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Trump nel suo labirinto; l’impero delle banane

Stella Calloni, Internationalist 360°, 10 novembre 2020

La dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in cui annunciava di aver vinto le elezioni col massimo nella storia nordamericana, il 4 novembre, quando c’erano ancora milioni di voti da contare, è una tattica utilizzata fin dai tempi del repubbliche delle banane, eufemismo usato per nascondere la realtà coloniale di quei Paesi. E che Joe Biden stesse preparando un broglio elettorale è una strategia ovvia e di vecchia data della “campagna sporca” dei gruppi di estrema destra, fondamentalisti e mafiosi che lo circondano. Tale “strategia” fu utilizzata in diverse elezioni in America Latina, dove la propaganda degli Stati Uniti annunciava frodi per sollevare dubbi, in previsione dei risultati a sostegno dei loro “favoriti”, come successo in Bolivia dove Washington, Organizzazione degli Stati americani, i media controllati e finanziati dal potere egemonico, accusarono il Presidente Evo Morales di brogli il 20 ottobre 2019. In realtà ciò fu preparato da loro e sodali locali, l’estrema destra fascista boliviana. In tale scenario, il grande broglio iniziò poche ore dopo la chiusura delle elezioni quando fu evidente che Morales avrebbe vinto al primo turno, il segretario generale dell’OAS, Luis Almagro, denunciò “irregolarità” pochi minuti dopo, cogli oppositori che attendevano che desse il via al colpo di stato, scatenando la teppa nelle strade. Da quel momento si avvio una dinamica violenta nella capitale boliviana e nel Paese, e una repressione criminale, impedendo, nell’ambito della situazione creata, ogni soluzione proposta dal leader boliviano, con polizia ed esercito che partecipavano al colpo di Stato, i cui capi “suggerirono” 20 giorni dopo che il presidente si dimettesse, letteralmente con una pistola puntata alla testa.
In questo momento negli Stati Uniti, si può dire che Trump ebbe scarsa presa annunciando la vittoria ai suoi seguaci, avvertendo di presunti brogli e mostrando fiducia, allo stesso tempo determinato a non cedere o lasciare la carica se sconfitto, divenendo una minaccia costante. Inoltre, cercò di fermare il conteggio dei voti, sostenendo la falsità che ciò che chiedeva fosse effettivamente bloccare il voto, quando questo era già finito in tutti gli Stati, con una manovra confusionista, soprattutto dopo aver tentato di sopprimere il voto per posta, perché era “controllato” dagli oppositori del Partito Democratico. Tali contraddizioni rivelavano una inquietante disperazione, nonostante fossero stati preparati tutti i possibili scenari a cui avrebbe potuto ricorrere riconoscendo che non avrebbe mai accettato la sconfitta. Anticipando questa situazione, si precipitò a nominare la giudice ultra-conservatrice Amy Conney Barrett alla Corte Suprema il 26 settembre, riempiendo il posto vacante lasciato dalla morte di Ruth Bader Ginsburg, considerata un’icona femminista e progressista alla suprema corte, decisiva su immigrazione, uguaglianza di genere, aborto e matrimonio paritario, tra molte altre questioni che la contraddistinsero. Trump aveva già nominato altri due giudici alla corte di nove membri, e l’aggiunta di Barrett gli garantiva che si appoggiasse pesantemente al conservatorismo più duro.
Il giorno dopo le elezioni, quando milioni di voti erano ancora nel sistema postale, Trump minacciò di rivolgersi alla Corte per fermare il conteggio dei voti in alcuni Stati come il Wisconsin e altri dove Joe Biden lentamente saliva e la posta in gioco aumentava, mentre l’immagine nel mondo di quella che una volta era una grande potenza veniva frantumata mostrando decadenza e collasso dell’imperialismo. Se mancava qualcosa, era la presenza delle milizie paramilitari che avevano agito a fianco delle truppe federali, inviate illegalmente da Trump a reprimere le massicce manifestazioni contro la polizia e le sue azioni criminali, protrattesi per più di cento giorni, soprattutto a Portland, Oregon, fino alle elezioni. In queste manifestazioni, ora riprese, abbandonate dai giornalisti, si ebbero importanti momenti di unità e organizzazione che segnavano la forte frattura sociale del Paese. La pandemia del coronavirus smaschera ciò che fu nascosto, frantuma gli specchi per mostrare l’espressione decadente della più grande potenza del mondo, in aperto declino, ed esposto i problemi interni degli Stati Uniti come mai prima d’ora, sottolineando che con Trump l’amministrazione aveva aggravato i problemi, portando la frattura sociale al limite del sopportabile. “L’attuale disuguaglianza non si esprime solo nella distribuzione economica incongrua, ma in molti casi include rifiuto sociale, discriminazione razziale e di genere, minori opportunità di sviluppo personale o accesso al sistema sanitario per le minoranze”, secondo l’analista José R. Oro in Cubadebate il 19 settembre 2020. Si riferiva alla sorprendente disuguaglianza tra 20 per cento della popolazione statunitense che possiede il 75 per cento della ricchezza, e il restante 80 per cento che ne ha solo il 25 per cento. “Questa è la misura della disuguaglianza, evidente e umiliante, in una nazione dalle così grandi risorse”, aveva detto Oro, ricordando che gli Stati Uniti sono al 109° posto su 159 Paesi, più disuguali di Turchia, Qatar, Costa d’Avorio, Filippine, o El Salvador, per citare alcuni esempi vicini alla posizione statunitense. Si dice che solo Israele e Hong Kong hanno maggiori disuguaglianze degli Stati Uniti tra i paesi sviluppati. Nell’analisi, avvertiva su una serie di variabili che influenzeranno le elezioni, come la situazione della pandemia COVID-19 e le sue conseguenze economiche, nonché l’ordine pubblico, colpito dalle proteste contro la discriminazione razziale, gli abusi della polizia contro le minoranze e scontri di piazza coi gruppi suprematisti bianchi, che sostengono il presidente.
D’altra parte, la politica di assoluta indifferenza e negazione della pandemia portava alla drammatica situazione di oltre 200mila morti, solo per sostenere un’economia aperta, in una crisi che da tempo si avvicinava, anche se nascosta sotto il tappeto, cercando di affermare che tutto era prodotto del Coronavirus. Trump era deciso a chiamarlo il “virus cinese”, nella guerra commerciale, mediatica e politica che ha scatenato contro la Cina, sua ultima e suicida ossessione. La “guerra fredda” è tornata, anche se non è mai finita del tutto. Il comportamento di Trump è ovviamente irrazionale, sebbene tale irrazionalità sia stata elaborata ed esteso a un segmento significativo della popolazione convertita in esercito di “zombi”, ripetendo automaticamente quel discorso: accusare Cina, Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e democratici “satanici” a cui il presidente attribuivo il tentativo di “impiantare” il comunismo negli Stati Uniti. Conoscendo Biden e le sue squadre, ciò è una sciocchezza a detta di tutti, ma era la vecchia tattica di terrorizzare parte della popolazione prigioniera di falsità e bugie, sottoposta a disinformazione e deculturazione, come modo per dominare “menti e cuori” imposto dalla sconfitta subita in Vietnam negli anni ’70.

La realtà
“L’altra alternativa di Trump per ridurre il margine che lo separa dai democratici è cercare di sfruttare le tensioni sociali, considerata l’altra variabile fondamentale, e proporsi come difensore di legge ed ordine”, secondo ACLED (Conflict Location & Event Data Project), organizzazione non governativa che analizza i conflitti globali. Secondo ACLED, da maggio “ci sono state 10000 marce popolari di protesta negli Stati Uniti. Il 73% legato al movimento Black Lives Matter (BLM) a cui partecipavano non solo afroamericani, ma vari gruppi sociali e in particolare i giovani bianchi. In questi casi, le marce furono pacifiche, ma il 54 per cento di esse fu represso violentemente dalla polizia. Circa 360 dimostrazioni si svolsero contro queste marce, la maggior parte videro la partecipazione di gruppi della supremazia bianca, come milizie armate e il sinistro Ku Klux Klan (KKK), che agiva con estrema violenza. Un rapporto dell’ACLED a Portland, Oregon, afferma che questo è uno dei cinque Stati degli Stati Uniti più a rischio di aumento dell’attività dei gruppi di cittadini armati, durante e dopo le elezioni del 3 novembre, citando più di 80 milizie di destra. FBI ed Homeland Security identificavano i gruppi come possibile “fattore scatenante” della violenze durante le elezioni. Sotto la rubrica “movimenti anarchici”, descritti come “terrorismo domestico” da Donald Trump stesso, fu costruita una narrazione che istiga paura nella popolazione bianca e giustifica la repressione della polizia, come si vede negli omicidi di afroamericani. “Non è una novità, ma piuttosto una risorsa da sempre sfruttata dalla destra, il problema è i limiti a cui si è disposti ad andare incoraggiando tali contraddizioni, soprattutto perché, finora, la strategia del presidente non da i risultati sperati”, sottolineava ACLED. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, nei suoi discorsi delle ultime ore incitava apertamente alle violenze invitando a “difendere” le elezioni se il suo avversario, a cui non è disposto a cedere il governo, vincesse, poiché ritiene che sia l’unico a poter assicurare “la sopravvivenza del Paese”. Sarà il profeta del destino manifesto di questo secolo?
Noam Chomsky, linguista, accademico, politologo e scrittore, uno degli intellettuali più rispettati negli Stati Uniti, in un’intervista alla rivista The New Yorker, dichiarò giorni prima delle elezioni che “nei 350 anni di parlamentare democrazia, non c “è stato niente come quello che vediamo ora a Washington”, considerando che “l’esecutivo è stato quasi completamente epurato da ogni voce critica indipendente, non c’è nient’altro che adulatori”. Tra l’altro, notava che un alto ufficiale in pensione arrivò a scrivere una lettera aperta al generale Mark Milley, che presiede il Joint Chiefs of Staff, ricordandogli dei suoi doveri costituzionali nell’inviare l’esercito nordamericano a rimuovere il presidente se si rifiuta di andarsene. Trump è il “peggior criminale nella storia dell’umanità”, aveva detto Chomsky, considerando che le sue politiche tentano di “distruggere la prospettiva della vita umana”. Anche avvertiva che gruppi e consiglieri che circondano Trump “reano un’alleanza internazionale di Stati estremamente reazionari, che può essere controllato dalla Casa Bianca che, ovviamente, è andata molto a destra, infrangendo tutti gli accordi internazionali”, inoltre sottolineava i pericoli di non avere un programma sul controllo degli armamenti che “è una delle questioni più importanti nella storia dell’umanità”, tra gli altri, come l’ambiente. L’arroganza di Trump, la sua ignoranza e il suo comportamento imprevedibile hanno smacherato gli Stati Uniti in un modo senza precedenti, tra la frattura sociale, facendo presagire tempi molto difficili, rivelandone allo stesso tempo il sistema elettorale più antidemocratico del mondo nel 21° secolo, nel pieno della crisi capitalista. Il piano di dominare il mondo è stato abbandonato indietro, di fronte al muro di potenze come Cina, Federazione Russa e altri Paesi chiave che hanno messo fine all’unilateralismo e ai sogni di potere assoluto. La performance di Trump è simile alle azioni dei suoi servili collaboratori nella nostra regione: Paesi devastati, con enormi distruzioni sociali, culturali ed economiche, mettendo fine a tutti i diritti acquisiti in anni di lotta, come la questione razziale, fanatizzando i seguaci con una brutale emulazione del nazifascismo che devastò l’umanità nel secolo scorso. Ma questa è un’altra volta e niente sarà più lo stesso. Anche il fascismo è una risorsa tardiva, anche se conserva il ruggito di vecchio leone.

Traduzione di Alessandro Lattanzio