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Come gli inglesi affondarono le corazzate italiane a Taranto

Aleksandr Samsonov Topwar, 15 novembre 2020
80 anni fa una portaerei britannica attaccò con successo la base navale italiana di Taranto. Di conseguenza, 3 corazzate furono gravemente danneggiate. La notte di Taranto divenne l’esempio dell’attacco giapponese a Pearl Harbor.

Situazione nel Mediterraneo
L’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale portò ad estendere il conflitto nel Mar Mediterraneo. La flotta italiana contava 4 corazzate, 8 incrociatori pesanti, 14 incrociatori leggeri, 120 cacciatorpediniere e torpediniere e 110 sommergibili. In un primo momento, Gran Bretagna e Francia avevano un vantaggio in mare sull’Italia, che aveva le basi nel Mediterraneo centrale e orientale. Gli italiani erano inferiori sulle grandi navi di superficie (gli alleati avevano 10 corazzate, 3 portaerei, 9 incrociatori pesanti), ma avevano un vantaggio nell’aviazione, oltre 1500 aerei. La situazione cambiò radicalmente dopo la resa della Francia, caduta sotto i colpi della Wehrmacht. Per impedire il trasferimento della flotta francese a Germania e Italia, gli inglesi effettuarono una serie di attacchi alle forze navali e alle basi francesi (Operazione “Catapult”). Di conseguenza, gli inglesi poterono eliminare la flotta francese di Vichy. Nell’estate 1940, la flotta italiana nel Mediterraneo assolse diversi compiti importanti e provvide i trasporti marittimi dall’Italia alla Libia, sostenendo le truppe nelle colonie africane, cercando di bloccare lo stretto centrale del Mediterraneo, interrompendo i rifornimenti britannici a Malta e difendendo le costa italiane, le sue basi e porti. La flotta britannica, a sua volta, era impegnata a scortare convogli a Malta da ovest e da est, in alcuni casi da Gibilterra ad Alessandria. Sostenne sul fianco costiero l’esercito in Egitto. Interruppe le comunicazioni nemiche tra Italia ed Africa.

Fallimenti della Marina Militare Italiana
Per risolvere questi problemi, le flotte britannica e italiana più di una volta salparono in distaccamenti che come forze principali. Allo stesso tempo, gli inglesi in mare mostrarono maggiore determinazione e attività rispetto gli italiani. Il comando italiano preferì eludere la battaglia. Nell’estate 1940 gli italiani posarono mine nello Stretto di Tunisi e agli approcci delle loro basi. La flotta di sommergibili fu schierata. Malta fu attaccata dall’Aeronautica italiana. Ma queste azioni non produssero risultati tangibili. A loro volta, a fine giugno, gli inglesi attaccarono un convoglio italiano nella regione di Creta (un cacciatorpediniere italiano fu affondato). Il 9 luglio ci fu una battaglia tra le due flotte al largo della Calabria. La flotta britannica era comandata dall’ammiraglio Andrew Cunningham. Consisteva in 3 corazzate, 1 portaerei, 5 incrociatori leggeri e 16 cacciatorpediniere. La Marina italiana dall’ammiraglio Inigo Campioni. Consisteva in 2 corazzate, 6 incrociatori pesanti, 8 incrociatori leggeri e 16 cacciatorpediniere. Gli italiani potevano contare sull’appoggio dell’aviazione e dei sommergibili. Gli aerei italiani poterono danneggiare l’incrociatore leggero Gloucester. Durante lo scontro i cannonieri della corazzata britannica “Warspite” colpirono l’ammiraglia italiana “Giulio Cesare”. Campioni decise di porre fine alla battaglia e, sotto la copertura della cortina fumogena, ritirò le navi. La battaglia mostrò l’indecisione del comando navale italiano, l’inadeguatezza della ricognizione aerea e l’insoddisfacente interazione tra flotta ed aviazione. Il 19 luglio 1940, gli inglesi sconfissero gli italiani a Capo Spada, a Creta. Un distaccamento inglese guidato da John Collins (un incrociatore leggero e 5 cacciatorpediniere) sconfisse la 2.da Divisione incrociatori leggeri composta da Giovanni delle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni al comando del contrammiraglio Ferdinando Cassardi. Un incrociatore italiano fu affondato, il Bartolomeo Colleoni (oltre 650 persone furono catturate o uccise), l’altro fuggì. Ancora una volta, gli inglesi dimostrarono la superiorità nell’addestramento del comando e del personale. E l’Aeronautica italiana fallì nella ricognizione dell’area, oltre a supportare le navi, sebbene le basi fossero a solo mezz’ora di distanza dal luogo della battaglia navale.
Un altro punto debole della flotta italiana fu il ritardo tecnico e l’addestramento dell’equipaggio. Ciò era particolarmente vero per le azioni notturne, l’uso di siluri, radar e sonar. Le navi italiane erano quasi cieche di notte. La scienza, la tecnologia e l’industria italiane rimasero molto indietro rispetto alle potenze avanzate. Durante la guerra, la Marina italiana pagò a caro prezzo queste carenze. Un altro problema era la mancanza di carburante. Mussolini credeva che la guerra sarebbe stata breve, ma si sbagliò. La flotta dovette limitare il movimento delle navi per risparmiare carburanteo.

L’attacco di Taranto
Nell’autunno 1940, la flotta italiana fu rinforzata con due nuove corazzate classe Littorio, Littorio e Vittorio Veneto. Il 31 agosto e il 6 settembre, la flotta italiana salpò due volte per sconfiggere la flotta mediterranea inglese, ma senza successo. Tutte le corazzate d’Italia erano basate a Taranto. C’erano anche incrociatori pesanti e leggeri e cacciatorpediniere. Il porto e la base erano coperti da cannoni antiaerei e palloni di sbarramento. Gli italiani volevano installare barriere di rete. Ma l’industria italiana non riuscì a evadere l’ordine. Inoltre, a molti alti ufficiali questa idea non piacque, poiché il rafforzamento delle barriere di rete poteva rallentare il movimento delle navi dal porto. Di conseguenza, il progetto fu rinviato. Inoltre, le reti non arrivavano fino in fondo e i nuovi siluri britannici arrivavano a una profondità da passare sotto le reti di sbarramento. Nell’ottobre 1940, quando l’Italia attaccò la Grecia (fallendo la mediocre guerra lampo italiana in Grecia), la flotta italiana iniziò a svolgere un altro compito: fornire le comunicazioni marittime coll’Albania. Gli inglesi, a loro volta, cercavano d’interrompere le comunicazioni nemiche, creare una linea per il rifornimenti dall’Egitto alla Grecia. Dovevano sbrigarsi. E la via sicura ma lunga dall’Africa non c’era più. Dovette guidare il convoglio attraverso il Mediterraneo. Tre corazzate lo coprivano da Gibilterra e tre da Alessandria, rischiando di attraversare lo stretto di Sicilia, ma avendo la superiorità sulle corazzate italiane. Questa concentrazione di forze privò la flotta mediterranea inglese della libertà d’azione. Gli inglesi non potevano proteggere efficacemente le comunicazioni e interrompere quelle nemiche allo stesso tempo. E la battaglia in alto mare, dopo l’entrata in servizio delle due nuove corazzate italiane, fu pericolosa. Era ovvio che fosse necessario sferrare un potente colpo alla base di Taranto, distruggendo il nucleo della flotta italiana. Fortunatamente, un’operazione del genere fu pianificata da tempo. Le navi italiane ingombravano divenendo buoni bersagli dell’aviazione. E il sistema di difesa aerea della base era scarsa per una struttura così strategica.
All’operazione partecipò quasi l’intera flotta britannica del Mediterraneo: 5 corazzate, 1 portaerei, 8 incrociatori e 22 cacciatorpediniere. Parte della flotta coprì l’operazione. Il gruppo d’attacco comprendeva la portaerei “Illustrious”, 8 navi di scorta (4 incrociatori e 4 cacciatorpediniere). La sera dell’11 novembre 1940, gli inglesi completarono lo schieramento. La portaerei era a 170 miglia da Taranto, al largo dell’isola di Cefalonia. Per distogliere l’attenzione del nemico, parte delle forze fu inviata nello stretto di Otranto, tra le coste dell’Italia e dell’Albania collegando Adriatico e Ionio. L’aereo da ricognizione fotografò la base nemica. Trasferitosi sulla portaerei, l’ammiraglio Cunningham decise di attaccare quella notte. All’operazione parteciparono due gruppi di aerosiluranti Fairey Swordfish. Verso le 20:40 decollò la prima ondata: 12 aerei (6 bombardieri, 6 aerosiluranti). La seconda ondata di 8 aerei (5 aerosiluranti e 3 bombardieri) decollò un’ora dopo. Gli aerei trasportavano siluri da 450 mm e la profondità del porto di Taranto era relativamente bassa e i siluri convenzionali, dopo essere stati sganciati dall’aereo, sarebbero sprofondati nel fondale. Pertanto, gli inglesi li dotarono di stabilizzatori di legno, in modo che, quando in acqua, il proiettile non sprofondasse.
Verso le 23:00, gli inglesi attaccarono i depositi di petrolio, gli idrovolanti e le navi. Seguendo i bombardieri a bassa quota, gli aerosiluranti si avvicinarono ecitando i palloni di sbarramento. La luna e i bagliori fornirono una buona illuminazione. Le navi nemiche erano chiaramente visibili. La corazzata Conte di Cavour subì un duro colpo da uno dei siluri e affondò parzialmente. La nuovissima corazzata Littorio fu colpita da due siluri. Il primo siluro creò uno squarcio di circa 7,5×6 metri. Il secondo dal fianco sinistro a quello destro, distruggendo parzialmente il timone. L’aereo della seconda ondata colpì la corazzata Cayo Duilio con un siluro. Un grande squarcio si formò a tribordo, la nave fu parzialmente affondata. La Littorio subì un altro colpo (un altro siluro non esplose), creando un enorme foro, 12×8 metri. La corazzata si arenò. Le bombe danneggiarono anche l’aereo, un incrociatore e un cacciatorpediniere.

Prove per Pearl Harbor
Il Littorio fu recuperata a dicembre e portata in bacino di carenaggio per riparazioni, nella primavera del 1941 fu rimesso in servizio. Anche la Caio Duilio fu recuperata e nel gennaio 1941 trasferito a Genova per riparazioni e rimessa in servizio. La corazzata Cavour fu recuperata solo nel 1941 e inviata a Trieste per le riparazioni. Non tornò mai più in mare. Dato l’esiguo numero di aeromobili che parteciparono all’operazione, il successo fu evidente. Gli inglesi persero solo due aerei nell’attacco. Le principali forze della flotta italiana furono fuori uso per qualche tempo, il personale fu demoralizzato. All’Italia rimasero due corazzate: “Giulio Caesare” e “Veneto”. La terza. “Doria”, era in fase di ammodernamento. Inoltre, per evitare nuovi attacchi a Taranto, le principali forze della flotta furono trasferite a Napoli. Inoltre, gli italiani dovettero rafforzare la protezione delle rotte marittime verso l’Albania. La Gran Bretagna ottenne il dominio nel Mediterraneo. Pertanto, l’Ammiragliato britannico poté trasferire parte delle forze nell’Atlantico. È vero, era ancora lontano dalla vittoria completa sulla flotta italiana. Parte della flotta britannica difendeva ancora le comunicazioni marittime, mentre l’altra supportava il fianco costiero dell’esercito in Nord Africa. Il successo dell’attacco britannico a Taranto mostrò ancora una volta le scarse prestazioni dell’Aeronautica italiana. Non seppe rilevare la flotta nemica in mare e coprire la più importante base navale d’Italia. Per tutto l’11 novembre, le navi britanniche navigarono sul Mar Ionio e non furono rilevate. Anche se gli italiani, nella normale ricognizione aerea, dovevano identificare il nemico al largo delle coste e far salpare le navi per dare battaglia. Inoltre, la notte di Taranto mostrò l’efficacia dell’aviazione contro grandi navi di superficie. Aerei piccoli ed economici poterono affondare corazzate enormi e costose. Tuttavia, solo i giapponesi prestarono attenzione a questo successo. Un gruppo di specialisti militari giapponesi giunse in Italia e studiò attentamente questa battaglia. I giapponesi usarono questa esperienza nell’attacco alla flotta nordamericana a Pearl Harbor.

Traduzione di Alessandro Lattanzio