Crea sito

L’Italia e la crociata anti-cinese

Yizhong Collective, 12 ottobre 2020Il 29 e 30 settembre 2020, il segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo effettuava una visita ufficiale in Italia e Città del Vaticano. Le ragioni della visita riguardavano gli sviluppi socio-economici tra Italia e Cina, in un momento in cui gli Stati Uniti avvivano una nuova fase della guerra fredda contro la Repubblica popolare cinese. Abituati a essere all’apice dell’economia globale, gli Stati Uniti sono preoccupati dalla crescente influenza della Cina in Europa e dal costante sviluppo tecnologico: Washington vuole impedire a Huawei e ad altri fornitori cinesi di conquistare il mercato delle nuove tecnologie e della rete 5G. Atterrato a Roma, Pompeo dichiarò che “il Partito Comunista Cinese cerca di sfruttare la sua presenza in Italia per scopi strategici, non sono qui per stringere collaborazioni sincere” e che “tutti gli attori che possono porre fine al regime autoritario del Partito Comunista Cinese devono farlo. Era la nostra missione prima e rimarrà tale dopo le elezioni”. Consapevole del passato maccartista, il governo nordamericano vuole affrontare la Cina non solo a livello economico, ma anche ideologico. Piegato alla dottrina economica nordamericana, il ministro degli esteri italiano Di Maio (M5S) rassicurava Pompeo che l’Italia è “strettamente ancorata a Stati Uniti ed UE”. “Credo che l’attacco di Pompeo sia del tutto infondato e privo di consapevolezza e conoscenza” dichiarava il presidente di Huawei Italia, Luigi de Vecchis, intervenendo a una manifestazione. “La sicurezza esiste da oltre 30 anni nel settore delle telecomunicazioni ed è discussa nei comitati internazionali” aggiunse sottolineando che “le nostre macchine sono esattamente come le altre e non ci sono prove che ci sia stata la minima situazione critica in proposito”. Il ministro degli Esteri italiano poi aggiunse che “l’Italia ha alleati, interlocutori e partner economici. Un Paese come il nostro è aperto a opportunità di investimento, ma mai al di fuori dell’Alleanza Atlantica”.
Gli scambi culturali tra Italia e Repubblica Popolare Cinese iniziarono già negli anni ’50. Sebbene l Partito Comunista Italiano e Partito Socialista Italiano spingessero al riconoscimento del nuovo governo cinese fin da subito, questo avvenne solo nel 1969 grazie a Pietro Nenni, all’epoca ministro degli Esteri italiano del governo Rumor. Il commercio tra i due paesi s’intensificò dalla fine degli anni ’70 a seguito delle riforme di apertura del mercato formulate da Deng Xiaoping. Senza soffermarci sul rapporto tra Italia e Cina nei lunghi decenni trascorsi dal mutuo riconoscimento, vorremmo soffermarci sugli ultimi sviluppi socio-economici nel 2018/2019 avviati dal governo Conte I (e Conte II). In un momento in cui certi politici e magnati statunitensi promuovono rivalità e nuova “Guerra Fredda” che potrebbero scioccare il mondo, è necessario evitare qualsiasi malinteso facendo luce su ciò che rappresentano gli accordi commerciali come la Nuova Via della Seta: l’iniziativa strategico socioeconomica della Via della Seta fu formulata nel 2013 da Xi Jinping; tra i vari Paesi che vi aderirono, oltre ai Paesi in via di sviluppo ed altre realtà socialiste, l’Italia si distinse come l’unico Paese del G7 ad aver firmato il memorandum. Il memorandum, firmato il 22 marzo 2019 a Roma, prevede 29 accordi per almeno sette miliardi di euro ed importanti investimenti infrastrutturali per trasporti, produzione energetica, logistica, porti, energia, aviazione e telecomunicazioni. Questi sono gli elementi standard della maggior parte del memorandum firmato con la Cina per i progetti BRI (Belt and Road Initiative). Dieci dei 29 accordi riguardano accordi economici privato e statali, diciannove rientrano nella collaborazione istituzionale, seguiti da un elenco dei più importanti:
“Memorandum of Understanding sulla collaborazione nella ‘Via della Seta Economica’ e nell’iniziativa ‘Via della Seta del 21° secolo”.
“Memorandum d’intesa tra il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese sulla cooperazione nel campo del commercio elettronico”.
“Piano d’azione sulla collaborazione sanitaria”.
“Protocollo d’intesa tra il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il Ministero della Scienza e della Tecnologia della Repubblica Popolare Cinese sul rafforzamento della cooperazione in materia di Scienza, Tecnologia e Innovazione”.
“Memorandum d’intesa tra l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Amministrazione Spaziale Nazionale Cinese sulla cooperazione alla missione “China Seism-Electromagnetic Satellite 02 (CSES-02)”.
A seguito degli accordi presi, una parte del governo Conte, il Movimento 5 Stelle (M5S), fu più aperta alla cooperazione multilaterale coi Paesi al di fuori della sfera euro-atlantica, a differenza dei partiti europeisti. Il Partito Democratico (PD) infatti da subito espresse opposizione a tali accordi giustificata da un anticomunismo che da tempo contraddistingue il centrosinistra europeo. La destra di Salvini, allora parte nel governo Conte I, Meloni e Berlusconi espressero la stessa opposizione temendo una “colonizzazione cinese”. Diversa invece l’opinione dei partiti comunisti in Italia: i comunisti considerano la collaborazione sino-italiana un modo per affermare l’indipendenza economica da USA ed Unione Europea. Secondo i comunisti, inoltre,questi accordi potrebbero avvantaggiare il proletariato e gli operai italiani a condizione che spostino i rapporti di potere a loro favore, sviluppando un’efficace lotta di classe.
Il governo italiano cambiava radicalmente posizione sulla Cina in n anno aderendo alla “Crociata anti-Cinese” ideata dagli Stati Uniti. Le sanzioni economiche al Paese asiatico, le sanzioni a eminenti funzionari e aderenti del Partito Comunista Cinese, la stretta sorveglianza su aziende e abitanti di etnia cinese negli Stati Uniti al fine di innescare la sinofobia, la sfacciata divulgazione di fake news e condanne infondate della Cina, come l’accusa di aver creato in laboratorio il virus Covid-19, il bando di app diverse e molto più grave il Pivot to Asia, convergono nella tattica dell’isolamento della Cina da parte delle potenze imperialiste occidentali, come successe e ancora succede ad altri Paesi socialisti o contrari alle politiche di Stati Uniti e NATO. La strategia adottata dagli Stati Uniti, il Pivot to Asia, fu proposta nel 2011 da Hillary Clinton e divenne ufficiale durante la presidenza Obama: per isolare la Cina, gli Stati Uniti stabiliscono relazioni diplomatiche, economiche e militari coi paesi dell’Asia-Pacifico e aumentano la presenza militare in Paesi come Corea del Sud e Giappone. L’amministrazione Trump portò avanti tale programma, alimentando scontri con la Cina come accaduto a Hong Kong. Le tanto discusse proteste di Hong Kong che videro da un lato il governo della Cina, il governo di Hong Kong e loro sostenitori, e dall’altro manifestanti finanziati da Washington e Londra che ancora pretende la sovranità sulla città del Delta del fiume delle Perle, nonostante la dichiarazione congiunta che ordinava il passaggio della colonia britannica in Cina nel 1997; era un tentativo di destabilizzare il Paese del Dragone Rosso.
Sulla questione di Hong Kong, il governo italiano e i partiti di opposizione sostenmero posizioni chiare: il Movimento Cinque Stelle, pur avendo formalmente dichiarato neutralità, espresse “seria preoccupazione” per l’attualità; Le parole di Di Maio (“È necessario preservare la stabilità, la prosperità, l’autonomia e il sistema di libertà e diritti fondamentali di Hong Kong”) mostravano invece assenza di neutralità. Contrari alla timida linea del M5S, rievocando il passato interventista dell’Italia, i partiti di centro sinistra e di destra subito sostenevano i manifestanti di Hong Kong invitandone il capo Joshua Wong, noto per la vicinanza coi senatori repubblicani degli USA, in videoconferenza, entrando effettivamente in una discussione interna di un altro Paese e, per questo,attirando la giustificata ira dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia. Negli ultimi decenni la Cina si è impegnata nel co-sviluppo di altri Paesi attraverso il commercio e progetti civili reciprocamente vantaggiosi, nell’ascesa pacifica, invece di combattere in terra altrui come certe potenze egemoniche fanno da sempre. Per generazioni la Cina promette di non cercare l’egemonia e i suoi leader, da Mao Zedong a Deng Xiaoping fino a Xi Jinping, hanno mantenuto la parola. “La Cina non ha intenzione di combattere una guerra fredda con alcun Paese al mondo”, disse il Presidente Xi nella dichiarazione al dibattito generale alla 75.ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 22 settembre. “La Cina è il più grande Paese in via di sviluppo nel mondo, che s’impegna a uno sviluppo pacifico, aperto, cooperativo e comune”, aggiunse. Pertanto, sebbene la Cina abbia sempre mostrato interesse ad essere totalmente pacifica nei confronti degli altri Paesi, senza influenzarne la politica e senza intromettersi negli affari interni, come specificato nel preambolo della Costituzione cinese: “Il futuro della Cina è strettamente legato a quello del mondo. La Cina aderisce a una politica estera indipendente, nonché ai cinque principi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, la non aggressione reciproca, la non interferenza negli affari interni altrui, uguaglianza e vantaggio reciproco, e coesistenza pacifica nello sviluppo delle relazioni diplomatiche e scambi economici e culturali con altri Paesi; La Cina si oppone costantemente a imperialismo, egemonismo e colonialismo, lavora per rafforzare l’unità coi popoli di altri Paesi,sostiene le nazioni oppresse e i Paesi in via di sviluppo nella loro giusta lotta per conquistare e preservare l’indipendenza nazionale e sviluppare le economie nazionali, e si sforza di salvaguardare la pace mondiale e promuovere la causa del progresso umano”. I Paesi occidentali hanno invece dimostrato di non avere intenzione di fare altrettanto, volendo alimentare una nuova Guerra Fredda. L’Italia continuerà a muoversi verso un nuovo conflitto globale in linea con la politica atlantista e anti-cinese, o farà un passo verso un nuovo multilateralismo?

Traduzione di Alessandro Lattanzio