle “donne di conforto” in Cina, Corea e Filippine evitarono il processo in cambio della condivisione dei loro segreti cogli Stati Uniti. Nel frattempo, l’infrastruttura politica del colonialismo giapponese nella Corea del Sud “postcoloniale” e nelle Filippine fu mantenuta e ridistribuita sotto la guida degli Stati Uniti, offrendo una transizione quasi senza soluzione di continuità tra fascismo coloniale giapponese e “amministrazione democratica” statunitense nell’Asia orientale e sudorientale. E durante l’Operazione Paperclip, migliaia di scienziati nazisti furono trasportati in aereo dalla Germania agli Stati Uniti per lavorare per le forze armate statunitensi per a supremazia scientifica degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica, nella corsa allo spazio della Guerra Fredda.
La collaborazione storica e la convergenza tra fascismo tedesco e giapponese ed imperialismo statunitense continuano a essere nascoste da interpretazioni fasulle della storia della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda. Ad esempio, nel 2019 il Parlamento europeo adottò la risoluzione “sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, promuovendo la memoria storica dei “crimini commessi dalle dittature comuniste, naziste e di altro tipo” come base “dell’unità dell’Europa”. Tralasciate da tale versione “storica”, ovviamente, ci sono alcune verità scomode: che per ogni soldato nordamericano ucciso combattendo i tedeschi, 80 soldati sovietici morirono facendo lo stesso; o che al momento della resa del Giappone, più della metà dei 3,5 milioni di soldati dispiegati dell’esercito giapponese erano occupati a combattere truppe comuniste e nazionaliste cinesi. La storia imperialista occidentale ha reso il comunismo il successore ideologico del fascismo piuttosto che l’attore principale della sua sconfitta. Ma mentre l’era Trump svela la linea confusa tra democrazia borghese e fascismo, tali miti anticomunisti finalmente crollano sotto il loro stesso peso.

Il fascismo internazionale torna a casa
Nel filmato trasmesso in diretta poco prima che i sostenitori di Trump occupassero il Campidoglio, Jake Angeli, lo “sciamano QAnon” che indossava un cappello di pelliccia con le corna e che si pavoneggiava dietro i dias del Congresso, dava un dubbio invito all’azione internazionalista: “Al popolo venezuelano: sappi che puoi riprenderti anche il tuo Paese. Stiamo dando l’esempio… puoi porre fine al comunismo e al globalismo. Anche tu puoi riprendere la tua nazione da questo male. Puoi riconquistare il tuo Paese!” L’ironia non va persa: gli stessi estremisti di Trump condannati dalla grande maggioranza dei democratici e repubblicani dello “stato di diritto ” esprimono solidarietà al piano bipartisan del cambio di regime statunitense contro il Presidente democraticamente eletto del Venezuela Nicolas Maduro. Sebbene il presidente eletto Biden etichettasse i rivoltosi di Capitol Hill come “[al limite] della sedizione”, condivide comunque la loro convinzione che figure socialiste come Maduro siano, secondo lui, “teppisti e dittatori”. Il fatto che gli interessi degli insurrezionalisti di estrema destra e dell’élite al potere dello status quo si fondano su sostegno al cambio di regime anticomunista spiega il monopolio totale dell’imperialismo sullo spettro delle possibilità politiche del panorama statunitense. I media liberali si aggrappavano a una comica ottusità sulle identificazioni internazionali dei rivoltosi di Trump, rifiutandosi di leggere l’apparizione delle bandiere del Vietnam del Sud, dell’indipendentismo di Hong Kong e dei batistiani cubani come convergenza dell’imperialismo statunitense all’estero e della supremazia bianca in patria. Quartz, ad esempio, affermava che “non è chiaro il motivo per cui sono apparse tali bandiere”. Ma non sorprende che le bandiere degli Stati clienti degli Stati Uniti, dei regimi anticomunisti e degli Stati-fantoccio pre-rivoluzionari accompagnassero il mare di cappelli MAGA e bandiere confederate delle rivolte trumpiste. Scrivendo dalla prigione di San Quentin prima del suo omicidio nel 1971, il rivoluzionario nero e prigioniero politico George Jackson descrisse il fascismo statunitense come conseguenza logica dell’imperialismo e dell’anticomunismo statunitensi. In Blood in My Eye, Jackson affermò: “Siamo sempre stati fuorviati dalle trappole nazionalistiche del fascismo. Non ne capimmo il carattere fondamentalmente internazionale… Una delle caratteristiche più definite del fascismo è la sua qualità internazionale”. Se il fascismo, come sosteneva Jackson, “è la risposta del capitalismo internazionale alla sfida del socialismo scientifico internazionale”, allora l’anticomunismo è il collante che lega la coalizione fascista dietro le mafie pro-Trump. Prendeste ad esempio la banda di Little Havana a Miami riunitasi il 6 gennaio. Sventolando bandiere della Repubblica di Cuba, che fino alla rivoluzione del 1959 fu una colonia de facto degli Stati Uniti in base a leggi come l’emendamento Platt, i manifestanti condannavano ciò che consideravano elezione “rubata”. A San Jose, in California, che ospita una vasta diaspora vietnamita, gli organizzatori del “Movimento vietnamita per Trump” similmente sventolavano cartelli che dicevano “L’America non sarà mai un Paese socialista”, con molte testimonianze sulla loro “fuga” dai comunisti alla fine della guerra del Vietnam. Abbracciando acriticamente il linguaggio della libertà nordamericana (“Siamo fortunati a essere qui”), tali attori oscurano volontariamente l’uso della “democrazia” in patria per facilitare occupazione ed intervento fascista degli Stati Uniti nel mondo. In effetti, la coalizione trumpista riuniva da tempo un assemblaggio “diversificato” di immigrati ed “esiliati” che sentono nello slogan MAGA di Trump echi della loro agenda revanscista per ripristinare i governi fantoccio sostenuti dagli Stati Uniti dei loro Paesi di origine. Dagli “iraniani per Trump” che sventolavano la bandiera della dinastia Pahlavi, monarchia ampiamente considerata fantoccio del neocolonialismo britannico e statunitense, alle pretese degli interventisti di Hong Kong per Trump di “rendere di nuovo grande Hong Kong”, tali agenti di destra usano il linguaggio della “diversità” e dell'”autenticità” per aggiungere una patina di progressismo ai loro piani da clienti imperialisti.

Sinofobia e anticomunismo fascista
Allo stesso modo, non sorprende che le bandiere di India, Giappone e Australia, che insieme agli Stati Uniti costituiscono l’alleanza anti-cinese “Quad”, apparvero tra le folle di Capitol Hill. Se l’anticomunismo lega tali gruppi eterogenei di simpatizzanti di Trump, il sentimento anti-cinese sembra il motore trainante della pericolosa coalizione. Forse il simbolo più esplicito della convergenza tra fascismo e sinofobia non fu a Capitol Hill, ma a Tokyo, in Giappone. Ore prima che la convocazione “fermate il furto” assaltasse il Campidoglio, i simpatizzanti giapponesi svolsero una marcia parallela nel centro di Tokyo. Lì, una miriade di insegne pro-Trump, imperiali giapponesi e anti-cinesi decoravano la folla, con bandiere statunitensi e giapponesi accanto alla bandiera del “sol levante” del Giappone imperiale e “anti-chinazi”. Bandiere rese popolari dalle proteste di destra di Hong Kong. La manifestazione di Tokyo per “fermare il furto” riuniva sia espliciti omaggi al Giappone imperiale (ed occupazioni coloniali e alleanza coi nazista che sovrintendeva) sia insulto popolare che confondeva il nazismo col governo del Partito comunista cinese, indicando la logica depravata e l’ostinato astoricismo tipico di fascismo e all’anticomunismo. Allo stesso modo, la presenza di bandiere dei movimenti separatisti tibetani, Hong Kong e “Turkestan orientale” ai raduni di Trump nel Paese è un altro sintomo della convergenza tra imperialismo all’estero e fascismo in patria (ironicamente, i manifestanti sventolavano la bandiera di Hong Kong disegnata dal Partito Comunista Cinese in preparazione del ritorno di Hong Kong alla Cina). Proprio come i manifestanti di Hong Kong sventolavano cartelli che chiedevano al presidente Trump di “rendere di nuovo grande Hong Kong”, i rivoltosi di Trump a Capitol Hill sventolavano la bandiera di Hong Kong, formando una visione riflettendo l’alleanza transnazionale di agitatori di destra, nostalgici colonialisti e bianchi suprematisti.

Affrontare un impero “multiculturale”
Comprendere la qualità internazionale del fascismo e dell’anticomunismo è fondamentale per affrontare le bugie che gli Stati Uniti raccontano su se stessi, compreso il loro ruolo di fiero “guardiano sui muri della libertà mondiale”. Uno sguardo attento, tuttavia, rivela i “muri della libertà mondiale” come semplice vetrina di un impero multiculturale. Il 7 gennaio, l’attivista repubblicano indiano-americano Vincent Xavier twittava le foto di una folla diversificata nelle proteste di Capitol Hill. La didascalia recitava: “I patrioti americani, origini vietnamite, indiane, coreane e iraniane, e di così tante altre nazioni e razze, che credono che un massiccio brogli sia avvenuto ieri si sono univano alla manifestazione in solidarietà con Trump”. L’estrema destra, come l’impero statunitense in generale, è riuscita a strumentalizzare le popolazioni della diaspora di destra per fornire una facciata multiculturale a ciò che rimane fondamentalmente un piano capitalista razziale. Il fatto che uno spaccato selezionato di agenti e compradores nativi sia disposto a prostrare i loro Paesi d’origine alla macchina statunitense in cambio di potere non cambierà mai la natura reazionaria dell’eccezionalismo americano e delle sue iterazioni trumpiane. Se vogliamo muoverci dalla facile convinzione che “non” possa accadere “qui”, dobbiamo prima cogliere la dimensione internazionale del fascismo e le sue manifestazioni primarie nell’imperialismo statunitense, nel colonialismo e nella schiavitù razziale. Dietro la grossolana confusione di fascismo e comunismo c’è una verità inquietante: se il liberalismo genera il fascismo, l’anticomunismo l’attiva.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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