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Le reti clandestine turche e l’autoritarismo di Erdogan

Hakan Demiray, Ahval 28 novembre 2020Dopo il 15 luglio, la lealtà politica al presidente Recep Tayyip Erdogan è una priorità assoluta nella politica di reclutamento della burocrazia turca. Ciò fu particolarmente evidente nella promozione degli ufficiali, molti condannati nei casi Ergenekon/Sledgehammer. I loro verdetti erano considerati un simbolo che smentiva qualsiasi affiliazione coi guelenisti. Nella riprogettazione della burocrazia, il governo dell’AKP si affida a diversi gruppi divergenti: lealisti di Erdogan dalla gioventù del partito; nazionalisti ideologicamente vicini all’estrema destra del Partito di Azione Nazionalista (MHP), e membri di diverse comunità islamiche e pragmatici senza chiara identità ideologica o politica. Più significativamente, numerosi ultra-nazionalisti ed eurasiatici associati al Partito patriottico (VP) di Dogu Perinçek trovavano la strada per tornare all’apparato di sicurezza dello Stato. Il campo eurasiatico, che ha membri in vari segmenti della società turca, militari e media, è particolarmente influente dal fallito colpo di Stato. I membri di questa scuola sono presentati come filo-russi, a volte filo-cinesi e filo-iraniani, concordano coll’idea di limitare la presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Ma il prerequisito per questa politica era ripulire gli elementi indesiderabili dagli strati burocratici attraverso le epurazioni. Questi, infatti, facevano parte della repressione post-golpe, “legalizzata” con la dichiarazione dello stato di emergenza di Erdogan. Dal 2016, la portata delle purghe eseguite dopo il colpo di Stato raggiunsero livelli senza precedenti tra cui circa il 50 per cento di tutti gli ammiragli e generali nell’esercito, circa 18000 altri ufficiali, 4000 giudici e pubblici ministeri, più di 10000 agenti di polizia, più di 8000 accademici, circa 28000 insegnanti e circa 145000 dipendenti pubblici. Va notato che tlai purghe non erano solo uno strumento di repressione contro i gruppi dissidenti che includevano i guelenisti, ma funzionavano anche come ricompensa per le fazioni cooptate.
Nell’adattare le liste di proscrizione, il regime aveva bisogno di un sistema di intelligence e supporto informativo sul “chi è chi”, in modo da decidere chi licenziare e chi mantenere. Il vicepresidente e la sua rete di intelligence fornivano il feedback necessario al riguardo. Uno sguardo più da vicino ai nomi dei membri del partito mostra chiaramente la natura ad alta intensità d’intelligence del partito. Gli ex-capi dell’intelligence dello Stato maggiore turco, della Marina e anche della gendarmeria sono membri del partito. La capacità di intelligence del partito di Perinçek ha fornito dati indispensabili a Erdogan per consentire l’epurazione dei quadri dissenzienti dall’apparato statale prima di ristrutturarlo. Due mesi dopo il colpo di Stato, Perinçek affermò con sicurezza che “i suoi colleghi di partito” controllano e confrontano i nuovi elenchi di nomine dei vertici dell’esercito coll’elenco che hanno, e che sono felici di scoprire che “corrispondono a circa il 90-100 percento”. Tuttavia, è importante notare che la cooptazione di Erdogan della rete eurasiatica non era un evento irrevocabile e incondizionato in quanto è un politico esperto, e che non rimane indifeso verso i nuovi assunti.
Dopo aver eliminato con successo decine di migliaia di persone sulla base delle liste redatte principalmente dall’alleato ultranazionalista e riempito questo vuoto con eurasiatici e ultranazionalisti, Erdogan sa bene di essere esposto a potenziali minacce contro il suo potere esecutivo e la sua posizione, che possono provenire dai nuovi addetti ai lavori che erano, dopo tutto, suoi ex-nemici diventati ora amici. Per evitare potenziali minacce da loro, Erdogan iniziò dal 2018 ad attuare una campagna di purghe selettive per sostenere la repressione, questa volta contro gli eurasiatici/ultra-nazionalisti. A tale proposito, la retrocessione del potente comandante della 2.da armata durante l’Operazione Euphrates Shield, il generale Metin Temel, nel dicembre 2018 da parte di Erdogan (e forse anche per iniziativa del ministro della Difesa Hulusi Akar) fu un campanello d’allarme per gli ultranazionalisti. Ciò che seguì fu il licenziamento di diversi ufficiali nelle riunioni del Consiglio militare supremo del 2018 e 2019. È interessante notare che quasi tutti questi ufficiali licenziati furono processati e condannati nei casi Ergenekon o Sledgehammer. Tra di loro c’era, ad esempio, il generale Nerim Bitlislioglu, noto per aver redatto la perizia dello Stato Maggiore sui processi dopo il colpo di Stato del 2016. Da notare anche che la casa editrice di proprietà di Perinçek, Kaynak, pubblicò il suo rapporto come testo chiamandolo “La linea ideologica odierna delle forze armate turche”. Bitlislioglu fu promosso generale di brigata nel 2016 all’indomani del colpo di Stato. Un colonnello in pensione Mustafa Oensel, fedele seguace di Perinçek, disse alla Oda TV pro-Perinçek dopo tali licenziamenti, che conosceva personalmente tutti questi generali e che “nessuno di loro avrebbe tradito i valori repubblicani”. Congedando quei generali patriottici, Oensel chiese di sapere chi era ora diventato obiettivo del movimento di Guelen e a chi il presidente Erdogan “manda un bacio?”
Più recentemente, la retrocessione di Erdogan del potente ammiraglio Cihat Yayci, nel maggio 2020, noto per essere uno dei sostenitori delle epurazioni anti-gueleniste e ferocemente sostenuto dalla rete pro-Perinçek, aumentava le ansie nei circoli eurasiatici. Tuttavia, anche la repressione di questi quadri è una strategia rischiosa, in quanto potrebbe provocare una reazione contraria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio