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Il teorema di Bashar al-Assad

Bruno Guigue, RT, 22 ottobre 2020Secondo l’analista politico e ricercatore in filosofia politica Bruno Guigue, il gioco confuso degli occidentali con le forze jihadiste in Siria non solo ha contribuito a prolungare la guerra, ma potrebbe anche ritorcerglisi contro.
Prolungata da un’inesorabilità criminale di cui Erdogan è solo lo strumento, la guerra che imperversa da dieci anni in Siria ha avuto l’effetto di un innesco chimico. Protagonisti in agguato in questo bagno di sangue, i governi nordamericano, britannico, francese, turco, saudita e qatariota passeranno alla storia per ciò che sono: i carnefici di un popolo che non gli ha fatto nulla. La tragedia siriana ha dissipato le loro pretese. Ha esposto le loro strategie più subdole. Ma la cosa peggiore fu nascondere il terrorismo contro gli altri. Come resistere alla nausea di fronte alla viscosità di tali politici che, ad ogni attacco in suolo francese, diffondono indignate condanne della violenza terroristica che hanno nutrito e lodato altrove? Ricordiamo che non molto tempo fa, la mediafera occidentale dispiegò la sua falsa dialettica per fare del ramo siriano di al-Qaida una rispettabile organizzazione combattente. Ci fu detto che il Fronte al-Nusra, così si chiamava, si sarebbe “normalizzata”. Era necessario, suggerì François Burgat sulla tv, negoziare definitivamente con tale organizzazione destinata a far parte del “futuro della Siria”. La sua pretesa affiliazione con al-Qaida, la sua ideologia odiosa e settaria, la sua ripetuta pratica di compiere attentati indiscriminati contro i civili, il regime oscurantista del terrore che ha diffuso come la peste ovunque i suoi boia che potevano operare a Piccadilli. Una sorta di mutazione genetica fu far guadagnare all’organizzazione jihadista, in competizione col SIIL, un risarcimento per i servizi resi contro Damasco, vera patente di rispettabilità. È così che la diplomazia occidentale ha fatto miracoli. Dal suo cappello da mago sono emersi terroristi moderati, estremisti democratici, sgozzatori umanisti, mangiatori di fegato filantropici. Tale operazione di riciclaggio della filiale siriana di al-Qaida, infatti, avveniva in un momento in cui tale organizzazione consolidava l’egemonia politica e militare nel nord della Siria. Predestinandola a svolgere un ruolo importante all’indomani del previsto collasso dello Stato siriano, questo successo gli valsi i favori delle potenze occidentali e regionali decise a far cadere l’ultimo stato laico e progressista del Medio Oriente.
Il costo umano e il prezzo politico di questo tale consenso affrettato all’istituzione in Siria di un potere settario e mafioso non avevano importanza. Si diceva che la caduta di Bashar al-Assad fosse un gioco che valesse la candela. Il terrorismo, ridisegnato per le esigenze della causa, rese e rende tuttora servizi inaspettati alla vasta coalizione contro la Siria sovrana. Tale connivenza degli Stati occidentali e delle petromonarchie con la progenie adulterata di al-Qaida confermava la simultanea reiscrizione dei due avatar del terrorismo taqfirita nell’agenda strategica occidentale. La distruzione dello Stato siriano, obiettivo numero uno dell’asse Washington-Riyad-Parigi-Londra-Ankara-Doha, sostenuta dietro le quinte da Tel Aviv, era il fine che giustificava tutti i mezzi e la prospettiva di un emirato estremista ne faceva chiaramente parte. Per riuscirci, le potenze straniere unite contro l’ultimo regime nazionalista arabo si divisero cinicamente i ruoli. Nella spietata lotta contro la Siria, gli assassini di al-Qaida potevano così contare sui loro preziosi amici: la Turchia che gli consegnava l le armi, Israele che ne curava i feriti, il Qatar che gli pagava l’assegno a fine mese, e il quotidiano Le Monde che li spacciava per chierichetti. Chi lo ricorda che nel 2013, quando il Fronte al-Nusra occupò il villaggio cristiano di Malula, tale quotidiano osò negare che gli estremisti uccisero anche solo un civile, mentre si poteva vedere alla BBC, allo stesso tempo, i funerali delle vittime di tale aggressione? Era il momento in cui la cosiddetta “coalizione internazionale”, durante l’offensiva dello SIIL contro Palmyra, si astiene dal sparare qualsiasi cartuccia, e offrì un salvacondotto ai terroristi che ne illustrava la perfetta duplicità dell’antiterrorismo proclamato a Washington e Parigi.
Tra la spinta dello Stato pseudo-islamico sull’asse Palmyra-Damasco e quella del Fronte al-Nusra sull’asse Aleppo-Damasco, il sogno dei nemici di Bashar al-Assad sembrava realizzarsi. Ma senza contare sulla resistenza del popolo siriano e sulla lealtà del suo esercito. La mobilitazione generale delle truppe taqfirite sarebbe costata alle petromonarchie del Golfo un miliardo di dollari l’anno. Inviato alle organizzazioni terroristiche attraverso la CIA, questo sostegno inaspettato non bastò a provocare la caduta di Damasco. Perché senza contare nemmeno sulla capacità del governo siriano di stringere le necessarie alleanze con partner affidabili. Per sciogliere il micidiale abbraccio degli sponsor del terrore, Damasco ottenne il prezioso sostegno di Teheran, Mosca e Pechino.
In realtà, non c’è mai stata una guerra civile in Siria: iniziata dalle potenze imperialiste, tale guerra fin dall’inizio era un conflitto internazionale in cui si formò una coalizione per sconfiggere la coalizione avversaria. Nel teatro delle operazioni, ancora oggi, le uniche forze presenti sono le bande armate tagfire sponsorizzate da un lato ed integrate da forze speciali occidentali; e dall’altra le forze militari dello Stato siriano supportate dagli alleati russi, iraniani e libanesi. Di fronte a questa osservazione, tutto il resto è letteratura. Le distinzioni tra ribelli “democratici”, “moderati”, “laici”, “islamisti” o “jihadisti” sono stupidaggini ignobili il cui unico effetto è gettare un velo scarno sulla nebulosa del terrorismo la cui intenzione è perfettamente chiara: imporre con la forza un potere settario e collaborazionista dell’imperialismo. Se le potenze occidentali e regionali che alimentarono tale incendio avessero creduto nei cosiddetti ribelli moderati, non avrebbero ripulito il Fronte al-Nusra, accreditato nel 2014 come potenziale successore del regime da sconfiggere, non si sarebbero astenute dal combattere lo SIIL quando affrontava l’Esercito arabo siriano. Ancora oggi, le migliaia di terroristi che controllano la sacca d’Idlub appartengono all’ultimo avatar di al-Qaida, Hayat Tahrir al-Sham, creato dai militari turchi. La stampa propagandistica ha a lungo accreditato la favola della guerra civile che contrappone un regime sanguinario a un’opposizione democratica. Ma tutti hanno capito che la realtà del conflitto siriano, per dieci anni, è stata la lotta tra un conglomerato terroristico sponsorizzato e un esercito nazionale che difende il proprio Paese dall’invasione straniera.
Dal 2011, i successivi avatar della sussidiaria semi-clandestina della CIA che porta la denominazione di al-Qaida accolsero in Siria un flusso incessante di mercenari lobotomizzati, desiderosi di lottare contro miscredenti ed apostati. Tale massiccia iniezione di fanatismo mortale ebbe l’effetto di prolungare una guerra che non finisce. Ma ha anche diffuso un miasma ai quattro angoli del globo. Ritornando indietro come un boomerang, colpiva ovunque. Bashar al-Assad avvertì gli europei che la loro doppiezza alla fine gli si sarebbe rivoltata contro. L’ignoranza di questo teorema non cessa mai di presentare il conto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio