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Il “Passo di Tokyo” di Pompeo non può avviare il Quad

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 26.10.2020

Mike Pompeo si scagliava contro la Cina nell’ultima visita a Tokyo, dove incontrava le controparti di India, Australia e Giappone nell’ambito degli sforzi per rilanciare il QUAD, alleanza anti-cinese dei quattro Paesi incentrata sugli Stati Uniti. Parlando alle controparti, Pompeo affermava che c’era urgente bisogno di contrastare la Cina, aggiungendo che “Come partner in tale Quad, è più importante ora che mai collaborare per proteggere il nostro popolo e i nostri partner dallo sfruttamento, dalla corruzione e coercizione”. Nell”intervista a un’agenzia di stampa giapponese, Pompeo affermava che il raggruppamento era un “tessuto” in grado di “contrastare la sfida che il Partito Comunista Cinese presenta per tutti noi”. “Una volta che abbiamo istituzionalizzato ciò che facciamo, noi quattro insieme, possiamo iniziare a costruire un vero quadro di sicurezza”, aggiunse. Mike Pompeo, chiaramente in missione per convincere gli alleati ad unirsi all’alleanza militare, ovviamente cercando di spacciare agli alleati degli Stati Uniti lo stesso discorso anti-cinese che l’amministrazione Trump usa in patria per la “guerra commerciale” con la Cina. Gli Stati Uniti, che ora mirano ad espandere la guerra, reclutano alleati; da qui i discorsi aspri di Pompeo contro la Cina. Mentre Pompeo disse quello che aveva da dire, le prospettive dell’ascesa del QUAD come potente alleanza militare o “NATO asiatica” rimangono fosche. La ragione più importante è il fatto che alcuno dei Paesi, India, Giappone e Australia, è interessato a uno scontro militare con la Cina, mentre gli Stati Uniti non hanno alleati contro la Cina. Sebbene non si possa affermare che questi Paesi, India, Giappone e Australia, abbiano relazioni tese e difficili con la Cina, sembrano meno interessati a formalizzare un’alleanza militare anti-cinese guidata dagli Stati Uniti, rendendo così la RPC il nemico ufficiale. Spiega perché questi Paesi finora gestivano le relazioni con la Cina da sé continuando a evitare di esacerbare le fratture unendosi al carrozzone statunitense della “coalizione globale anti-Cina”.
Si pensi che: mentre il Giappone ha legami economici con la Cina e non ha volontà di “sganciarsi”, seguendo gli Stati Uniti, con occhio alla Cina, ancora incrementa la forza militare. Mentre già converte due navi in portaerei, registrerà anche un aumento record nella spesa per la difesa. Il ministero della Difesa giapponese chiese un aumento dell’8,3% del bilancio della difesa, di gran lunga il maggiore aumento negli ultimi due decenni. È interessante notare che ragione cruciale per cui il Giappone ha deciso di aumentare il budget è la pressione che l’amministrazione Trump esercita sui giapponesi nel gestire la propria sicurezza nazionale. Se il Giappone spenderà comunque sempre di più per la difesa, aumentando le capacità militari per posizionarsi meglio nella regione, senza richiedere ampio supporto militare dagli Stati Uniti, vuole comunque continuare ad avere stretti legami economici con la Cina, non c’è motivo perché destabilizzi permanentemente le relazioni con la Cina aderendo alla “NATO asiatica”. Sebbene questo fosse il sogno del primo ministro Abe, la sua caduta dal governo avrà ulteriore impatto smorzante sulle prospettive dell’alleanza e la posizione del Giappone all’interno.
Il governo australiano annunciava una serie di leggi per frenare l’influenza straniera chiaramente (anche se non ufficialmente) mirata alla Cina. E l’India è attivamente impegnata in una partita di polo ad alta quota e ad alto rischio con la Cina sull’Himalaya, un conflitto caldo e freddo in cui l’India non agisce più passivamente. Il fatto che questi Paesi abbiano problemi specifici con la Cina e tuttavia non posano attivare il QUAD dimostra che non c’è un desiderio attivo e forte di avere un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti. In quanto tale, il vertice QUAD non riusciva ancora una volta a rilasciare una dichiarazione o un comunicato comune. Nonostante il belluismo degli Stati Uniti, l’obiettivo principale di Giappone, Australia e India rimane un rapporto equilibrato politicamente, economicamente e militarmente con la Cina. Questo è il motivo cruciale che spiega perché, nonostante il clamore di Pompeo e la sua valutazione della “minaccia cinese”, i Paesi non abbiaano menzionato direttamente la Cina nelle dichiarazioni rilasciate dopo l’incontro. A differenza di Pompeo, il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi non menzionò la Cina nelle sue osservazioni, e il governo giapponese si è affrettò a chiarire che i colloqui non erano diretti contro alcun Paese. Il Ministro degli Esteri indiano Subrah manyam Jaishankar osservava che il fatto che l’incontro fosse in corso, vista la pandemia di coronavirus, era “testimonianza dell’importanza” dell’alleanza. Di conseguenza, mentre l’India come il Giappone approvava l’agenda della “regione del Pacifico libero” e del “sistema basato sulle regole”, nemmeno menzionava la Cina. Certamente, i responsabili politici indiani non cercavano di destabilizzare ulteriormente la situazione sul Ladakh. Per il ministro degli Esteri australiano, che non neanche menzionava la Cina, l’essenza del QUAD era “promuovere l’equilibrio strategico” nell’Indo-pacifico (e non avviare un’alleanza militare). Avviare un’alleanza militare contro la Cina non ha senso. Se gli Stati Uniti sono il maggiore alleato militare e di sicurezza di questi Paesi, la Cina è di gran lunga uno dei maggiori partner commerciali, il che rende il vertice più simbolico che sostanziale. Di conseguenza, mentre Pompeo parlava di creare una “rete di sicurezza”, i funzionari giapponesi confermavano che l’argomento non fu nemmeno sollevato nell’incontro perché, è improbabile che tale impresa ottenga trazione sulla scia per la spinta principale di questi Paesi a legami equilibrati con la Cina. In assenza di chiara volontà e desiderio di aumentare la pressione militare sulla Cina, la “NATO asiatica” rimarrà un vagone fermo, che neanche dei calci persistenti potrebbero avviare.

Salman Rafi Sheikh, ricercatore-analista di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio