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L’agonia militare alla fine dell’era Trump

Vladimir Danilov, New Eastern Outlook 23.11.2020

Durante la sua presidenza, l’attuale capo della Casa Bianca ha ripetutamente, attivamente cercato di giocare la “carta della guerra” per ottenere sostegno politico, e non solo dall’esercito nordamericano, ma anche dal pubblico nazionale sottoposto a propaganda intensa da governo e Hollywood sulla presunta esistenza di “super combattenti” e “super armi” negli Stati Uniti. Tuttavia, tale gioco di Donald Trump ha fatto il suo corso, e senza successi. Fino alle famigerate elezioni presidenziali del 3 novembre, ha dimostrato attivamente preoccupazione per le forze armate nordamericane, ignorando varie (e, ovviamente, giustificate) critiche dagli oppositori a causa della diminuzione della capacità dell’esercito nordamericano negli ultimi tre anni, in ritardo nello sviluppo di nuove armi rispetto alla Russia, Paese che non solo li ha superati nella corsa ipersonica, ma che arriva molto vicino allo sviluppo di un’arma in grado di intercettare i missili ipersonici. Un mese fa, durante un discorso ai sostenitori in Wisconsin, Donald Trump fu persino costretto ad annunciare che gli Stati Uniti avevano investito 2,5 trilioni di dollari nelle forze armate, sperando di ottenere “fragorosi applausi”. Tuttavia, non capiva ciò che tutti oggi già capiscono, che tale somma astronomica fu spesa non per curare i veterani delle forze armate statunitensi, che non ricevono medicine sufficienti o cure necessarie nelle istituzioni sociali e negli ospedali, ma per arricchire sempre più l’élite del complesso militare-industriale statunitense.
Sulla “super arma” di cui Donald Trump si vantava periodicamente nei suoi discorsi, dando pubblicità a una “super bomba” o “super-razzo”, si dovrebbe almeno ricordare la “madre di tutte le bombe” attivamente propagandata da lui: la GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast (MOAB), usata la prima volta il 13 aprile 2017 in Afghanistan. Come si seppe, l’effetto non fu così “stimolante” come avrebbe voluto il capo della Casa Bianca. Nonostante le caratteristiche dichiarate molto impressionanti (il peso della bomba è di 9,5 tonnellate, la potenza raggiunge le 11 tonnellate di TNT e la distruzione arriva a 1,5 chilometri dall’epicentro), secondo una dichiarazione del ministero della Difesa dell’Afghanistan, usando tale “super bomba” da 17 milioni di dollari, uccise solo 30 (!) militanti del gruppo terroristico SIIL (bandito nella Federazione Russa – ndr). Ciò significa che il costo per uccidere un terrorista fu 566mila dollari! Se ogni combattente ricevesse 10000 dollari all’anno, ovvero cinque volte il reddito medio nazionale, potrebbe vivere comodamente (per gli standard afgani) per più di 50 anni e non sarebbe coinvolto in alcun tipo di terrorismo. In altre parole, se gli elicotteri statunitensi volassero semplicemente sull’Afghanistan e spargessero 17 milioni di dollari sui villaggi, l’effetto potrebbe essere più impressionante che intimidire le capre di montagna nelle valli dell’Hindu Kush. In queste condizioni, e rendendosi conto che la svolta decisiva nei suoi poteri presidenziali è comunque arrivata, Donald Trump in fretta iniziò a giocare un’altra carta, ridurre il numero di truppe nordamericane all’estero con il pretesto umanitario di “porre fine ai conflitti a cui partecipano gli Stati Uniti”. E ora, il segretario alla Difesa ad interim Christopher Miller, che assunse la carica dopo che Mark Esper si era dimesso, annunciava l’intenzione dell’amministrazione Trump di ridurre il contingente militare nordamericano in Afghanistan e Iraq a 2500 soldati a metà gennaio, quando la nomina del nuovo presidente è in programma. Secondo il piano, al 15 gennaio 2021, il numero do truppe statunitensi in Iraq scenderà da 3000 a 2500, e in Afghanistan da oltre 4500 a 2500.
In ottobre, Donald Trump twittò che tali piani sono molto apprezzati da una parte significativa dei nordamericani, che vogliono “portare a casa i loro ragazzi” e non essere coinvolti in alcuna nuova guerra in Medio Oriente, e in virtù di ciò promise che il restante personale di servizio nordamericano in Afghanistan sarebbe tornato a casa per Natale. Alcuni media, rispondendo a questa notizia della Casa Bianca, osservarono che “se l’informazione è vera, allora Trump passerà davvero alla storia come uno dei presidenti più amanti della pace”. Tuttavia, secondo Reuters Donald Trump, durante i suoi restanti mesi alla Casa Bianca, deciderà anche di ritirare quasi tutte le truppe nordamericane dalla Somalia, secondo l’esempio della riduzione del contingente nordamericano in Afghanistan e Iraq. Va ribadito che attualmente ci sono 700 militari nordamericani in Somalia che assistono le autorità locali nella repressione del gruppo estremista al-Shabab (bandito nella Federazione Russa – ndr)., che ha legami coll’organizzazione terroristica al-Qaeda (bandita nella Federazione Russa – ndr). Tuttavia, il colonnello Ahmed Abdullahi Sheikh, comandante delle forze speciali somale Danab per tre anni (fino al 2019), aveva detto che tale mossa potrebbe minare la credibilità degli Stati Uniti nella regione. Inoltre, tra due focolai, Siria e Iraq, iniziò la chiara agonia dell’esercito nordamericano che si agitava avanti e indietro. L’agenzia siriana SANA riferì che il 18 novembre un convoglio di truppe nordamericane, composto da 60 camion che trasportavano attrezzature e armi, era diretto dalla Siria all’Iraq dal valico di frontiera di al-Walid (uno dei tre posti di blocco ufficiali di confine tra i due Repubbliche arabe) nella Siria orientale. Insieme a ciò, va notato che ogni mese arrivavano informazioni sui movimenti delle forze armate statunitensi nella direzione opposta, dall’Iraq alla Siria, tenendo conto della precedente decisione del Pentagono di ridurre la presenza degli Stati Uniti in territorio iracheno. E a fine settembre l’agenzia turca Anadolu riferiva che le forze statunitensi hanno continuavano a rafforzare le basi nel nord-est della Siria, inviando ulteriori blindati e carichi militari dal nord dell’Iraq.
Ma Trump recentemente cercava di dimostrare il desiderio di ridurre il contingente militare statunitense non solo in Medio Oriente, ma anche in Europa, costringendo gli “alleati europei” a pagare di più per la sicurezza. Ad esempio, a settembre, secondo il Pentagono 63800 militari statunitensi erano dislocati in Europa. Se a questo numero si aggiungono riservisti e impiegati, il contingente nordamericano in Europa ammonta a più di 80000 persone. A luglio, la Casa Bianca annunciò che 6400 soldati sarebbero tornati negli Stati Uniti dalla Germania e diverse migliaia sarebbero stati trasferiti altrove in Europa, con alcuni diretti più a est, più vicini alla Russia. Secondo i media nordamericani, citando la squadra di Joe Biden, i democratico non intendono commentare la decisione dell’amministrazione Trump di ridurre il numero di soldati nordamericani all’estero, e contano chiaramente di poter riesaminare tale decisione.

Vladimir Danilov, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio