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La più grande zona di libero scambio del mondo nuovo successo della Cina

Mikhail Gamandiy-Egorov, Observateur ContinentalIl Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è semplicemente l’accordo commerciale più importante al mondo in termini di PIL. Promosso dalla Cina, ora è una realtà. L’accordo in questione riguarda una vasta area di libero scambio tra i Paesi dell’ASEAN (Indonesia, Singapore, Vietnam, Malesia, Thailandia, Filippine, Cambogia, Birmania, Laos, Brunei), nonché Cina, Corea dal Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Si noti che l’RCEP rappresenta né più né meno il 30% del PIL globale. Secondo molti media occidentali, questo grande patto commerciale è visto come modo per la Cina di estendere ulteriormente l’influenza nella regione e di stabilire le regole, di fronte alla “passività” degli Stati Uniti. Secondo il corrispondente per il Sud-est asiatico e l’India del quotidiano tedesco Handelsblatt, Mathias Peer, grazie a questo accordo, la Cina estenderà massicciamente la sua influenza nella regione interessata. Sempre secondo lui, pur andando a vantaggio evidente di Pechino, le condizioni per le aziende statunitensi ed europee rischiano di diventare al contrario più complicate. Per Gareth Leather, economista asiatico della società di consulenza per la ricerca economica di Londra Capital Economics, RCEP “consente alla Cina di emergere come ammiraglia della globalizzazione e del multilateralismo”, così come “d’essere in una posizione ancora migliore per definire in modo ampio le regole commerciali regionali”.
È possibile concordare una serie di punti coi cosiddetti analisti occidentali, ma sarebbe probabilmente importante ricordare che ciò che la Cina cerca probabilmente non è essere l'”ammiraglia della globalizzazione”, almeno come fu a lungo visto dall’establishment occidentale, ma anzi afforzare ulteriormente il multilateralismo sia negli scambi economici internazionali, sia ancora più in generale nelle relazioni internazionali. È un approccio logico, perché se gli Stati Uniti, e più in generale l’occidente politico, hanno perso sulla scena internazionale il diritto di proclamarsi “comunità internazionale” e di svolgere il ruolo di poliziotto planetario sulla scena geopolitica mondiale, le élite occidentali hanno sempre sperato che, attraverso le loro leve economiche, sarà possibile ritardare il pieno avvento del mondo multipolare. Inoltre, le varie sanzioni economiche occidentali contro Stati sovrani a favore del concetto multipolare lo confermano. Ed è qui che arriviamo al paradosso di tale approccio dell’establishment occidentale, principalmente nordamericano. Essendosi a lungo proclamate “comunità internazionale”, pur essendo un’ovvia minoranza planetaria, le élite occidentali hanno dimostrato subito che le belle parole su uguaglianza di tutti, libera concorrenza nel commercio internazionale, erano solo promossi finché l’occidente poteva mantenere il controllo ed esserne di gran lunga il principale beneficiario. Ma di fronte a Stati diventati avversari geopolitici, ed anche geoeconomici, il tono è cambiato rapidamente.
In generale, se l’occidente si è da tempo concesso di guardare in modo beffardo ai vari processi d’integrazione nello spazio non occidentale, oggi è chiaramente preoccupato, o almeno ha un amaro pragmatismo. E questo per il semplice motivo che questi processi di integrazione regionale e internazionale, formati o perseguiti, diventano inevitabilmente alternative affidabili al concetto unilaterale occidentale.
BRICS, Unione economica eurasiatica, Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e altri confermano solo che il futuro del mondo può essere solo multipolare. Ora, col RCEP si apre una nuova pagina. Tuttavia, il fatto che due Paesi considerati occidentali facciano parte di detto accordo, Australia e Nuova Zelanda, conferma una cosa semplice: il partenariato multilaterale è aperto a tutti. A condizione di capire che solo un vero rapporto tra pari avrà futuro nel mondo contemporaneo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio