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Pensieri sulla sconfitta di Trump

Ángel Guerra Cabrera, Orinoco Tribune 11 novembre 2020

La sconfitta del presidente Donald Trump alle elezioni del 3 novembre è un fatto irreversibile. È stato raggiunto dalla tacita alleanza di forze sociali diverse e persino antagoniste, che ha reso impossibile la rielezione del magnate. Finora Trump non ha presentato prove del presunto broglio e le cause intentate dai suoi avvocati sono state archiviate, tranne una, ma non cambia i risultati. La vittoria della formula Biden-Harris non è schiacciante ma è chiara, come ho sostenuto il giorno dopo le elezioni (Addio Trump?). Al momento si poteva già vedere la sicura vittoria della formula democratica in diversi Stati chiave, o tendenze favorevoli in altri, che potrebbero portare la vittoria al Collegio elettorale. La proclamazione del trionfo di Biden da parte dei media egemonici, compreso Fox d’estrema destra, risponde a una vecchia tradizione in un Paese dove non esiste arbitro elettorale nazionale. Allo stesso modo, come osservò David Brooks, quando fu annunciata la vittoria di Trump nel 2016, subito ricevette con piacere i riconoscimenti. La tradizione questa volta finiva quando il magnate si rifiuta di accettare il risultato pubblicato, come fecero i suoi predecessori. Tale atteggiamento, che molti di noi avevano previsto, non sorprende. Per mesi, lui stesso screditava il voto postale come fraudolento e affermò che avrebbe potuto perdere le elezioni solo se i democratici avessero commessi brogla. Si sapeva che il suo narcisismo, alimentato da pazzi come Pompeo, gli avrebbe impedito di accettare un esito negativo e l’avrebbe portato a trincerarsi alla Casa Bianca.
La possibile vittoria della candidatura presidenziale di Trump non si adattava a un ampio spettro di forze, diverse e in alcuni casi molto opposte. Non andava bene ai finanzieri globali a causa del rapporto imprevedibile e conflittuale di Trump coi tradizionali alleati degli USA, in particolare l’Unione Europea, per il sostegno e simpatia a selvaggi estremisti di destra come Bolsonaro o le sue controparti europee, o per il rifiuto di accettare, anche formalmente, le regole del multilateralismo, che lo portavano ad abbandonare l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, il trattato nucleare 6+1 con l’Iran, l’Organizzazione mondiale della sanità e il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Né le forze di sinistra e progressiste degli Stati Uniti accettano, da posizioni autenticamente democratiche, l’unilateralismo di Trump, il suo disprezzo per la democrazia e i diritti umani, la sua versione ultra-selvaggia di neoliberismo continentale, le posizioni razziste e xenofobe, il crudele rinforzo nella pandemia del blocco di Cuba e Venezuela, e la negazione dell’esistenza del popolo palestinese, tra i molti altri oltraggi che compongono una politica sempre più vicina al neofascismo. Molte di tali ragioni portano anche i liberali, così come la maggioranza di giovani, donne, neri e asiatici, a votare per Biden. Ma anche se i democratici li davano per scontati, fu la massiccia affluenza di latinoamericani come mai prima a metterli avanti, soprattutto nei cosiddetti Stati di scontro.
Chiaramente, i milioni di Wall Street e la macchina elettorale democratica non bastavano a sconfiggere Trump. Decisiva fu l’appello a votare per Biden di Bernie Sanders, Alexandria Ocazio-Cortez e altri riferimenti progressisti del Partito Democratico, aggiunti all’impulso di Black Lives Matter ed altre forze socialdemocratiche. Trump è un mascalzone, una persona che non ha il senso della decenza. Ma è anche uno straordinario demagogo, un grande comunicatore, conosce la psicologia del nordamericano medio, il che lo rende un formidabile candidato in un sistema in crisi terminale, con settori importanti invasi da disperazione, paura, disuguaglianze più dolorose e spesso grande ignoranza. In qualche modo lascerà o sarà rimosso con la forza dalla Casa Bianca prima di mezzogiorno del 20 gennaio 2020. Ma se non finisce in prigione per uno o più dei tanti processi giudiziari che ha, continuerà in politica col grande capitale dei suoi seguaci, che non sono politici repubblicani, che dipendono da lui. In ogni caso, l’uomo è riuscito a mettere insieme il più grande movimento di destra dalle sfumature fasciste nella storia nordamericana, un serio pericolo che altri demagoghi in agguato possono usare.
Un’amministrazione Biden può sembrare un’amministrazione Obama accentuata, ed è tempo di costruire una grande coalizione, unendo tutte le forze democratiche e progressiste per chiedere assistenza sanitaria e istruzione gratuite da Biden-Harris, misure drastiche contro il razzismo e la violenza della polizia, ridistribuzione verso il basso della ricchezza, un grande accordo verde, politica di pace internazionale e fine del blocco di Cuba, Venezuela e altri paesi. Paradossalmente, questo è ciò che potrebbe forse accadere con un po’ più di vita politica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio