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La Russia apre una grande base militare in Sudan

Military Watch Magazine, 17 novembre 2020

L’annuncio dei piani per l’istituzione di una base navale russa sulla costa orientale del Sudan, che secondo quanto riferito fu presa in considerazione dal 2017 ma che si ritiene sia stata ritardata dal colpo di Stato filo-occidente nel Paese africano nell’aprile 2019, dava motivi per speculare che la Russia pensi di ristabilire una presenza navale più forte all’estero, aprendo ulteriori strutture in altri teatri vitali. Verso la fine del 2017 il capo del Comitato per la difesa e la sicurezza russo Viktor Bondarev suggerì che Mosca poteva ripristinare la presenza militare a Cuba e in Vietnam, riferendosi ai Paesi come “partner storici” della Russia, avendo ospitato le strutture militari sovietiche durante la Guerra fredda, e molto si affidarono sul sostegno sovietico per contrastare le minacce occidentali. Bondarev affermò che il ripristino della presenza militare del Paese era “nell’interesse della sicurezza internazionale”, a seguito dell'”intensa aggressione degli Stati Uniti”. Le uniche strutture militari straniere della Russia al di fuori dell’ex-Unione Sovietica sono in Siria, dove il Paese ha una base navale sul Mar Mediterraneo nella provincia di Latakia, e la vicina base aerea di Humaymim istituita nel settembre 2015 per facilitare l’aiuto bellico al governo siriano.
Le strutture in Sudan dovrebbero essere ambiziose, secondo i piani rilasciati, e avranno una capacità per 300 militari e civili e quattro navi, anche nucleari, indicando che Mosca è disposta a investire in tali progetti per migliorare la capacità di proiezione di potenza e aumentarne la presenza all’estero. Le strutture in Vietnam e Cuba tuttavia consentiranno alla Russia di proiettare potenza in regioni strategicamente critiche, la prima essendo la più contestata e probabilmente la più strategicamente cruciale nel mondo oggi, e la seconda posizionando risorse russe vicino le coste nordamericane, e in una forte posizione per sostenere le vicine Venezuela e Bolivia, importanti partner strategici. Con la Russia che riequilibra delicatamente le forze armate verso una maggiore presenza nell’Asia orientale, il Vietnam è un ospite ideale per ragioni storiche, politiche e geografiche. Né la Cina né la Corea democratica consentirebbero una presenza militare straniera permanente sul proprio suolo, e le strutture sul territorio russo sono effettivamente ostacolate dalle isole giapponesi, dove c’è la forte presenza degli Stati Uniti, che impedisce l’accesso al Pacifico.
Sul potenziale delle future strutture militari straniere, Viktor Bondarev dichiarò: “Credo che, a condizione di una maggiore tensione nel mondo e del franco intervento negli affari interni di altri Paesi, partner storici della Russia, il nostro ritorno in America Latina non è escluso. Naturalmente, questo va coordinato coi cubani… Dovremmo anche pensare al ritorno della nostra Marina in Vietnam col permesso del governo [vietnamita]”. Osservava che tali misure sarebbero risposte efficaci all’assertività degli Stati Uniti in entrambe le regioni. Bondarev era tutt’altro che solo nel chiedere tale azione, con la dichiarazione data poche ore dopo che il primo vicepresidente del Comitato per la difesa e la sicurezza della camera alta del parlamento russo, Frants Klintsevich, chiese la riapertura delle strutture militari a Cuba, in particolare. Data l’autonomia generalmente bassa delle navi da guerra di superficie russe post-sovietiche, che non sono più grandi delle fregate, l’esistenza di basi d’oltremare è particolarmente apprezzata. Le navi da guerra dell’era sovietica più pesantemente armate, gli incrociatori da battaglia a propulsione nucleare classe Kirov, sono attualmente sottoposte ad aggiornamento completo e molto ambizioso che consentirà di dispiegare una forza considerevole nelle visite portuali in gran parte del mondo, come richiesto, avendo un’autonomia superiore a qualsiasi nave di superficie schierato da qualsiasi altro Paese.
Nel 2016 i legislatori russi Valerij Rashkin e Sergej Obukhov presentarono una lettera al Presidente Vladimir Putin, al Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e al Ministro della Difesa Sergej Shojgu invitandoli a considerare il ripristino delle basi militari all’estero. Questo sviluppo avveniva due anni dopo la crisi della Crimea e il forte deterioramento delle relazioni coll’occidente, e in seguito alla creazione della base aerea di Humaymim e all’inizio della riuscita campagna militare in Siria nel 2015. Tra le crescenti tensioni col blocco occidentale, e alla luce dell’espansione della Russia nel Pacifico e in Sud America, tali piani potrebbero benissimo venire a buon fine, in particolare se la nuova amministrazione statunitense rinvierà gli Stati Uniti nell’iniziativa Pivot to Asia. Una presenza militare russa sposterebbe gli equilibri di potere nelle due regioni in modo significativo contro il favore degli interessi occidentali e, indipendentemente dal fatto che le strutture siano basi navali o aeree, è probabile che dispieghino numerose risorse militari asimmetriche come missili ipersonici, per compensare una presenza minore. In Vietnam in particolare, si avrebbe anche opportunità per altre esercitazioni militari congiunte e aumenterebbe l’attrattiva di altri acquisti di armi russe dall’esercito vietnamita, considerato cliente leader di diversi sistemi d’arma di nuova generazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio