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L’Iraq scaccia gli Stati Uniti

Vladimir Platov, New Eastern Outlook 11.12.2020

La situazione in Iraq, dilaniata dall’aggressione armata statunitense, continua a peggiorare negli ultimi mesi, confermando il completo fiasco della politica statunitense nel Paese. Per anni gli iracheni chiesero a gran voce riforme nella piazza Tahrir di Baghdad, vale a dire porre fine alla corruzione, migliorare i servizi e ampliare le opportunità di lavoro, oltre a una sfilza di slogan sempre più anti-americani. Sebbene le autorità abbiano adottato alcune misure per garantire i diritti dei manifestanti, incluso il risarcimento per le vittime delle violenze dell’ottobre 2019, le proteste continuano in alcune province e manifestanti vengono arrestati e scompaiono senza lasciare traccia. Almeno 157 persone furono uccise e 5494 ferite nei disordini, secondo un rapporto diffuso il 20 ottobre dall’Ufficio per i diritti umani della Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (UNAMI). Un’altra ondata di proteste riprese il 1° ottobre diffusasi nel sud sciita. Almeno cinque persone morirono per ferite da arma da fuoco e 60 negli scontri del 28 novembre a Nasiriya. Il 3 dicembre iniziarono ulteriori proteste contro il governo regionale del Kurdistan per il mancato pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici. Per disperdere la marcia antigovernativa, le forze di sicurezza irachene sparavano gas lacrimogeni e aprivano il fuoco, e diversi manifestanti, compresi organizzatori, la maggior parte dei quali insegnanti, furono arrestati.
Come Jeanine Hennis-Plasschaert, capo della Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq, disse al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a fine novembre, le autorità irachene devono agire nell’epicentro di diverse crisi contemporaneamente, in politica, sicurezza, economia e finanza, per risolvere problemi sociali e, ovviamente, problemi di salute. La pratica continua di persone che scompaiono rapite senza lasciare traccia in Iraq e l’esistenza di una rete di prigioni segrete è molto importante per la soluzione della situazione in Iraq. Come affermavano gli esperti del Comitato delle Nazioni Unite per le sparizioni forzate, che pubblicò i risultati sulla situazione in Iraq il 2 dicembre, ricevevano rapporti secondo cui ci sono 420 prigioni segrete e centri di detenzione preventiva. Allarmati anche dalle numerose fosse comuni presenti nel Paese e dal gran numero di corpi non identificati i membri del comitato invitavano le autorità a includere la punizione dei crimini di sequestro di persona nel codice penale e raccomandavano che tali istituzioni siano chiuse o convertite in centri regolari registrati e controllati. Inoltre, numerosi osservatori notavano il continuo aspro conflitto tra forze governative e militanti delle cellule SIIL nella parte centrale dell’Iraq. Nella regione di Tarmia, a nord di Baghdad, un convoglio di forze governative subi un’imboscata dei terroristi, con tre feriti dai cecchini, d cui uno morto e gli altri due in gravi condizioni. Nella provincia di Salahudin, un camion fu fatto saltare in aria da un ordigno esplosivo lasciato dai terroristi. Il gruppo terroristico SIIL rivendicava l’attacco missilistico del 29 novembre contro una delle grandi raffinerie di petrolio irachene di Baji, governatorato di Salah ad Din.
Qamal al-Hasnawi, leader dell’Hashd al-Shabi in Iraq, dichiarava al quotidiano londinese Araby al-Jadid che uno dei motivi dell’attività periodica dello SIIL in Iraq, specialmente nel triangolo della Giordania irachena, il triangolo di confine siriano, è il sostegno degli Stati Uniti. Secondo lui, i documenti sono nelle mani di Hashd al-Saabi indicando che i nordamericani lo fanno per affermare che la sicurezza si è deteriorata dalla fine delle interazioni di coalizione col governo iracheno. Secondo il comandante iracheno, la coalizione statunitense ha addestrato, equipaggiato e schierato terroristi dello SIIL in varie città dell’Iraq, in particolare sul confine iracheno-siriano. Allo stesso tempo Hasnawi notava che l’Aeronautica irachena è abbastanza forte da colmare il vuoto delle forze della coalizione, essendo sopravvissuto alle pesanti battaglie con lo SIIL senza il supporto aereo della coalizione, vincendole.
Allo stesso tempo, cresce nel nord dell’Iraq il conflitto tra peshmerga, forze di autodifesa della Regione Autonoma Curda, e PKK che, secondo molti osservatori, potrebbe portare a una guerra civile. L’impulso a tale aggravamento fu l’omicidio di Qazi Salih l’8 ottobre, impiegato del valico di frontiera di Sazarar, di cui e autorità locali accusavano il PKK, sebbene il gruppo non l’abbia rivendicato, se non la responsabilità del sabotaggio del 27 ottobre dell’oleodotto dal Kurdistan iracheno alla Turchia. Va notato che il PKK, riconosciuto come gruppo terroristico da Turchia, Stati Uniti ed Unione Europea, conduce la lotta armata per la secessione delle regioni curde della Turchia. Le basi principali sono in aree difficili da raggiungere nel nord-ovest dell’Iraq e si stima che abbia circa 5000 combattenti nel Kurdistan iracheno. Secondo quanto riportato dai media, il 3 dicembre la capitale irachena fu sottoposta a un altro attacco missilistico, udendosi esplosioni nella “zona verde” al centro della capitale dove si trovano strutture straniere e governative, oltre che nell’area dell’aeroporto internazionale di Baghdad.
In connessione coll’aggravarsi delle relazioni tra Stati Uniti e Iran, secondo Politico, gli Stati Uniti ritirano metà dei diplomatici dall’Iraq. CNN News, citando fonti affidabili, riferiva che questa decisione fu presa in una riunione del Comitato per il coordinamento della politica nazionale degli Stati Uniti per “ridurre al minimo il rischio” dell’ambasciata statunitense in Iraq, mentre si avvicina l’anniversario dell’assassinio del Generale iQasim Sulaymani del 3 gennaio 2020, a seguito di un attacco aereo statunitense sull’aeroporto di Baghdad. Il forte aumento delle tensioni tra Iran e Stati Uniti è dovuto, tra l’altro, alla morte del fisico nucleare Mohsen Fakhrizadeh, che, secondo Teheran, sarebbe stata opera non solo d’Israele, ma anche degli Stati Uniti. Ad agosto, Donald Trump scrisse su Twitter della prevista riduzione della presenza militare statunitense in Iraq da 5200 a 3500 persone, e il 20 agosto, incontrando il primo ministro iracheno Mustafa al-Qadhimi alla Casa Bianca, questo problema fu discusso. Tuttavia, il completo fallimento della strategia statunitense nel Paese arabo costringe Washington, a causa dell’opposizione della popolazione, non solo a pensare alla sicurezza dei suoi militari, ma anche dei dipendenti della missione diplomatica nordamericana, di cui la popolazione dell’Iraq apertamente chiede la cacciata. Oggi è chiaro che la politica statunitense in Iraq, come in Afghanistan, si è manifestata nell’un epico fallimento che è, e una vergognosa ritirata degli Stati Uniti da questi Paesi è inevitabile.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio