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La Russia prende il comando nel Caucaso

Salman Rafi Sheikhm New Eastern Outlook 16.11.2020

La Russia ha mediato l’accordo di pace del Nagorno-Karabakh, che riprende pesantemente la strategia proposta dall’Iran di cercare una soluzione guardando alla regione, ponendo la Russia al centro della scena nel Caucaso. Ciò è accaduto nel momento in cui la politica statunitense è in completo disordine e distratta, e quando Joe Biden entra in carica e stanzierà più risorse per effettuare interventi soft nella regione intorno la Russia, in nome del “rafforzamento della democrazia”. Da un punto di vista geopolitico, le mosse della Russia hanno dato un duro colpo a ciò che gli Stati Uniti possono fare nella regione in futuro. La Russia è contraria a interferenze di terze parti e soluzioni mediate dall’occidente, rivelatesi più volte inefficaci e instabili, dalla Siria alla Libia. Questo è il motivo per cui, invece di attivare il gruppo di Minsk, ha scelto di agire da mediatore a proprio titolo. Agli effetti pratici, l’accordo dimostra che il cosiddetto “sentiero sassoso” della Russia nella regione non esiste, nemmeno per i politici nordamericani che continuano a credere che la Russia non sappia navigare tra le “complessità” e che Paesi come l’Azerbaigian tendono a controbilanciare l’influenza espansionistica russa con relazioni con Turchia e Cina. Il fatto che l’Azerbaigian abbia accettato la mediazione russa, nonostante il sostegno militare e diplomatico turco, e abbia molto territorio sotto controllo dimostra che la nozione ampiamente diffusa di “espansionismo russo”’ non solo è infondata, ma fa anche parte della propaganda che i gruppi di riflessione finanziati dalle corporazioni come Carnegie concorrono a creare un’impressione particolarmente negativa della Russia per staccarne i Paesi regionali.
L’accordo di pace sfida con forza la conclusione tratta dal summenzionato rapporto Carnegie che afferma che “le politiche della Russia nel Caucaso meridionale e nello spazio post-sovietico l’hanno costretta a tornare su una strada pietrosa”. L’accordo, invece, mostra che il cosiddetto sentiero sassoso non esiste. E, anche se esistesse, ora è completamente asfaltata. L’accordo ha permesso alla Russia di diventare il garante della pace. Ciò è diverso dalla soluzione statunitense proposta di recente, secondo cui una forza esterna fosse dispiegata nel Caucaso per mantenere la pace. Era già evidente che anche per gli Stati Uniti, il Gruppo di Minsk non ha oggi importanza, consentendo alla Russia di cercare nella regione una soluzione che ponga fine al conflitto.
Gli interventi esterni, come Putin notava in alcuni dettagli nel recente discorso alla SCO, hanno solo peggiorato la situazione. Per citare Putin, “Un’altra sfida aperta alla nostra sicurezza comune è l’aumento dei tentativi d’interferenza straniera diretta negli affari interni degli Stati coinvolti nelle attività della SCO. Mi riferisco alla palese violazione della sovranità, ai tentativi di dividere le società, cambiare la via di sviluppo dei Paesi e recidere i legami politici, economici e umanitari esistenti che hanno richiesto secoli per svilupparsi. Un attacco di tale tipo era diretto da forze esterne contro la Bielorussia, Paese osservatore della SCO. In seguito alle elezioni presidenziali, i nostri amici bielorussi furono sottoposti a pressioni senza precedenti e dovettero respingere sanzioni, provocazioni e guerra di informazione e propaganda condotta contro di loro”. Per la Russia, essere al centro della scena nel mantenimento della pace nel proprio cortile e non consentire a forze extraregionali di intervenire include anche il controllo delle ambizioni turche. Pertanto, nonostante le affermazioni turche e azere sulla presenza di truppe turche nella regione accanto ai russi, furono rapidamente respinte dal Cremlino. “Non si dice una sola parola su questo nella dichiarazione pubblicata”, affermava Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino. “Le parti non erano d’accordo su questo. La presenza di soldati turchi in Karabakh non è stata coordinata”. La Russia è ovviamente stanca della tendenza turca a inserire i suoi gruppi jihadisti come ascari per promuovere i suoi interessi. Allo stato attuale, tali gruppi jihadisti sono i soldati in prima linea di Erdogan nei suoi ambiziosi piani per ricreare un moderno impero ottomano. Tale impero, sebbene non abbia confini fisici e territoriali, dovrebbe consentire alla Turchia di porsi a capo del mondo musulmano, creando confini ideologici “neo-ottomani” che si estendono ben oltre il territorio turco.
L’intervento morbido della Russia nel conflitto era inevitabile. Poteva accaduto attraverso il gruppo di Minsk. Tuttavia, il fatto che i russi abbiano fatto da sé (sebbene Putin si sia coordinato con Macron ed Erdogan) mostra crescente assertività russa nella regione, compreso il chiaro rifiuto di qualsiasi prospettiva di presenza di forze esterne. Mentre la Russia può ancora allinearsi con la Turchia, consentendole di avere proprie forze se quest’ultima può assicurare alla prima di sfrattare le forze jihadiste che ha inviato dal Siria e Libia, c’è poco da dire che l’appoggio russo nel Caucaso meridionale nei prossimi cinque anni oscurerà la presenza di qualsiasi altra forza. È proprio come i russi, nonostante la forte presenza turca in Siria, continuano a rispondere dando il minimo spazio ai turchi per manipolare a loro esclusivo vantaggio. La capacità della Russia di trattare con la Turchia è sbalorditiva, visto come negli ultimi cinque anni abbia saputo raggiungere i propri obiettivi in situazioni in cui i suoi interessi sembravano chiaramente scontrarsi con Ankara. Allo stato attuale, se Ankara vuole realizzare alcune ambizioni nell’Azerbaigian, la strada passa per Mosca.

Salman Rafi Sheikh, ricercatore-analista di Relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio