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Dal Giappone all’Asia: la prima guerra sino-giapponese

Weapons and Warfare

Una strategia di difesa informale e passiva rimase la base della politica militare nazionale, ma gli sviluppi in Russia e Cina alla fine degli anni 1880 convinsero Yamagata che l’incapacità del Giappone di proiettare potenza militare all’estero l’avrebbe relegato al perpetuo status di potenza di seconda classe. Acutamente consapevole della debolezza del Giappone, perseguì una cauta politica estera di limitati obiettivi espansionistici sul continente asiatico e rimodellò l’esercito giapponese in forza in grado di proteggere sovranità ed interessi della nazione. Nel gennaio 1888 l’ispettore generale dell’esercito Yamagata dichiarò che la costruzione del canale di Panama, della ferrovia transiberiana e della ferrovia Canada-Pacifico avrebbe portato la spinta dell’imperialismo occidentale dall’Africa all’Asia orientale. Era probabile uno scontro tra Gran Bretagna e Russia per l’India, e la Corea era un punto critico a causa degli interessi cinesi, giapponesi e russi in competizione. Era fiducioso sull’esercito capace di respingere l’invasione russa del Giappone concentrando due o tre divisioni contro la testa di ponte, a condizione che il governo migliorasse l’infrastruttura delle comunicazioni, telegrafo e linee ferroviarie, finisse la costruzione di fortificazioni costiere e finanziasse il completamento di sette divisioni di fanteria. L’ex-generale Soga concordò sul fatto che la Russia fosse la minaccia, ma mise in dubbio la saggezza convenzionale secondo cui una nazione insulare come il Giappone dovesse dipendere da una Marina forte come prima linea di difesa. Piuttosto che investire pesantemente in un vasto sistema navale, che comunque non poteva proteggere migliaia di miglia di coste, Soga propose un piccolo esercito permanente (90000 regolari e 60000 riservisti) e fortificazioni costiere collegate alla rete ferroviaria e stradale. Persino la Russia, ragionava, non poteva trasportare più di due corpi (30000 truppe) via mare in Giappone contemporaneamente, lasciando gli invasori soverchiati da una milizia e un esercito di circa 150000 uomini. Una piccola marina che operasse dalle isole al largo poteva molestare qualsiasi flotta nemica e interromperne la linee di comunicazione marittime. Queste misure congiunte avrebbero impedito qualsiasi invasione. Il tenente-generale Miura emise opinioni simili con una serie di articoli scritti nel 1889 che sostenevano che la topografia del Giappone non fosse adatta ad operazioni per divisioni di tipo europeo. Una forza nemica poteva sbarcare ovunque sulle lunghe coste, quindi invece di espandere l’esercito, il governo faceva meglio a organizzare e dispiegare unità di milizie in posizioni strategiche per respingere lo sbarco nemico.
Irritato dalle critiche ricorrenti dei direttori del Getsuyoukai, dalle opinioni indipendenti dell’associazione e scontento della proliferazione di altre associazioni di ufficiali, nel novembre 1887 il Ministero della Guerra ordinò il consolidamento di tutte le associazioni di confraternite militari sotto la sua organizzazione, il Kaikousha. Ufficiali di spicco assegnati al Ministero della Guerra e allo Stato Maggiore generale lasciarono la società, esortando i colleghi a dimettersi e facendo pressione sui loro sottoposti a fare lo stesso. I direttori del Getsuyoukai, tuttavia, si rifiutarono di sciogliersi e Soga e Miura continuarono a proclamare l’opposizione all’espansione all’estero. Avendo precedentemente alienatosi i potenti sostenitori politici sulla questione della revisione del trattato, Miura e Soga erano vulnerabili e le autorità dell’esercito li distaccarono nella riserva nel dicembre 1888, epurando così l’esercito dalle ultime vestigia della fazione francofila. Tani fu distaccato nella riserva l’anno successivo. Nel febbraio 1889 cinque comandanti di divisione chiesero al ministro della Guerra Waryama di amalgamare Kaikousha e Getsuyoukai; obbedì sciogliendo il Getsuyoukai e tutte le altre società di ufficiali professionisti e proibendo gruppi di studio nell’esercito. Da allora in poi i capitoli Kaikousha, che divennero società di assistenza degli ufficiali (membri che pagavano una piccola quota che andava in un fondo di soccorso per assistere le famiglie degli ufficiali), promossero l’ortodossia ufficiale dell’esercito, stabilirono standard di comportamento e abilità, valutarono i giovani ufficiali per la promozione e la raccomandazione per l’istruzione avanzata, e svolsero un ruolo importante nel determinare la carriera di un giovane ufficiale. La lezione implicita era che l’esercito attribuiva scarso valore alla ricerca critica o alla messa in discussione della sua ortodossia.
La Dieta imperiale inaugurale si tenne nel 1890. Molti rappresentanti erano proprietari terrieri e trascorsero gran parte della sessione cercando di tagliare le tasse fondiarie, la principale fonte di entrate del governo. Di conseguenza, il legislatore costantemente ridusse o respinse le costose richieste di bilancio del governo per progetti di riparazione e difesa. Inoltre si oppose fermamente agli ambiziosi piani dell’esercito per miglioramenti delle ferrovie a livello nazionale perché molti membri non erano disposti ad aumentare le tasse per pagarli. I critici del governo come il generale in pensione Tani Tateki, ora membro della Camera dei Pari, dispiegarono la bandiera della responsabilità fiscale per opporsi ai costosi progetti di costruzione ferroviaria, promuovere il piano della milizia meno costoso di Miura e sostenere gli investimenti nella costruzione della difesa costiera. Ora primo ministro, Yamagata dovette scendere a compromessi per raccogliere abbastanza voti alla Camera dei Pari per approvare un disegno di legge ridotto per la costruzione militare pagando una rete ferroviaria strategica. Le principali linee ferroviarie progettate dal governo convergevano a Ujina, porto di Hiroshima nel Giappone occidentale, consentendo all’esercito di spostare rapidamente le unità per la difesa costiera o il dispiegamento all’estero. Sebbene le linee a scartamento ridotto fossero più facili ed economiche da costruire, il gabinetto optò per binari a scartamento largo, la cui maggiore capacità di carico consentiva a carrozze più grandi di trasportare più truppe. La costruzione stimolata dal governo innescò il boom ferroviario e aumentò la domanda di acciaio importato per le rotaie che, aggiunto all’acciaio importato per navi da guerra e armi, determinò una bilancia commerciale sfavorevole e causò una grave inflazione interna. Nel 1893 gli investitori più astuti incassarono e la bolla speculativa delle azioni ferroviarie iperinflazionate scoppiò, aggiungendosi ai guai finanziari della nazione. Oltre alle loro traballanti basi finanziarie, le nuove linee ferroviarie avevano un discutibile valore militare. Strategicamente le ferrovie spesso correvano troppo vicino le rotte costiere e, come aveva precedentemente avvertito il maggiore prussiano Klemens Wilhelm Jakob Meckel, lasciavano i binari suscettibili d’interdizione dal tiro di navi ostili. Lo Stato Maggiore e il presidente del Consiglio della conferenza delle ferrovie, vicecapo di Stato Maggiore tenente-generale Kawakami Souroku, ascoltarono il consiglio del prussiano e volevano che le ferrovie si trasferissero all’interno, ma Ouyama insistette sul fatto che la costruzione attraverso catene montuose scoscese sarebbe stata tecnicamente difficile, richiedesse più tempo e fosse molto più costoso della rotta costiera. Inoltre, la crescente Marina giapponese poteva proteggere coste e ferrovie costiere dal bombardamento navale nemico e dall’invasione. Kawakami si dimise dal consiglio disgustato.
La ricerca dell’esercito di una mobilità strategica nel 1880 trasformò rapidamente le infrastrutture dei trasporti del Giappone. I genieri dell’esercito completarono il grande porto militare di Ujina nel 1885 e migliorarono le batterie costiere, i porti militari, le basi navali e gli arsenali del Paese. Il completamento della nuova linea ferroviaria che collegava Kobe e Hiroshima a metà 1894 rimosse il collo di bottiglia tra Giappone orientale e occidentale, e l’esercito migliorò e ampliò anche le strade che conducevano ai porti per ospitare i carri dell’artiglieria pesante e bagagli di divisione. La moderna infrastruttura da trasporto aprì regioni precedentemente isolate all’espansione commerciale poiché prodotti tessili e alimentari e carbone potevano essere trasportati a basso costo e facilmente per venderli o esportarli. Inoltre consentì all’esercito in espansione di spostare rapidamente truppe e mezzi nei porti di imbarco per schieramenti all’estero.

I soldati della guerra sino-giapponese
Nel 1893 l’esercito aveva circa 6000 ufficiali e 12000 sottufficiali. I suoi quasi 60000 coscritti vivevano nelle caserme della guarnigione dove si addestravano nei rispettivi reggimenti. Sei mesi di addestramento di base enfatizzavano la ripetizione di qualsiasi cosa, da cortesie militari e ginnastica ritmica a formazioni di piccole unità e tiro. La memorizzazione meccanica e ripetizione costante erano necessarie perché una grande percentuale dei coscritti era completamente o funzionalmente analfabeta. Sebbene le statistiche siano incomplete, fino al 1891, oltre il 60% de i coscritti rientrava in queste due categorie (quasi il 27% era completamente analfabeta). Solo il 14 per cento si era diplomato in una scuola primaria o superiore, sebbene l’esercito considerasse il 24 per cento in possesso di esperienza pratica o lavorativa comparabile. Le superstizioni abbondavano, soprattutto tra i contadini che si trovavano in una caserma in mezzo a strane cose nuove. Un esempio citato di frequente fu il caso dei contadini coscritti che, non avendo mai visto una stufa a legna, adoravano quella nelle loro baracche come idolo religioso. Tra il 1891 e il 1903 il numero di scuole medie (all’epoca solo maschili) quadruplicò, arrivando a più di 200, per tre quarti costruite nelle zone rurali. Le iscrizioni quintuplicarono a 100000 studenti. Nel 1900 l’analfabetismo funzionale era diminuito, ma ancora superiore al 30 percento (analfabetismo effettivo 16,8 percento) e rimase costante per tutto il decennio. Fino alle riforme del 1920 che istituirono l’istruzione scolastica obbligatoria, tra il 10 e il 15 per cento dei giovani che si sottoponeva a un tirocinio fisico non aveva alcuna istruzione formale. Successivamente i tassi di analfabetismo divennero trascurabili, meno dell’1%, ma nel 1930 quasi il 40% dei coscritti non aveva la licenza media. L’esercito era in sintonia coi cambiamenti istruttivi e si concentrava sull’indottrinamento di una forza pubblica e di leva sempre più alfabetizzata con temi sull’unicità del Giappone in virtù della linea imperiale continua. Per diffondere il messaggio, l’esercito sovvenzionò la pubblicazione di manuali economici e ampiamente distribuiti che spiegavano come organizzare semplici cerimonie pubbliche per le truppe come saluti calorosi, celebrazioni di benvenuto o osservanze commemorative. La propaganda dell’esercito negli opuscoli spiegava che i coscritti dovevano essere grati che l’imperatore li volesse per il suo esercito, sottolineando il dovere militare di soddisfare e obbedire alle ingiunzioni imperiali e ricordandogli: “Come il fiore di ciliegio sta ai fiori, il guerriero sta agli uomini”. I valori militari costantemente penetrarono la cultura popolare. Nonostante i numerosi e impressionanti risultati dell’esercito, l’istituzione dei primi anni 1890 non era affatto una forza di combattimento all’avanguardia. Le sue armi e tecnologia militare erano arretrati rispetto gli standard occidentali. Verso la fine del 1880, ad esempio, la tecnologia dei cannoni in acciaio rese obsolete le armi in bronzo, ma mancando della nuova tecnologia l’arsenale di Osaka continuò a produrre cannoni da campo e da montagna in bronzo. Ciò a sua volta ritardò gli esperimenti della scuola d’artiglieria con la polvere senza fumo perché il residuo sporcava le armi di bronzo, rendendole inutilizzabili. Allo stesso modo, la capacità di produzione limitava la produzione di proiettili e l’esercito non poteva accumulare grandi quantità di munizioni. I pianificatori dello Stato Maggiore generale compensavano compilando tabelle di consumo di munizioni basate su dati statistici derivati dalla ribellione di Satsuma, in attesa che il quartier generale centrale controllasse attentamente le spese dei comandanti sul campo per i proiettili d’artiglieria. L’eredità della ribellione per l’artiglieria leggera fu rafforzata dalla successiva dichiarazione di Meckel che l’artiglieria da montagna trainata da cavalli da soma era più adatta per il paesaggio aspro del Giappone dell’artiglieria da campo pesante trainata da pariglie di cavalli da tiro. L’esercito prese in considerazione cannoni di grosso calibro (oltre 150 mm) come armi difensive da utilizzare nelle fortificazioni costiere. Sul lato positivo, i cannonieri studiarono tecniche di puntamento e rilevamento della distanza e divennero abili nel controllare il tiro indiretto di artiglieria.
L’arsenale di Tokyo produceva fucili Murata Tipo 18, un’arma a colpo singolo. L’avanzato Murata Tipo 38, una versione a cinque colpi alimentata da una clip, non era l’equipaggiamento standard a metà degli anni 1890, e solo la Guardia Imperiale e la 4.ta divisione erano equipaggiate con un prototipo del fucile a ripetizione. L’abbigliamento e le armi erano standardizzati. L’uniforme da campo era una giacca nera e pantaloni bianchi completati da un morbido kepi nero. Nel 1889 l’esercito adottò la spada di tipo francese. Le richieste per tornare alla spada da samurai furono respinte dopo che uno studio di cinque anni concluse che la spada da samurai non era pratica nella guerra moderna perché erano necessarie entrambe le mani per impugnarla. La dieta dell’esercito consisteva in riso bianco lucido, pesce, pollame, verdure sottaceto e tè. I tentativi dei medici giapponesi di introdurre il pane bianco o la galletta nella razione giornaliera all’inizio degli anni 1890 fallirono, ma la galletta divenne parte della razione di emergenza da campo. I soldati ricevevano poco più di due pinte di riso bianco cotto al giorno, anche se prove aneddotiche dimostravano che tagliando il riso coll’orzo impediva il beriberi, nota come malattia nazionale del Giappone nel periodo Meiji. Tra il 1876 e il 1885 circa il 20 per cento delle truppe arruolate soffrì di carenze vitaminiche contraendo il beriberi; circa il 2 per cento ne morì. I test sul campo di una razione di orzo mescolata con riso condotti nel 1885-1886 ridussero drasticamente i casi di beriberi (da quasi 265 per 1000 a soli 35 per 1000), ma la teoria della vitamina era ancora un’ipotesi non dimostrata e controversa. Più significativo, coscritti e ufficiali consideravano il riso adulterato come cibo da carcerato (infatti, dal 1875 era la dieta carceraria) e lo consideravano inadatto ai fedeli soldati dell’imperatore, un caso di imperativo culturale che inibì il controllo delle malattie.

Geopolitica
Il discorso inaugurale di quindici minuti del primo ministro Yamagata alla Dieta nel marzo 1890 delineò una strategia geopolitica basata su sovranità e interesse nel proteggere gli interessi nazionali vitali del Giappone. Osservò che una volta completata la ferrovia Transiberiana, la Corea sarebbe caduta all’ombra russa. Di conseguenza, la sicurezza nazionale non poteva più dipendere semplicemente da una linea di difesa primaria sulle coste giapponesi, ma richiedeva la capacità di proteggere una linea avanzata di interessi d’oltremare, principalmente in Corea, dove il Giappone doveva impedire alla Russia di usare la penisola come trampolino di lancio per invadere le isole nazionali. La conclusione era che Yamagata voleva ritagliarsi una zona cuscinetto oltre i confini del Giappone, ma il suo discorso descriveva la Corea neutrale come centro degli interessi giapponesi e identificava l’isola di Tsushima come la prima linea di difesa lungo la linea della sovranità. I timori dell’invasione russa alimentarono gli incubi giapponesi sin dagli anni ’50 dell’Ottocento, ma fino agli anni ’80 dell’Ottocento l’esercito era troppo debole per fare molto. Seguendo la guida di Meckel, l’esercito perfezionò la dottrina contro-anfibia e la testò durante una grande esercitazione congiunta condotta nel marzo 1890 vicino Nagoya. Lo scenario stilizzato aveva un risultato prevedibile (gli invasori perdevano), ma l’esercito mostrò immaginazione e creatività spostando grandi unità su rotaia e testando le comunicazioni telegrafiche da campo per migliorare il comando. L’imperatore diede importanza all’evento inaugurale presiedendo le manovre vestito coll’uniforme e osservando il culmine dell’esercitazione durante un temporale. Da allora in poi partecipò a grandi manovre speciali dell’esercito in dieci occasioni, indossando sempre la sua uniforme, prassi che risaliva alle apparizioni pubbliche nel 1880 come comandante supremo.
Le manovre del 1890 e 1892 testarono sul campo le nuove tattiche della divisione mobile, avvio operativo e cambiamento significativo dalla dottrina tradizionale della difesa della battigia. Dopo che un’esercitazione di mobilitazione del maggio 1893 rivelò che i sottufficiali di riserva e i capi plotone degli ufficiali di basso grado furono meno competenti delle controparti regolari, il Ministero della Guerra raddoppiò gli sforzi per migliorare l’addestramento della riserva. Lo stesso anno, il ministero riorganizzò i tondenhei (la milizia formata dalle autorità dai coloni samurai in Hokkaidou negli anni 1870) in una divisione sotto-dimensionata perché la coorte di Hokkaidou disponibile era ancora troppo piccola per colmare i ranghi di una divisione completa. Infine, il ministro della Guerra rinnovò la tabella dell’organizzazione in tempo di guerra per attingere a 150000 prime riserve (altri 120000 nella seconda riserva) per schierare una divisione in tempo di guerra di 18500 uomini (la forza della Guardia Imperiale era di 13000). La divisione in tempo di guerra ampliata aggiungeva una compagnia di fanteria per battaglione (dodici in totale), rafforzava lo squadrone di cavalleria e il reggimento di artiglieria da campo, e aggiungeva due compagnie di genieri e un battaglione da trasporto. La mobilitazione in tempo di guerra richiedeva ufficiali e sottufficiali della riserva e l’esercito ampliò il sistema dei volontari di un anno per addestrare e costruire un corpo più ampio di ufficiali della riserva. Più giovani furono arruolati per il servizio attivo, ma una popolazione in rapida crescita fornì una coorte maggiore e la percentuale chi fu arruolato rimase costante. La renitenza alla leva o la diserzione erano trascurabili: meno dell’1% all’anno tra il 1882 e il 1896. Ogni anno circa 3000 giovani saltavano l’esame fisico annuale o apparivano in ritardo per i test, il che suggerisce che il sistema si era istituzionalizzato ed era accettato dalla società.
Le riforme dell’addestramento istituite nel 1888 dedicarono più tempo alle esercitazioni di unità e alle manovre sul campo. Ci si aspettava che i comandanti do compagnia mostrassero iniziativa e cogliessero opportunità tattiche senza attendere ordini dal comando, ma i regolamenti di fanteria rivisti del 1891 perpetuarono le inflessibili colonne ammassate e le formazioni di fucilieri di Meckel. I pianificatori previdero perdite tra il 25 e il 50 percento durante le operazioni. Al fine di sostenere l’offensiva in tali condizioni, ci si aspettò che ufficiali e sottufficiali applicassero una disciplina ferrea durante l’avanzata tattica. Le autorità dell’esercito si affidavano all’indottrinamento intensivo intangibile nello slancio e spirito per promuovere il senso d’obbligo in ogni soldato nei confronti della nazione e della sua unità, nonché la determinazione a scacciare l’attacco alla parria a qualunque costo.

Quartier generale imperiale, pianificazione e prestazioni in tempo di guerra
Sebbene le armi conducessero manovre congiunte, cooperazione e coordinamento tra esse vacillarono perché l’esercito era deciso a mantenere il ruolo primario nella difesa nazionale. Nel 1886 la Marina iniziò il suo primo piano di rifornimento e vide l’istituzione di uno Stato Maggiore con corrispondente risentimento tra i comandanti navali per lo status di seconda classe della loro arma. La spinta degli ammiragli a uno Stato Maggiore della Marina indipendente fu contrastata dall’insistenza dei generali sul fatto che le operazioni in tempo di guerra dovevano basarsi sui piani in tempo di pace preparati da una sola autorità: l’esercito. I sostenitori espressero le loro argomentazioni contro la spinta del gabinetto per uno Stato Maggiore generale comune in termini di prerogative imperiali, portata del comando e requisiti amministrativi. Il dibattito fondamentale, tuttavia, riguardò il futuro dell’esercito; il suo ruolo strategico, la struttura e forma della sua forza. Nel gennaio 1893 il gabinetto presentò all’imperatore la proposta della Marina per uno Stato Maggiore indipendente, nutrendo riserve sul fatto che la rivalità tra i membri dello Stato Maggiore potesse interferire con l’efficienza in tempo di guerra. L’esercito era disposto ad accettare uno Stato Maggiore navale indipendente a condizione che durante la guerra il Capo di Stato Maggiore dell’esercito fosse a capo del Quartier Generale Imperiale (IGHQ). Diversi giorni dopo, il principe Arisugawa, Capo di Stato Maggiore congiunto, raccomandò che il Capo di Stato Maggiore dell’IGHQ provenisse dall’arma principale, l’esercito, e fosse il Capo di Stato Maggiore dell’imperatore. Ciò unificò pianificazione e sforzi operativi delle armi alleviando le preoccupazioni imperiali che lo Stato Maggiore separato creasse seri problemi di coordinamento. L’imperatore Meiji approvò l’istituzione dello Stato Maggiore navale il 19 maggio 1893, creando due catene di comando parallele e indipendenti i cui capi facevano rapporto direttamente all’imperatore in tempo di pace. Quello stesso giorno, Meiji approvò i regolamenti per organizzare un Quartier generale imperiale direttamente sotto l’imperatore per controllare le operazioni in tempo di guerra. Un generale dell’esercito occupava la carica di Capo di Stato Maggiore dell’IGHQ per garantire il ruolo primario dell’arma nella difesa nazionale. Durante la guerra aveva l’autorità di emanare ordini operativi approvati dall’imperatore, e il Vicecapo di Stato Maggiore dell’esercito e il Capo di Stato Maggiore della Marina prestavano servizio sotto di lui.

Pianificazione operativa
La strategia militare, così com’era, si basava su divisioni mobili per difendere la patria, una difesa fissa ancorata alle fortificazioni costiere e una strategia offensiva contro la Cina in caso di emergenza. Il colonnello Ogawa Mataji, il capo del secondo ufficio dello Stato Maggiore, guidò la prima seria pianificazione delle operazioni offensive contro la Cina. Il suo piano del 1887 impiegava una forza di spedizione di otto divisioni (sei regolari e due di riserva) per impadronirsi di Pechino. Sei divisioni sarebbero sbarcate vicino Shanhaiguan, all’imboccatura del Golfo di Bohai, per poi avanzare verso la capitale. Le restanti due divisioni sarebbero sbarcate più a sud (lungo la costa di Changkiang) per impedire agli eserciti cinesi di alleviare Pechino. Il piano di Ogawa era un pio desiderio perché la Marina giapponese non poteva né mantenere una linea di comunicazione col continente né trasportare un così grande numero di truppe. Il suo concetto operativo servì come dichiarazione strategica per giustificare il budget dell’esercito per il programma di espansione quinquennale e divenne punto di partenza per la pianificazione dello Stato Maggiore generale che influenzò il pensiero del Vicecapo di Stato Maggiore Kawakami.
Ufficialmente l’esercito continuava a sostenere la difesa strategica. Nel febbraio 1892, ad esempio, Kawakami presentò all’imperatore un piano operativo che apparentemente delineava una campagna contro-anfibia contro un’invasione. Ufficiosamente l’esercito aveva la chiara consapevolezza che avrebbe potuto combattere una guerra nel continente asiatico. Dal 1889 Kawakami supervisionò la pianificazione di emergenza in caso di guerra contro la Cina. Il Piano “A” dell’esercito per la guerra contro Cina e Corea sbarcò forze sulla punta del Golfo di Bohai vicino Shanhaiguan e poi le portò a ovest per combattere la battaglia decisiva nella pianura di Zhili (Hebei). Coll’approvazione imperiale, Kawakami e altri alti ufficiali dello Stato Maggiore condussero una ricognizione del terreno (descritta come ispezione) nel nord e nel centro della Cina a metà 1893 per raccogliere informazioni sulle forze e difese cinesi. La valutazione della squadra dello stato dell’addestramento dell’esercito cinese, delle difese costiere e delle fabbriche di munizioni, nonché le osservazioni di prima mano di Kawakami, lo convinsero che il Giappone poteva sconfiggere l’esercito cinese perché quest’ultimo mancava di mobilitazione e logistica, non aveva dottrina standard né addestramento da moderna forza armata combinata. I capi dell’esercito esclusero i ministri civili dalla pianificazione operativa, giustificandola come necessaria per proteggere la prerogativa del comando supremo da interferenze politiche. Questo pregiudizio militare contro le autorità civili ignorò la necessità di integrare strategie politiche e militari nazionali, isolando la pianificazione dell’esercito dal contesto degli obiettivi politici e diplomatici del Giappone. Le rivolte contadine in Corea all’inizio del 1890 e la crescente dipendenza del regno dalla Cina minacciarono il perno strategico di Yamagata della Corea neutrale. Nella primavera 1894 i contadini coreani si ribellarono alle riforme radicali imposte dalla corte, accusando l’élite coreana e gli stranieri, in particolare i giapponesi, del loro impoverimento. L’imperatore coreano chiese aiuto alla Cina, che a sua volta inviò truppe in Corea per sopprimere la ribellione di Tonghak. L’intervento violò l’accordo della Cina del 1885 col Giappone in base a cui ritiravano le loro truppe dalla Corea promettendo una notifica in anticipo in caso di rientro. In queste circostanze esplosive, lo Stato Maggiore inviò un ufficiale a Pusan per una valutazione di prima mano. Il suo messaggio del 20 maggio descriveva una ribellione organizzata guidata da un esercito ribelle armato di armi moderne e con un efficace sistema di comando deciso a rovesciare il governo. Poiché la prospettiva che la fazione anti-giapponese prendesse il potere fosse inaccettabile, raccomandò di inviare truppe per proteggere gli oltre 9000 cittadini giapponesi residenti in Corea.
In una riunione di gabinetto del 2 giugno, il primo ministro Itou discusse i rapporti non confermati dall’addetto dell’esercito a Tientsin, che in seguito si rivelarono errati, secondo cui 5000 soldati cinesi erano entrati in Corea. Nonostante la dubbia qualità, Kawakami e il ministro degli Esteri Mutsu Munemitsu usarono l’intelligence per giustificare l’intervento militare. Successivamente fu affermato che i due cospirarono per nascondere a Itou informazioni sui negoziati che avevano preso una svolta favorevole e che la calma tornava in Corea. Indipendentemente dalla condotta di Kawakami e Mutsu, il gabinetto probabilmente trasse la lezione basata sulle precedenti sconfitte giapponesi in Corea nel 1880 che per preservare l’equilibrio militare doveva impegnare le forze prima che lo facesse la Cina. Con un compromesso impossibile, la guerra con la Cina era inevitabile. Il gabinetto inviò truppe in Corea lo stesso giorno e Meiji incaricò i suoi capi militari, riferendosi a loro come suoi daimy? (signori della guerra), di stabilire un meccanismo per gestire le questioni in caso di guerra. Il 4 giugno, gli alti ufficiali di ogni arma, seguendo la direttiva dell’imperatore di cooperare, s’incontrarono presso la residenza del ministro della Guerra e, dopo aver mercanteggiato per tutta la giornata sulle procedure di comando, decisero finalmente di stabilire un quartier generale imperiale in conformità coi regolamenti del 1893. Il Capo di Stato Maggiore combinato, principe Arisugawa, ricevette l’approvazione imperiale per aprire il quartier generale imperiale nell’edificio dello Stato Maggiore il 5 giugno, lo stesso giorno in cui il primo scaglione della 5.ta Divisione si mobilitò per il dispiegamento in Corea. Durante l’intervallo di quasi due mesi tra l’istituzione dell’IGHQ e la dichiarazione di guerra contro la Cina il 1° agosto, lo stato maggiore perfezionò un piano operativo in due fasi. La 5.ta Divisione avrebbe impedito l’avanzata cinese in Corea mentre la Marina avrebbe eliminato la flotta cinese per garantirsi il controllo dei mari. La fase due aveva più opzioni condizionate dal successo navale. Nella migliore delle ipotesi, la Marina sconfiggeva la flotta cinese garantendosi il controllo dei mari, il che consentiva all’esercito il libero passaggio per sbarcare sul suolo cinese e avanzare verso la battaglia decisiva nella pianura di Zhili. Se la flotta non otteneva la supremazia, l’esercito occupava la Corea per escludere l’influenza cinese. Se il Giappone perdeva il controllo dei mari per mano della Marina cinese, in questo caso si previde di salvare la 5.ta divisione assediata in Corea, rafforzando contemporaneamente le difese in patria per respingere l’invasione cinese. In altre parole, i piani di emergenza dell’esercito erano sia offensivi che difensivi, a seconda dell’esito delle operazioni navali.
Il governo inizialmente si mosse con cautela. Il 2 giugno, Itou ordinò all’esercito di evitare scontri coi cinesi e Ouyama notificò al comandante della 5.ta Divisione che la sua missione era proteggere i cittadini giapponesi e gli avamposti diplomatici in Corea, non combattere i cinesi. La decisione di Itou fu rafforzata dopo che Mutsu fornì i rapporti dell’addetto a metà giugno, secondo cui le forze russe nel nord-est asiatico erano troppo poche per intervenire in Corea. Con un intervento russo improbabile, l’esercito attuò unilateralmente il suo piano di sbarco nel Golfo di Bohai in previsione della battaglia decisiva nella pianura di Zhili. I ministri civili non furono coinvolti nella pianificazione dell’esercito e dovevano affidarsi all’esperienza dei militari per preparare la nazione a una possibile guerra. Liberati dalle restrizioni civili, i generali dell’esercito si aspettavano allo stesso modo che la Marina scortasse i convogli di truppe nel continente, ma non si consultarono con le controparti della Marina, né avevano considerato la necessità di assicurarsi il dominio del mare prima di inviare qualsiasi nave da trasporto. Questa arroganza portò il capitano Gonbei Yamamoto, segretario del ministro della Marina, a osservare causticamente che se i genieri dell’esercito avessero costruito un ponte tra Kyuushuu e Corea, i generali avrebbero probabilmente potuto combattere la guerra da soli. Il 2 luglio il gabinetto coi rispettivi Capi di Stato Maggiore presenti si accordò sulla guerra. La prima conferenza dell’IGHQ si riunì il 17 luglio coll’imperatore e dodici alti funzionari, tra cui il Capo di Stato Maggiore combinato, il Vicecapo di Stato Maggiore dell’esercito, i ministri della Guerra e della Marina e il capo di Stato Maggiore della Marina presenti. Il consigliere del sigillo privato Yamagata fu l’unico civile presente. Il primo ministro Itou e il ministro degli Esteri Mutsu chiesero quindi accesso e l’imperatore ordinò ai capi militari di consentire agli alti funzionari civili di partecipare alle conferenze dell’IGHQ, che si tenevano ogni martedì e venerdì. Lo Stato Maggiore presentò il suo piano operativo all’imperatore il 5 agosto e lo stesso giorno IGHQ si trasferì nel parco del palazzo. L’imperatore Meiji svolse un ruolo significativo, anche se per lo più simbolico, nella mobilitazione del popolo in guerra. Nonostante le sue riserve, affermò presumibilmente “Questa non è la mia guerra”, si trasferì compiacente insieme all’IGHQ a Hiroshima, apparentemente per essere vicino alle truppe che combattevano in Corea. Meiji apparve sempre in uniforme a Hiroshima, la prima volta che l’immagine dell’imperatore a comandante supremo fu coltivata consapevolmente per la gente comune. Visse un’esistenza spartana per dare l’esempio ai sudditi. I suoi alloggi non avevano una camera da letto separata, e ogni sera gli inservienti sgombravano una sedia o scrivania su cui dormire, evidentemente segno della sua volontà di condividere le privazioni dei suoi soldati leali.
L’esercito agì con circospezione a giugno e luglio, sviluppando attentamente una campagna di tre mesi in previsione che la mediazione britannica avrebbe posto fine a qualsiasi combattimento ad ottobre. A metà agosto, l’obiettivo principale dello Stato Maggiore era proteggere la penisola coreana prima dell’arrivo dell’inverno. Dopo che la Cina rifiutò le richieste giapponesi trasmesse attraverso gli inglesi, Itou si rassegnò a una campagna lunga e alla necessità di un’offensiva per la primavera 1895. A metà settembre l’IGHQ si spostò a Hiroshima, dove Itou poté tenere d’occhio gli eserciti sul campo per garantirsi una politica nazionale unificata. Ricordando la ribellione di Satsuma, il trasferimento imperiale ostacolò il collegamento tempestivo ed efficace col ministero degli Esteri e la burocrazia a Tokyo. A parte la certezza di Kawakami nella vittoria, l’esercito scommise schierando truppe all’estero e contemporaneamente rafforzando le guarnigioni in patria e le difese costiere. Solo dopo la battaglia navale dello Yalu del 17 settembre, l’IGHQ annunciò che la vittoria della Marina ridusse la probabilità di invasione e liberò le guarnigioni in difesa della patria per riorganizzarli in reggimenti di fanteria. L’IGHQ mantenne quasi 100000 riserve mobilitate in Giappone durante il conflitto, la maggior parte impegnati nel supporto logistico. L’esercito mobilitato crebbe fino a oltre 220000 uomini, comprese le sette le divisioni regolari, che in tempo di guerra contavano 125000 uomini. L’esercito si affidava di più alle riserve per i sottufficiali e fanti (il 40 percento dei sottufficiali e dei fanti in tempo di guerra erano riservisti) che per gli ufficiali di basso rango (solo il 10 percento). Gli ufficiali superiori e i comandanti di divisione erano, con due eccezioni, veterani della guerra Boshin, come la maggior parte dei comandanti di brigata.
Le campagne della guerra sino-giapponese (1894–1895) possono essere descritte brevemente. Il 12 giugno una brigata della 5.ta Divisione sbarcò a Inchon, il porto di Seoul, seguita dal resto dell’unità. Pechino ordinò alla sua piccola forza (500 uomini) di Kunsan di ritirarsi via mare a Pyongyang il 15 luglio, ma il comandante cinese dichiarò che la rotta era troppo pericolosa, respinse l’ordine e chiese rinforzi. Otto giorni dopo, tre navi da trasporto con truppe e attrezzature cinesi salparono per la Corea. Il 25 luglio il capitano Heihachirou Tougou, al comando dell’incrociatore corazzato Naniwa, intercettò la terza nave da trasporto mentre si avvicinava alle coste coreane. Sebbene la nave cinese stesse navigando sotto bandiera britannica e Giappone e Cina non fossero in guerra, Tougou affondò la nave. Subito dopo, le truppe giapponesi e cinesi si scontrarono vicino Kunsan e il 1° agosto il Giappone dichiarò ufficialmente guerra alla Cina. A metà agosto l’IGHQ concluse che una battaglia decisiva nella pianura di Zhili era impossibile prima dell’arrivo dell’inverno. Prevedendo una breve guerra, l’esercito si ritrovò in una lotta prolungata e iniziò a pianificare una campagna per la primavera 1895. L’obiettivo dello Stato Maggiore era di proteggere militarmente la penisola coreana prima dell’arrivo dell’inverno e poi le forze di terra si avvicinarono a Shanhaiguan. La Marina, tuttavia, non seppe portare in battaglia la flotta settentrionale cinese e a metà agosto si ritirò temporaneamente dal Mar Giallo per riparare e rifornire le navi da guerra. Di conseguenza, a fine agosto, lo Stato Maggiore ordinò un’avanzata verso la pianura di Zhili attraverso la Corea e la cattura delle basi sulla penisola di Laiodong per impedire alle forze cinesi di interferire con la marcia su Pechino. L’IGHQ attivò la 1.ma Armata (due divisioni) sotto il comando di Yamagata il 1 settembre, e a metà settembre occupò Pyongyang mentre i cinesi si ritiravano verso nord. La straordinaria vittoria della Marina il 17 settembre nella Battaglia dello Yalu sorprese tutti. Yamagata scrisse che, sebbene la rapida caduta di Pyongyang fosse inaspettata, impallidì di fronte al trionfo navale totalmente imprevisto. La supremazia marittima del Giappone permise alla Seconda Armata di Ouyama (tre divisioni e una brigata) di sbarcare incontrastata a metà ottobre sulla penisola di Liaodong, 100 miglia a nord di Port Arthur (Lushun), la grande fortezza cinese che controllava l’ingresso nel Golfo di Bohai. La 1.ma Armata di Yamagata inseguì i cinesi oltre il fiume Yalu alla fine di ottobre, ma a quel punto l’attenzione passò sulla 2.da Armata di Ouyama, che l’8 novembre occupò Dairen (Luda). Guidata dalla 2.da Divisione del tenente-generale Nogi, la 2.da Armata s’impadronì della fortezza e del porto di Port Arthur il 25 novembre. Più a nord, l’offensiva di Yamagata si bloccò, afflitta da problemi di approvvigionamento e dal clima invernale.
Le potenze occidentali furono colte di sorpresa dall’apparente facilità delle vittorie giapponesi, un’impressione incoraggiata dalle autorità di Tokyo. Gli osservatori militari stranieri collegati ai rispettivi eserciti ed esperti di ogni tipo attribuirono il successo del Giappone alla sua modernità ed occidentalizzazione. Gli ovvi vantaggi di dottrina, armi ed attrezzature standardizzate completarono un corpo ufficiali ben istruito ed esperto di guerra moderna in stile occidentale, tecnologicamente competenti e in grado di manovrare divisioni. Riserve ben organizzate e ben addestrate furono mobilitate in modo efficiente e utilizzate con sicurezza. Il morale giapponese superiore, specialmente dopo le prime vittorie, beneficiò di un superbo spirito combattivo, esprit, sotto la guida di giovani ufficiali ben addestrati e sottufficiali capaci. Finalmente, i soldati giapponesi avevano uno scopo (definibile nazionalismo) definito da obiettivi specifici e accettavano un ethos comune che sostenere un obiettivo superiore agli interessi individuali o regionali. Ma questi punti di forza, tratti distintivi dell’esercito di sempre, mascherarono gravi difetti strutturali che avrebbero definito ugualmente l’istituzione militare giapponese. Il difetto più evidente era il sistema logistico dell’esercito. Le tabelle logistiche e la dottrina si basavano sulla difesa della patria, non sulle operazioni oltremare, e lo Stato Maggiore non svolse alcuna pianificazione logistica dettagliata nel periodo prebellico. Inoltre, nel gennaio 1894 il Giappone non aveva mezzi da trasporto sufficienti per spostare una sola divisione all’estero. Lo Stato Maggiore acquistò dieci navi da trasporti da compagnie straniere a metà giugno, ma la carenza cronica costrinse l’esercito a noleggiare più di 100 navi commerciali della Japan Mail Line. La Marina contribuì con altre 23 navi, comprese scorte armate, una nave ospedale e una nave-officina. I persistenti colli di bottiglia delle spedizioni ritardarono lo sbarco della 2.da Armata nella penisola di Shandong, che a sua volta fu responsabile della decisione dell’IGHQ di estendere la campagna alla primavera 1895. Anche dopo aver occupato la Corea e la penisola di Liaodong, l’esercito dovette ancora affrontare un incerto, forse precario, futuro perché nel marzo 1895 circa 200000 soldati cinesi si ammassarono nella pianura di Zhili. Con le forze di spedizione impegnata a sostenere le unità del corpo di spedizione, lo Stato Maggiore in preda alla disperazione dispiegò unità in Cina con la promessa che alla fine armi e rifornimenti sarebbero seguiti.
L’esercito assunse 153000 operai, risciò e coolie per sostenere la macchina da guerra, molti dei quali alla disperata ricerca di un qualsiasi lavoro a causa della depressione economica che affliggeva il Giappone. Questi ausiliari non erano né addestrati né equipaggiati con uniformi militari. Indossavano cappelli di bambù, giacche di cotone azzurro pallido con maniche aderenti sotto un cappotto Happi col numero della loro unità dipinto sopra e sandali di paglia, sembravano i coolies che erano. I facchini trasportavano le provviste dell’esercito sulle spalle, scavarono le fortificazioni e rappresentarono la maggior parte del personale dei corpi sanitari. Migliaia di persone morirono per il freddo o le epidemie. Oltre ad essere esentati da ordini e disciplina militare, i lavoratori a contratto ricevevano una paga extra per compiti pericolosi, causando risentimento tra i soldati, che non ricevevano il bonus. I coreani erano riluttanti a sostenere l’esercito di spedizione con manodopera o merci perché, come la maggior parte degli osservatori occidentali disinteressati, inizialmente dubitavano che la piccola nazione insulare potesse sconfiggere il potente impero cinese. I coolies coreani arruolati con la forza rubavano i rifornimento, secondo alcuni resoconti, fino al 25% delle scorte di riso dell’esercito. I facchini coreani e le controparti giapponesi disertavano a frotte, e in un caso estremo un comandante di battaglione giapponese esasperato si assunse la responsabilità dei ritardi nell’invio delle provviste suicidandosi. Le mappe disponibili erano di scarsa qualità e spesso fuorvianti sulle condizioni di strade e linee ferroviarie. Fidandosi delle mappe, nessuno controllò la linea ferroviaria tra Pusan e Seoul che in alcuni punti era impraticabile, costringendo i portatori a trasportare i carichi ritardando ulteriormente i rifornimenti. La strada principale per Seoul, mostrata chiaramente sulle mappe, era poco più di una trazzera scadente che serpeggiava tra montagne e valli. Le risaie piene d’acqua lungo entrambi i lati riducevano il traffico a un’unica fila che si muoveva al ritmo del carro più lento.
Quando disponibile, la razione giornaliera in tempo di guerra consisteva in riso bianco lucido, carne, verdure, sottaceti e condimenti. La razione di campo conteneva riso bollito essiccato, carne in scatola e sale. I soldati cercavano anche cibo e confiscavano polli, bovini e maiali dalle famiglie cinesi e coreane. Furono testate varie combinazioni di cibo, ma nessuna superiore al riso bollito essiccato e gallette della razione di emergenza sul campo. Paradossalmente, la caotica situazione logistica portò alla decisione giapponese di attaccare Pyongyang. Dopo aver raggiunto Seul, la 1.ma Armata era così alla disperata ricerca di cibo che le truppe massacrarono i buoi che trainavano i carri dei rifornimenti ormai vuoti. Gli ufficiali esortarono i soldati a prendere Pyongyang con la promessa di montagne di razioni cinesi che li aspettavano. Oltre a questi problemi logistici, focolai epidemici ostacolarono le operazioni. C’erano circa 3500 soldati dei corpi sanitari, due terzi riservisti, e l’esercito dovette assumere un gran numero di lavoratori a contratto per trasportare lettiere, scavare latrine e costruire ospedali da campo. Mantenere l’approvvigionamento di acqua potabile in condizioni da campo era probabilmente il compito più difficile. Le squadre sanitarie purificavano l’acqua di pozzi, torrenti e fiumi e gli ufficiali vietarono alle truppe di bere l’acqua nelle stazioni ferroviarie o nei terminal portuali e incaricarono le unità di bollire l’acqua prima di usarla per cucinare o preparare il tè. Nonostante questi sforzi, ci fu un’epidemia di colera nell’esercito per la prima volta dal 1890. Sulla carta, ogni divisione stabilì sei ospedali da campo che servivano da punti di raccolta, ma a causa della scarsità di truppe sanitarie fu costruita circa la metà degli ospedali da campo. Medici e farmacisti militari erano troppo scarsi per curare i focolai epidemici. Gli oppiacei usati in anestesia erano un monopolio governativo e l’esercito doveva negoziare col Ministero dell’Interno per acquistare l’80% della fornitura annuale della nazione. Per alleviare il peso su medici e personale sanitario, gli istruttori dell’esercito addestrarono i coscritti nelle procedure igieniche sul campo e nel pronto soccorso. Il governo riunì le organizzazioni di soccorso dei soldati sotto l’egida della Croce Rossa giapponese. Tuttavia, la guerra molto limitata aveva quasi sopraffatto un corpo medico che ricorse a misure di emergenza temporanee per compensare la mancanza di pianificazione, coordinamento intergovernativo e scorte adeguate.

Performance e disciplina in battaglia
I fanti giapponesi combatterono come vennero addestrati. Le colonne ammassate facilitavano la rapida mobilità durante l’avvicinamento al nemico. Al contatto, le colonne manovrarono in linea di schermaglia sostenuta da ranghi densi di fucilieri che si precipitarono in massa su breve distanza, gettandosi a terra e poi ripetendo la manovra. I giovani ufficiali guidavano assalti frontali in brevi corse supportati da artiglieria leggera. Le formazioni fitte preservarono l’integrità dell’unità e la disciplina del tiro, assicurarono il comando tattico e crearono massa e slancio per l’assalto riuscito. I giapponesi costantemente approfittarono del terreno per mascherare movimenti e assalti, ma erano disposti ad attraversare il terreno aperto per raggiungere gli obiettivi. L’esercito non compilò un’analisi completa delle campagne in tempo di guerra per ricavare le “lezioni apprese”, sebbene i rapporti del dopoguerra delle unità di fanteria in prima linea identificassero le carenze. Lo spirito di corpo creatosi tra le squadre di una compagnia di fanteria, ad esempio, migliorò la coesione delle unità in battaglia, ma le singole compagnie erano riluttanti a sacrificare la solidità per supportare un’unità vicina, riducendo così aggressività e sforzo complessivi. Il ritmo, in tempo di pace, dell’attacco in addestramento si rivelò troppo rapido per essere mantenuto nelle condizioni di combattimento, e quando i soldati non potevano sostenere il ritmo dell’addestramento, il morale cadde. Anche il morale delle truppe appassì sotto il pesante tiro nemico, in particolare quando i compagni vicini venivano uccisi o feriti. Il manuale della fanteria revisionato del 1898 tuttavia convalidava le formazioni di massa che si basavano su attacchi alla baionetta, perché era l’unico modo per un comandante di compagnia di controllare la sua unità. Dedicò grande attenzione a spirito combattivo e morale perché l’esercito considerava queste qualità intangibili le chiavi della vittoria. Di conseguenza, l’addestramento nel dopoguerra divenne più esigente sulla teoria del sopportare le difficoltà fisiche, che avrebbe sviluppato la forza di volontà a cui i coscritti potevano attingere per sostenere morale e disciplina nel tumulto della battaglia.
L’esercito subì 1161 morti in azione, inclusi 44 ufficiali e 118 sottufficiali. Coi giapponesi costantemente all’offensiva, i cinesi in ritirata avevano poche possibilità di fare prigionieri e catturarono solo undici giapponesi, dieci dei quali facchini anziani. L’unico soldato fatto prigioniero aveva una ferita alla testa. Gli ufficiali scoraggiarono attivamente l’idea della resa, avvertendo le truppe del terribile destino che li attendeva nelle mani dei cinesi. Yamagata, ad esempio, avvertì i suoi ufficiali di non lasciarsi fare prigionieri perché i cinesi innatamente crudeli li avrebbero uccisi. Invece, furono i giapponesi a commettere le peggiori atrocità. Il New York World riferì a fine novembre che le truppe giapponesi avevano massacrato 60000 cinesi nei quattro giorni dopo la cattura di Port Arthur. Stime recenti più prudenti indicano 2000 cinesi uccisi, apparentemente per rappresaglia per i soldati cinesi che mutilavano cadaveri giapponesi. Qualunque fosse il numero, non c’era dubbio che qualcosa di terribile accadesse a Port Arthur, nonostante le energiche smentite del governo giapponese. Le memorie del ministro degli Esteri Mutsu liquidarono i rapporti come “esagerati” ma riconobbero che “si verificarono spargimenti di sangue e omicidi non necessari”. Credeva che fosse una provocazione e che la maggior parte delle vittime soldati cinesi senza uniforme. Due settimane dopo l’incidente, Ouyama ammise che nella confusione dei combattimenti di strada era difficile evitare di uccidere i civili mescolati tra i soldati cinesi. Il governo giapponese successivamente affermò che numerosi soldati cinesi si rifiutarono di arrendersi, togliendosi le uniformi, e uccisi nelle operazioni di rastrellamento. Eppure il gabinetto non fece indagini perché potevano mettere in imbarazzo l’esercito implicando i comandanti nei crimini di guerra. La paura di fondo del gabinetto era che la responsabilità arrivasse al quartier generale di Ouyama e imporne il ritiro. Se ciò fosse accaduto, Yamagata avrebbe preso il comando di tutte le forze sul campo, cosa che né Itou né Mutsu volevano. Il governo cercò di nascondere il massacro perché offuscava l’immagine del Giappone presso l’opinione pubblica mondiale come nazione civile che il Ministero degli Esteri aveva esibito nei negoziati per la revisione del trattato. I comandanti emisero ordini severi per proteggere gli occidentali, in particolare i missionari, per due motivi. In primo luogo, volevano evitare provocazioni che potessero portare all’intervento occidentale; in secondo luogo, volevano dimostrare che il Giappone era una nazione civile che rispettava gli standard occidentali del diritto internazionale, che a sua volta avrebbe favorito gli sforzi del governo per rivedere il sistema dei trattati ineguali. Il doppio standard, soffuso di atteggiamenti di superiorità razziale nei confronti dei cinesi, contribuì probabilmente al massacro di Port Arthur. In attesa di una civiltà ricca e colta, i soldati giapponesi rimasero delusi quando videro in prima persona la sporcizia e la dura esistenza dei cinesi poveri. L’ammirazione si trasformò in disprezzo e degrado. Queste percezioni combaciavano con le nozioni dell’unicità e superiorità del Giappone producendo stereotipi razziali popolari sui cinesi e la Cina come civiltà decadente.
La disciplina dell’esercito rifletteva la propensione della società a risolvere le controversie privatamente senza ricorrere a corti o tribunali. Inoltre, il concetto di disciplina nell’esercito si applicava per garantire spirito offensivo e obbedienza agli ordini, non a disciplinare in modo formale. Le commissioni delle corti marziali sul campo giudicarono 2000 casi durante la guerra, più del 70 per cento per processare civili che lavoravano per l’esercito. Circa 500 soldati, quasi tutti coscritti, furono condannati, per lo più per reati minori. Per le accuse più gravi, solo sei soldati furono condannati per aggressione a un ufficiale e undici per diserzione. La disciplina dell’esercito così rigorosamente applicata nel punire le trasgressioni contro i regolamenti militari o gli ordini dei comandanti non fu attutata per controllare l’oltraggio dei soldati contro i cinesi indifesi. Per un esercito che fece un feticcio di disciplina ed obbedienza incondizionata agli ordini, l’incidente implicava che gli ufficiali della catena di comando fossero complici o perdonati sul massacro. I giornali a malapena menzionarono il presunto massacro. Allo scoppio della guerra, IGHQ aveva accreditato più di 120 giornalisti, artisti e fotografi per seguire i combattimenti e li aveva assegnati al quartier generale dell’esercito secondo rigide linee guida. La censura del Ministero degli Interni garantiva la conformità, ma c’era poco di cui preoccuparsi perché i corrispondenti divennero i cheerleader della guerra e dei militari. Tassi di alfabetizzazione più elevati, almeno nelle principali città, e migliore tecnologia per la stampa ne estesero l’influenza. I giornali uscirono in edizioni extra serali e più edizioni per romanticizzare e popolarizzare la guerra. Nell’immediato dopoguerra, numerosi resoconti, alcuni reali, di fantasia, godettero di grande popolarità, pubblicati a puntate su giornali e riviste di nuova creazione.
Le narrazioni popolari di guerra si adattavano all’immagine di sé dell’esercito e facevano parte di un appello più generale al pubblico alfabetizzato a sostenere l’istituzione armata. Una stampa credulona favorì lo sforzo di propaganda dell’esercito e potenziali critici affrontarono sempre la minaccia della censura o peggio. Tuttavia, in un’epoca in cui l’imperialismo e il nazionalismo erano in piena fioritura a livello internazionale, il patriottismo acritico non era solo più facile e sicuro, ma rifletteva anche più accuratamente le opinioni popolari ampiamente condivise e accettate del posto del Giappone nel mondo.

Alto comando e iniziativa sul campo
In teoria l’IGHQ unificò le funzioni civili-militari come il luogo in cui l’imperatore, i suoi capi militari e il primo ministro Itou idearono la politica nazionale e militare. In realtà il Quartier generale centrale si contrappose alle ambiziosi dei comandanti sul campo che cercavano unilateralmente di impostare la politica militare. Contro il loro giudizio, Itou e i capi dell’esercito si inchinarono all’insistenza di Yamagata d’essere nominato comandante della 1.ma Armata. Quando Yamagata, 56 anni, arrivò a Inchon il 12 settembre, la 1.ma Armata aveva già catturato Pyongyang. Pochi giorni dopo si raffreddò facendo il bagno in un fiume, ebbe complicazioni e, sebbene malato cronico, rifiutò l’evacuazione e partecipò a un’azione minore sullo Yalu a fine ottobre. All’inizio di novembre, Yamagata credeva che la guerra avesse raggiunto una fase critica e non aveva intenzione di sprecare opportunità rimanendo inattivo. Il 3 novembre inviò all’IGHQ tre opzioni per una campagna invernale attiva: 1) sbarcare la 2.da Armata a Shanhaiguan; 2) unire 1.ma e 2.da Armata nella penisola di Liaodong; o 3) inviare la 1.ma Armata ad attaccare Mukden (Shenyang). Da una base a Mukden, Yamagata avrebbe riorganizzato l’esercito per l’offensiva primaverile contro Pechino e avrebbe soppresso la rinascita delle forze cinesi nella regione. IGHQ respinse le raccomandazioni e ordinò alla 1.ma Armata di entrare nei quartieri invernali. A metà novembre, Yamagata ricevette informazioni che i cinesi si ammassavano sul suo fianco settentrionale e di nuovo raccomandò un’offensiva. Si lamentò del fatto che l’inattività aveva smorzato il morale delle truppe, permesso ai cinesi di approfittare della pausa per migliorare le difese concedendogli una retrovia sicura in Manciuria di cui il Giappone aveva bisogno per combattere la battaglia della pianura di Zhili. L’IGHQ rispose in modo ambiguo ma non respinse le sue raccomandazioni.
La cattura di Port Arthur da parte della 2.da Armata a fine novembre con meno di 300 caduti fu tanto più impressionante perché l’esercito aveva pubblicamente insinuato che sarebbe stata una dura lotta con pesanti perdite. Yamagata probabilmente capì che la straordinaria vittoria aveva oscurato il suo comando e, ansioso di assicurarsi il suo posto a leader marziale, ignorò la direttiva operativa dell’IGHQ d’evitare le operazioni invernali. Il 1° dicembre ordinò unilateralmente alla 1.ma Armata di avanzare su Mukden, aspettandosi di dividere le forze cinesi e aprirsi la strada per la battaglia decisiva nella primavera successiva. L’IGHQ venne a sapere dell’offensiva quattro giorni dopo, quando ormai abbandonò ogni piano per attaccare Pechino per paura dell’intervento occidentale. Il Quartier generale centrale, tuttavia, non informò Yamagata frustrato e malato del cambiamento di idea. In breve, né lo Stato maggiore né la 1,ma Armata sapevano cosa facesse l’altro. Yamagata si aspettò di prelevare rifornimenti dai depositi giapponesi a Pyongyang, ma i pianificatori pensarono di sostenere la 1.ma Armata nei quartieri invernali statici, dove avrebbe avuto bisogno di meno, non più, rifornimenti. Inoltre, la linea logistica era allo sbando nonostante gli sforzi dell’IGHQ per aggiungere migliaia di vagoni di rifornimento e altre decine di migliaia di carrettieri e manovali. La fragile condizione di Yamagata aggiungeva un’altra variabile. Yamagata non si era mai ripreso, soffriva di ulteriori complicazioni per problemi di stomaco e diarrea, e a novembre era così malandato che il chirurgo generale della 1.ma Armata gli suggerì di tornare a casa. Subito dopo parecchi rapporti raggiunsero il viceministro della Guerra e contemporaneamente il Direttore dell’Ufficio Affari Militari, Maggior-Generale Kodama, descrivendo il deterioramento delle condizioni fisiche di Yamagata e il timore che la sua costituzione indebolita non sopravvivesse al rigido inverno. Il primo ministro Itou era riluttante a richiamare Yamagata, preoccupato che l’imbarazzo potesse costringere l’orgoglioso ex-samurai a suicidarsi. Quindi aggirò il governo e il 29 novembre fece scrivere l’imperatore a Yamagata esprimendo preoccupazione per la sua salute e chiedendone il ritorno a Hiroshima per informare la corte sulla situazione militare generale. Un inviato imperiale lasciò Hiroshima il 5 dicembre portando il messaggio di Meiji, ma gli ci vollero tre giorni per raggiungere il quartier generale di Yamagata. Alla fine Yamagata tornò a Hiroshima il 17 dicembre, momento in cui l’offensiva della 1.ma Armata era a buon punto, trascinandola sempre più lontano dai depositi dei rifornimenti. Sebbene la spinta iniziale avesse successo, a metà dicembre le temperature vertiginose congelarono le strade della Manciuria, rendendo lento e pericoloso ai carri trainati da cavalli muoversi lungo superfici ghiacciate. I fiumi ghiacciati potevano sopportare il peso di una colonna di truppe, ma non il peso dei loro cavalli e carri. La maggior parte dei soldati non aveva abiti invernali e affrontò venti ululanti e bufere di neve con le loro uniformi estive, lacere da mesi di campagna. Le malattie respiratorie raggiunsero proporzioni epidemiche. Molte truppe non avevano stivali e indossavano ancora sandali di paglia o scarpe basse che li resero suscettibili al congelamento.
La strategia rivista di Itou, emessa il 14 dicembre, prevedeva la cattura della base navale cinese di Weihaiwei, nella penisola di Shandong, per evitare che le navi da guerra della Flotta del Nord sopravvissute interferissero con le navi da guerra giapponesi nel Golfo di Bohai. La fortezza che dominava la base navale fu presa il 2 febbraio 1895, anche se il Maggior-Generale Yasuzumi Outera, comandante dell’11.ma Brigata di fanteria, fu ucciso nei combattimenti, l’unico generale giapponese caduto nella guerra. La flotta cinese, intrappolata tra l’esercito di Ouyama e il blocco della Marina giapponese, perse le sue poche navi da guerra intatte a metà febbraio. In Manciuria, la 1.ma Armata, sotto il nuovo comando, sconfisse le forze cinesi, portando a negoziati che produssero il Trattato di Shimonoseki, firmato il 17 aprile 1895. Il trattato obbligava la Cina a riconoscere la Corea “Stato indipendente”, a pagare una grossa indennità e a cedere al Giappone il controllo della penisola di Liaodong, i diritti ferroviari nella Manciuria meridionale e Taiwan. Solo sei giorni dopo Russia, Germania e Francia costrinsero il Giappone a restituire la penisola di Liaodong. L’intervento tripartito scioccò il pubblico giapponese, ancora euforico per l’esito della guerra, e reso dolorosamente chiaro che il Giappone, sebbene potenza regionale da non sottovalutare, era alla mercé dell’occidente. Un senso di umiliazione nazionale era palpabile ed emerse la determinazione, incoraggiata dal governo, a vendicare tale torto. L’oggetto immediato della passione giapponese era la Russia, vista come capobanda dell’intervento ed inevitabile futuro nemico.

Guadagni e problemi del dopoguerra
L’acquisizione da parte del Giappone di Taiwan e degli interessi speciali giapponesi in Corea ebbe gravi conseguenze impreviste. Il 25 maggio 1895, i taiwanesi dichiararono la repubblica indipendente e circa 50000 insorti, concentrati nella parte meridionale dell’isola, presero le armi. Quattro giorni dopo la Divisione delle Guardie, comandata dal maggior-generale principe Kitashirakawa, sbarcò incontrastata nel nord di Taiwan, dove il governatore generale e la guarnigione cinesi di 9000 uomini si arresero prontamente. I giapponesi aprirono una nuova sede del governatore generale a Taipei il 2 giugno e chiesero rinforzi immediati per reprimere la ribellione. Le guardie e la 2.da Divisione, 50000 truppe, supportate da 26000 appaltatori civili, condussero una campagna punitiva contro le roccaforti dei ribelli e alla fine di ottobre dichiararono sicura Taiwan, sebbene le operazioni di controinsurrezione continuarono fino a marzo 1896. Circa 700 soldati giapponesi furono uccisi o feriti combattendo i guerriglieri, ma le epidemie ne uccisero altri 20000, tra cui il principe Kitashirakawa. Le spedizioni punitive per reprimere le rivolte armate continuarono fino al 1907, e da allora le operazioni di polizia ed esercito imposero una pace nervosa con le tribù delle montagne. Tokyo ridusse gradualmente la presenza militare e formò la guarnigione di Taiwan, riorganizzata alla fine del 1907 come organizzazione e formazione permanente (TO&E), composta da due reggimenti di fanteria, ciascuno con una compagnia di artiglieria da montagna.
Dal 1895 il governo giapponese divenne più attivo in Corea, dove lotte di potere interne avevano allineato fazioni dagli sponsor giapponesi, cinesi o russi. Tokyo tentò di consolidare l’influenza suprema del Giappone in Corea attraverso la diplomazia, i prestiti e la creazione di una forza militare addestrata dai giapponesi (kunrentai) di circa 800 uomini, per controbilanciare la guardia del palazzo addestrata da nordamericani e russi. Nel settembre 1895 Gorou Miura, allora membro della Camera dei Pari, fu nominato ministro a Seul, alto funzionario giapponese del Paese. Miura non era disposto a consentire il predominio russo a spese dei giapponesi, ma i suoi sforzi gli si ritorsero contro all’inizio di ottobre quando la regina coreana progettò un ordine del tribunale che sciolse il kunrentai. Per Miura questo era il primo passo di una cospirazione del tribunale per assassinare alti funzionari filo-giapponesi nel governo coreano, probabilmente seguita da richieste di intervento russo per ristabilire l’ordine. Miura organizzò il suo golpe l’8 ottobre quando una banda di più di venti tagliagole giapponesi e coreani fece irruzione nel palazzo, uccise la regina e ne bruciò il cadavere in un bosco vicino. Miura notificò per la prima volta a Tokyo che nessun giapponese era coinvolto nel crimine, ma gli ambasciatori stranieri presto svelarono la colpevolezza dei giapponesi. Il ministero degli Esteri richiamò Miura e una quarantina di giapponesi mentre Itou assicurò le potenze occidentali che Miura aveva agito in modo indipendente senza istruzioni dal governo. L’omicidio della regina provocato un’esplosione di violenze anti-giapponeso in Corea, dove milizie contadine locali guidate da nobili confuciani uccisero diversi residenti giapponesi. Il re coreano licenziò i funzionari filo-giapponesi, giustiziò i cospiratori coreani e richiese l’aiuto russo. Nel febbraio 1896, le truppe russe entrarono a Seul. Più o meno nello stesso periodo, circa 100 marinai giapponesi sbarcarono per ristabilire l’ordine sulla strada Pusan-Seoul e proteggere le linee telegrafiche di proprietà giapponese. Un accordo a maggio tra giapponesi e russi permisero lo stazionamento di piccole guarnigioni a Seoul e Pusan, apparentemente per proteggere i residenti e le proprietà giapponesi.
L’espulsione della Cina dalla Corea destabilizzò l’Asia nord-orientale esponendo la debolezza militare dell’impero cinese e dando il via alla corsa tra le potenze imperialiste occidentali per spaccare i territori dell’Asia orientale e del Pacifico. Nel 1897 gli Stati Uniti annetterono le Hawaii e la Germania occupò Tsingtao in Cina. L’anno successivo gli Stati Uniti arrivarono nelle Filippine. Verso la metà del 1898 la Gran Bretagna affittò Weihaiwei dopo il ritiro giapponese e i Nuovi Territori. La minaccia russa incombente preoccupava maggiormente il governo giapponese, che si affidava alla diplomazia per disinnescarlo. L’accordo Nishi-Rosen firmato a Tokyo il 25 aprile 1898 stabiliva che né Giappone né Russia avrebbero nominato istruttori militari o consulenti finanziari in Corea senza previo accordo reciproco. La Russia inoltre accettò di non ostacolare le relazioni commerciali e industriali giapponesi con la Corea. La Russia ritirò i suoi consiglieri militari e finanziari in seguito all’accordo, ma comunque occupava Port Arthur, si rafforzò in Manciuria e ampliò la partecipazione finanziaria nel nord-est asiatico. Nel 1899 Gran Bretagna e Germania si divisero l’arcipelago delle Samoa e la Germania occupò vari territori dei Mari del Sud, Isole Bismarck, Nuova Guinea e Caroline. La Russia continuò a spingersi in Manciuria proseguendo la rotta della ferrovia Transiberiana, che fu completata nel 1903. Il Giappone mantenne la posizione privilegiata in Corea e acquisì la nuova colonia di Taiwan. Non ci fu controversia sulla responsabilità del governo di proteggere gli interessi giapponesi in Corea dall’invasione russa. La posizione di Taiwan, tuttavia, era ambigua. L’isola ancorò le difese meridionali del Giappone o fu un trampolino di lancio dell’espansionismo in Cina e a sud? L’impero avrebbe dovuto difendere passivamente la Corea e spostare le risorse a Taiwan per l’espansione verso sud, o la Corea era la base per arrivare nella Manciuria meridionale e Cina settentrionale? L’esercito dovette confrontarsi con le nuove realtà regionali e strategiche, proposta resa difficile perché le potenze occidentali ora identificavano il Giappone come serio concorrente nel nord-est asiatico. Il corso dell’espansione del Giappone, a nord o a sud, afflisse la formulazione della strategia nei successivi cinquant’anni e fu l’eredità strategica della nazione dalla guerra sino-giapponese.

Piani dell’esercito del dopoguerra
Il 15 aprile 1895, due giorni prima della firma del Trattato di Shimonoseki, Yamagata, ministro della Guerra di recente nomina ed ispettore generale, raccomandò all’imperatore Meiji l’espansione militare per dieci anni per proteggere il territorio d’oltremare appena acquisito dal Giappone. Dieci giorni prima, Yamagata fece una proposta simile al ministro degli Esteri Mutsu perché il Giappone aveva bisogno di un esercito più grande per mantenere stabile l’Asia orientale. Sebbene Yamagata fosse un geopolitico che colse i punti di forza e di debolezza del Giappone e si fidava della sua innata cautela nel guidare la nazione e l’esercito nel periodo di formazione, non era un ufficiale professionale. Mostrò una ristretta conoscenza della moderna guerra combinata e poca comprensione dei rapidi progressi tecnologici che rivoluzionavano il ruolo dell’artiglieria da campo nella guerra. L’espansione militare significò semplicemente più truppe e volle raddoppiare la fanteria di ciascuna divisione senza aumentare in modo proporzionato artiglieria e supporto. In altre parole, Yamagata voleva divisioni più grandi, non più numerose. Anche lo Stato Maggiore voleva espandere l’esercito, ma in modo più equilibrato e professionale. Il suo piano approvato ad ottobre richiese una struttura di tredici divisioni, e nel 1896 lo Stato Maggiore adottò la base di tredici divisioni nella pianificazione di emergenza in tempo di guerra basata su operazioni offensive per preservare o espandere gli interessi all’estero. L’espansione dell’esercito iniziò nel 1898, secondo un piano modificato per schierare sei nuove divisioni, due nuove brigate di cavalleria e due nuove brigate d’artiglieria da campo. Una brigata (due reggimenti) di ciascuna divisione regolare formò il quadro per una nuova divisione. I due reggimenti della restante brigata furono divisi in quadri per creare due brigate (quella esistente e una di nuova organizzazione). Il processo durò tre anni, aggiungendo progressivamente quadri e coscritti per portare i nuovi reggimenti alla piena forza in tempo di pace di 1800 uomini, che fu operativa nel 1903. Ogni divisione regolare organizzò anche una brigata di deposito responsabile durante la guerra del presidio dei territori occupati. Le unità di deposito erano generalmente dotate di armi e attrezzature obsolete.
Il raddoppio della struttura delle forze quasi raddoppiò il tasso di arruolamento. Nel 1904 l’esercito reclutava il 20 per cento della coorte annuale e assegnava alle riserve il doppio degli esaminati.
Furono necessari più giovani ufficiali per guidare i ranghi ampliati e nel 1897 l’esercito aprì sei scuole regionali preparatorie per cadetti completando la scuola preparatoria centrale dell’esercito di Tokyo. Accettando giovani cadetti tra i 13 e 15 anni di età, le scuole preparatorie addebitavano sei yen al mese per le spese, il che di fatto limitò i partecipanti ai figli di famiglie della classe media che potevano permettersi la retta. Ogni scuola aveva una cinquantina di allievi per classe iscritti a un corso di preparazione triennale che consisteva in un’istruzione da scuola media standard, tranne che per l’enfasi sulle lingue straniere e l’istruzione sullo spirito militare. Laureati s’immatricolavano al corso principale di diciotto mesi dell’Accademia preparatoria centrale. I critici sostenevano che il ristretto curriculum della scuola bloccasse la curiosità intellettuale degli studenti, favorisse una concorrenza eccessiva e cricche e produsse rigidità. Poiché anche i diplomati delle scuole preparatorie s’immatricolarono all’Accademia, la classe media dei diplomati dell’Accademia aumentò rapidamente da 155 nel 1890-1894 a 663 nel 1897-1904. Allo stesso modo, il college militare più che raddoppiò le classi annuali, da venti a circa cinquanta ufficiali. La modernizzazione accompagnò l’espansione. Nel 1897 la riprogettazione di Murata del suo fucile produsse un fucile a ripetizione a cinque colpi con proiettili più piccoli e leggeri da 6,5 mm, che consentiva alla fanteria di trasportare più munizioni nelle cartucciere (150-180 colpi). La maggiore velocità di fuoco compensò la presunta mancanza di letalità del proiettile e gittata minore. Lo Stato Maggiore e il Ministero della Guerra volevano un cannone abbastanza mobile per tenere il passo coll’avanzata della fanteria e in grado di muoversi su reti stradali primitive e trazzere nel nord-est asiatico. Con nuove modifiche e progressi tecnologici nell’artiglieria che si verificarono in Europa a una velocità vertiginosa, qualsiasi investimento nell’artiglieria fu un azzardo perché le nuove scoperte potevano subito rendere l’arma meravigliosa di oggi una obsoleta domani. Il caso del cannone Typo 31 è illustrativo. Questo modello del 1898 era un’arma a tiro rapido la cui culatta assorbiva il rinculo. Poiché l’arma non si muoveva col rinculo, non doveva essere maneggiata nella posizione di tiro originale dopo ogni sparo, consentendo una velocità di fuoco più rapida e precisa. Soffrì di problemi di sviluppo, costringendo l’esercito a importare 600 cannoni dell’artiglieria da campo semilavorati e il loro equipaggiamento (carriaggi e cassoni delle munizioni) da produttori tedeschi. Nel giro di pochi anni, tuttavia, la gittata superiore e la maggiore velocità di tiro del pezzo d’artiglieria da campo russo del 1904 resero i cannoni tedeschi obsoleti. Nell’ottobre 1904 il governo giapponese dovette concludere un accordo segreto cogli industriali tedeschi per 400 pezzi d’artiglieria da campo di ultima generazione.
Dopo la guerra sino-giapponese, l’esercito cambiò gradualmente con un’uniforme cachi perché il colore mostrava meno macchie, in particolare di sangue che influenzavano negativamente il morale delle truppe durante i combattimenti. All’epoca della Ribellione dei Boxer del 1900 i soldati indossavano ancora pantaloni bianchi, ma quattro anni dopo tutti indossavano abiti color kaki. L’esercito adottò stivali alti e ghette per impedire il ripetersi di congelamento e piede da trincea visti durante la guerra sino-giapponese. Ai soldati venivano distribuiti mantelli antipioggia e gamelle di alluminio. Le coperte rimasero poche perché i lanifici giapponesi non poterono soddisfare la domanda. I bilanci militari del dopoguerra salirono alle stelle; nel 1898 più della metà del bilancio nazionale andò all’espansione ed ammodernamento militare, un processo reso più costoso dato che la Marina contemporaneamente modernizzò la flotta. Il budget militare del 1896 era di 73 milioni di yen, più di tre volte quello del 1893, e nell’anno di punta del 1900 superò i 100 milioni di yen. L’esercito investì la metà del budget per pagare i costi dei militari notevolmente aumentati associati all’incremento di effettivi, e circa un quarto per comprare le armi. Al contrario, la Marina utilizzò più di due terzi del budget per nuove grandi navi (quasi quadruplicando il suo tonnellaggio nel 1902) e solo un sesto del personale perché gli effettivi era solo un quarto dell’esercito. Nel 1903 le spese militari rappresentavano circa un terzo del bilancio nazionale. Rimase tale per i successivi vent’anni. Il governo finanziò il programma di espansione con una combinazione di riparazioni pagate dai cinesi dopo la guerra sino-giapponese, la vendita di obbligazioni, prestiti esteri e maggiori tasse sui consumi. Queste misure consentirono al governo di ridurre leggermente la tassa fondiaria e di ottenere l’approvazione dei partiti politici del bilancio. La minaccia russa e la corsa imperialista per divorare la Cina motivarono l’approvazione della Dieta degli enormi budget militari, ma anche i politici nel prendere tangenti, accettare un grande aumento dello stipendio dei deputati, accettare nomine per patrocinio e promulgare riforme sul franchising in cambio del voto. Le grandi spese militari continuarono anche durante le crisi finanziarie del 1897–1898 e 1900–1901, in parte perché il governo attinse al risparmio postale dei cittadini quando le obbligazioni furono declassate sul mercato mondiale.
C’erano buone ragioni per spendere. Il nord-est asiatico all’inizio del ventesimo secolo era una polveriera in attesa di esplodere. L’esercito giapponese era nel pieno di riarmo, espansione e modernizzazione per contrastare la minaccia militare russa nel nord-est asiatico, ma le armi erano divise su un approccio a nord o sud della strategia a lungo termine. La Corea fu una responsabilità strategica, il suo popolo ostile al Giappone, i suoi governanti inaffidabili e la penisola insicura come retrovia. La Cina rasentava il caos mentre il vecchio regime lottava invano contro i riformatori interni e gli aggressori esteri. La Russia era una presenza minacciosa in Manciuria e stabilì una posizione strategica nella penisola di Liaodong. Gli obiettivi militari del Giappone per la supremazia regionale e la stabilità nell’Asia nord-orientale rispecchiavano gli obiettivi della Russia e misero i due imperi in rotta di collisione. Queste versioni concorrenti e inconciliabili della sicurezza regionale resero inevitabile la guerra con una grande potenza occidentale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio