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L’assassinio come politica dello Stato israeliano

Jeremy Salt, AHTribune 30 novembre 2020“Se i nostri sogni per il sionismo non devono finire nel fumo delle pistole di assassini e il nostro lavoro futuro produrre solo un nuovo gruppo di gangster degno della Germania nazista, molti come me dovranno riconsiderare la posizione mantenuta su questo molto tempo fa”. Winston Churchill, novembre 1944, dal suo discorso alla Camera dei Comuni sull’assassinio del ministro residente britannico in Medio Oriente Lord Moyne, da parte di due membri dell’organizzazione terroristica sionista Lehi. [1]
I crimini di Israele contro l’Iran negli ultimi dieci anni includono il sabotaggio col virus Stuxnet delle centrifughe nel programma di sviluppo nucleare, l’uccisione tramite attacco missilistico dei componenti della sua milizia in Siria, il sabotaggio della scentrale nucleare di Natanz a luglio e l’omicidio negli ultimi anni di cinque scienziati nucleari, l’ultimo pochi giorni fa, Mohsen Fakhrizadeh. Ciascuno di tali attentati sarebbe stato effettuato almeno coll’approvazione del governo degli Stati Uniti, se non il coinvolgimento attivo dei vertici di Stati Uniti e loro organizzazione terroristica fantoccio MEK (Mujahedin e-Khalq). Al contrario, Israele sarebbe stato strettamente coinvolto nell’assassinio da parte degli Stati Uniti di Qasim Sulaymani in Iraq, a gennaio. Tali omicidi potrebbero essere operazioni di Stato ma non sono diversi per la natura sfacciata, illegalità e brutalità dai crimini di bande mafiose. Nel caso di Mohsen Fakhrizadeh, illustre fisico, fu trascinato dalla sua auto durante l’attacco e ucciso in mezzo alla strada. Il crimine è così atroce che persino le voci ostili all’Iran (come New York Times e l’ex direttore della CIA John Brennan) erano sconvolte. Ciascuno di tali attentati è un casus belli per la guerra. Due possono giocare in questo gioco, il che significa che con tali attacchi Israele virtualmente invita all’assassinio dei propri capi politici e militari, o rappresentanti all’estero. Il fatto che l’Iran non contrattacchi, allo stesso modo, non è necessariamente segno che non possa organizzare simili ritorsioni. A parte criminalità e violazioni del diritto internazionale rappresentate da tali azioni, l’Iran non risponderà mai nel momento scelto da Israele. Tuttavia, il governo è sotto pressione del popolo per sferrare un contraccolpo devastante, non necessariamente contro individui ma contro infrastrutture israeliane come il porto di Haifa. Ognuna di tali provocazioni spinge l’Iran al limite, come intende Israele. Il ripetuto rifiuto del governo di rispondere viene criticato in Iran come segno di debolezza, poiché più Israele se la cava più cercherà di farla franca. Allo stesso tempo, anche se Israele è responsabile, una rappresaglia iraniana innescherebbe la risposta militare d’Israele e una guerra che nessuno sano di mente vorrebbe. È un ulteriore segno del vuoto morale che Netanyahu e molti fanatici intorno a lui vogliano una guerra del genere e siano pronti a sganciare bombe su reattori nucleari per raggiungere i loro scopi.
L’opinione generale sembra essere che Israele abbia fatto questo in modo che Biden non possa firmare nuovamente l’accordo nucleare del Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) da cui Trump ha ritirato gli Stati Uniti nel 2018. Sarà così, ma Netanyahu potrebbe averlo fatto credendo che tale ferocia sia l’ultima scintilla che accenda la guerra che desidera da anni. Uno di questi risultati gli andrebbe bene. Ci sono sempre paralleli nella storia e sui tentativi di Israele di provocare una guerra aperta coll’Iran, un parallelo sarebbe il tentativo di Israele di trascinare in guerra il presidente egiziano Gamal Abd al-Nasser nel 1967. Questa non fu una guerra “preventiva” ma un’altra guerra voluta. Il 1948 fu la prima, perché solo attraverso la guerra i sionisti potevano conquistare la Palestina, almeno la maggior parte di essa. Il 1967 fu la seconda, lanciata per distruggere le forze armate egiziane e la leadership di Nasser nel mondo arabo e occupare il resto della Palestina. Ebbe un successo sorprendente. Tutta la Palestina finì sotto l’occupazione e l’esercito egiziano fu distrutto. La leadership panaraba di Nasserr non fu distrutta ma indebolita dall’incapacità dell’Egitto di vedere la guerra arrivare e difendersi. Proprio come Israele cerca di attirare l’Iran allo scoperto coll’assassinio dei suoi scienziati e il sabotaggio delle sue centrali nucleari, così l’anno prima della guerra del 1967 decise di portare Nasser allo scoperto con provocazioni lungo la linea d’armistizio siriano. Questi ebbero la forma di incursioni di trattori corazzati nella ZDC, innescando i bombardamenti dell’esercito siriano e poi gli attacchi aerei d’Israele. Sebbene Israele fosse deciso a distruggere qualsiasi governo nazionalista arabo e lo stesso nazionalismo arabo, l’obiettivo principale di tali provocazioni era Nasser. Era il campione arabo e Israele lo voleva dove poteva colpirlo. Sapeva che prima o avrebbe dovuto rispondere alle provocazioni sul fronte siriano intervenendo sul fronte egiziano. Quando Israele abbatté sei aerei siriani nell’aprile 1967, la palla iniziato a girare. I politici israeliani parlavano di andare oltre di dare una lezione alla Siria e persino d’invaderla occupando Damasco, 15 anni prima dell’invasione del Libano e dell’occupazione di Baurut. Nella seconda settimana di maggio, la guerra era considerata inevitabile. Nasser spostò truppe e carri armati nel Sinai e chiese il ritiro della Forza di emergenza delle Nazioni Unite (UNEF) dalla linea dell’armistizio. Sebbene Israele fosse l’aggressore nella guerra del 1956, le forze dell’UNEF erano in Egitto perché Israele si rifiutava di accettarle dalla sua parte della linea dell’armistizio e, come al solito, ottenne ciò che voleva. Il 22 maggio Nasser chiuse lo Stretto di Tiran, il punto di ingresso al Golfo di Aqaba, ma senza bloccare effettivamente al trasporto israeliano. Sotto pressione, tuttavia, per resistere agli israeliani aveva spostato l’ultimo pezzo sulla scacchiera che preparò il terreno per la guerra.
Israele ripeté la retorica del 1948. Era di nuovo minacciato di sterminio e annientamento per mano diell”anello d’acciaio” arabo. In effetti sapeva. e così sapeva la CIA, che avrebbe facilmente sconfitto qualsiasi esercito arabo o combinazione di eserciti arabi. Dietro il panico deliberatamente messo in moto tra la popolazione israeliana, i generali non vedevano l’ora di partire. Promisero di essere sulle rive del Canale di Suez entro una settimana. Questa era un’opportunità, che avevano creato, che Israele non poteva permettersi di perdere. L’esercito avrebbe sferrato un colpo da KO: secondo Yigal Allon, “Non c’è il minimo dubbio sull’esito di questa guerra e su ciascuna delle sue fasi”. E così fu. Da parte araba, non c’è il minimo dubbio che Nasser non volesse la guerra. Le sue minacce erano quelle del campione arabo pubblico destinato al mondo arabo, ma dietro le quinte cercava una via d’uscita dalla crisi in cui fu manovrato. Una delegazione egiziana guidata dal vicepresidente Zaqaria Muhialdin sarebbe dovuta volare a Washington il 7 giugno per iniziare i colloqui per porre fine alla crisi. Il 5 giugno, con la finestra dell’opportunità per la guerra che stava per chiudersi, Israele attaccò. Ci fu simmetria in tutte queste guerre. Israele interpretava il ruolo della vittima anche se si preparava ad attaccare. Nel 1948 Chaim Weizmann parlò di sterminio mentre assicurava ai nordamericani dietro le quinte che gli eserciti arabi non contavano nulla. L’arroganza di Israele fu frenata nella prima settimana della guerra del 1973, e umiliata da Hezbollah nel 2000 e nel 2006. Tuttavia, se c’è una curva di apprendimento che Israele non vede, un esempio di ciò che molto tempo fa il senatore statunitense J. William Fulbright definì “arroganza del potere”.
Israele applica la stessa tattica sia a livello micro che macro. In Cisgiordania e Gaza, uccide e massacra, e quando c’è la risposta palestinese ha una sua logica per colpi peggiori. In Cisgiordania, questo di solito prende la forma ampliando gli insediamenti o costruendone di nuovi. Dal punto di vista sionista, questo è stato un buon anno. A seguito dell’istituzione delle relazioni diplomatiche con Israele da parte di Emirati Arabi Uniti e Bahrayn, che arrivavano al punto di bloccare i visti d’ingresso ai cittadini di una dozzina di Paesi musulmani e consentendo l’ingresso senza visto agli israeliani. I colloqui in Arabia Saudita tra Netanyahu e Muhamad bin Salman, apparentemente organizzati all’insaputa del re, aprono la strada all’instaurazione di relazioni diplomatiche, anche se per il momento ciò non è previsto. MbS può dare a Israele la maggior parte di ciò che vuole senza bisogno di venire allo scoperto, e come custode nominale dei due luoghi santi tale mossa farebbe infuriare i musulmani di tutto il mondo, con possibili conseguenze esplosive al momento dell’haj. I progressi strategici di Israele includono anche la relazione commerciale, militare e strategica che stabilisce nel Mediterraneo orientale con la Grecia e il governo greco di Cipro meridionale, che ha già consentito alle unità militari israeliane di addestrarsi sull’isola per la somiglianza della topografia del Libano meridionale. Sfidando con successo le paure dell’Iran nel Golfo, Israele usa la rivalità greca con la Turchia nel Mediterraneo orientale. Capace di attaccare dal centro delle terre arabe, la Palestina occupata, Israele ora passa costantemente a una posizione che infine gli consentirà di minacciare gli Stati arabi e l’Iran dalla periferia, dal golfo a sud-ovest e dall’angolo nord-orientale del Mediterraneo. Ha spinto su queste porte aperte e, sulla base del comportamento passato, continuerà a spingere fino a ottenere ciò che vuole.
L’assassinio di Mohsen Fakhrizadeh ha antecedenti che risalgono agli omicidi con le bombe sui mercati palestinesi negli anni ’30, l’assassinio di Lord Moyne a Cairo il 6 novembre 1944, l’esplosione del King David Hotel nel 1946, l’assassinio del conte Folke Bernadotte nel 1948 e le stragi e distruzioni che da allora segnano la presenza sionista in Medio Oriente. Che il nemico sia uno Stato, un’organizzazione o un individuo, va distrutto. Il rifiuto permanente della “comunità” internazionale di punire Israele per uno qualsiasi di tali crimini incoraggia lo Stato sionista ad andare ancora oltre. Parlando alla Camera dei Comuni dopo l’omicidio di Lord Moyne, Churchill, forte sostenitore del sionismo da sempre, osservò che “Se ci deve essere la speranza di un futuro pacifico e di successo per il sionismo, queste attività malvagie devono cessare e chi ne è responsabile va distrutto con radici e rami”. [2] Queste attività malvagie non sono mai cessate, i responsabili non sono mai stati distrutti, con radici e rami, il fumo delle pistole degli assassini ora aleggia sulla regione e il sionismo ha prodotto generazioni di criminali degni della Germania nazista. Alcuno Stato può sopportare all’infinito le provocazioni di Israele. Iran ed Hezbollah giocano una partita lunga rispetto all’avidità di Netanyahu di una soddisfazione immediata, ma a un certo punto ci sarà un limite a ciò che possono sopportare e quindi ci sarà la guerra, se non probabilmente la più devastante nella storia moderna Medio Oriente. Cosa dirà allora la “comunità” internazionale? Sarà troppo tardi per rimpiangere di aver dovuto fare qualcosa per fermare Israele prima.

Note:
[1] Catrina Stewart “Sir Winston Churchill: Zionist hero”, Independent, 3 novembre 2012
[2] Palestina (terrorismo) alla Camera dei Comuni a 12:00, 17 novembre 1944. Per ulteriori informazioni sul dibattito dei Comuni sull’omicidio di Lord Moyne, vedasi:
Churchill assicurò alla Camera che i sionisti avevano perso un buon amico in Lord Moyne. Secondo Yitzhak Shamir, tuttavia, uno degli artefici dell’omicidio e terrorista che divenne primo ministro israeliano (come Menahim Begin), Moyne era un antisemita che non credeva in una nazione ebraica o in un popolo ebraico. Vedi Joanna Seidel ‘Yitzhak Shamir: why we kill Lord Moyne,’ Times of Israel, 5 luglio 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio