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Il complesso militare-industriale statunitense salverà il Medio Oriente?

Valerij Kulikov, New Eastern Outlook 26.10.2020Col recente cosiddetto “dialogo strategico” col ministro degli Esteri saudita, il principe Faysal bin Farhan al-Saud, il ministro degli Esteri nordamericano affermava che “il complesso militare-industriale degli Stati Uniti salverà il Medio Oriente”. Data la particolare enfasi posta a Washington sulla fornitura di armi nordamericane al Medio Oriente, la posizione indicata da Mike Pompeo parla del suo ruolo “strategico”. Sì, gli Stati Uniti hanno una reputazione molto dubbia di leader mondiale nel commercio di armi, che ha più volte confermato il rapporto diretto tra fornitura di armi e intensità dei conflitti e come le esportazioni di armi siano per gli interessi politici dell’élite nordamericana. Pertanto, l’argomento di Washington secondo cui il trasferimento di armi agli alleati degli Stati Uniti sia elemento di “stabilità” non regge alle critiche. Il volume delle vendite globali di armi nel 2015-2019 è aumentato del 5,5% rispetto al quinquennio precedente, la crescita più evidente fu mostrata dagli Stati Uniti, come evidenziato dal rapporto annuale del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Secondo il SIPRI, gli Stati Uniti rappresentano ormai quasi il 50% di tutte le armi importate dal Medio Oriente. I maggiori importatori di armi sono Paesi come Arabia Saudita, Egitto, Israele, Qatar e Iraq. Il volume delle consegne di armi in Medio Oriente è aumentato di quasi il 20% nel 2014-2019. Tra questi importatori mediorientali, l’Istituto evidenzia le crescenti importazioni di armi dell’Egitto, triplicate dal 2010 al 2019, diventando così il terzo importatore di armi al mondo.
Va riconosciuto che prontezza al combattimento ed equipaggiamento tecnico hanno sempre contraddistinto l’esercito egiziano. Naturalmente, principalmente a causa della regione esplosiva in cui si trova il Paese e la necessità di “essere pronti” in caso di conflitto. Negli ultimi anni, tali preoccupazioni furono collegate da Cairo in larga misura all’aggressività turca nel Mediterraneo orientale, così come in Libia, dove Ankara continua a supportare militarmente il regime tripolitano di Fayaz Saraj, fornendo i combattenti del GNA (Government of National Accord) di armi, munizioni, equipaggiamento e moderno materiale da combattimento. Per questo motivo, i leader politici egiziani chiedono al comando delle forze armate del Paese di mettere in allerta l’esercito per garantire la sicurezza nazionale se necessario, e adottare misure attive per migliorare il materiale dell’esercito egiziano. Il parlamento egiziano già annunciava ufficialmente di vedere la presenza militare illegale turca in Libia come minaccia alla sicurezza nazionale. Come riportato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), riferendosi alla dichiarazione di uno dei più influenti funzionari egiziani, l’Egitto intende prendere tutte le misure necessarie per impedire eventuali minacce alla sicurezza del Paese, anche se ciò richiedesse un attacco in qualsiasi Stato.
Negli ultimi anni l’Egitto ha rafforzato attivamente l’esercito e migliorato le relazioni con Stati Uniti e Russia acquistando armi e mezzi. Anche l’Egitto ha acquistato dalla Francia le Mistral, navi molto moderne. Oggi, l’Egitto ha creato un potente potenziometro militare Le forze terrestri egiziane con 320mila militari e 400mila riservisti, oltre 4mila carri armati e sistemi lanciarazzi multipli (MLRS). L’Aeronautica egiziana è considerata molto forte rispetto a molti Paesi. Si compone di 35mila effettivi e 552 aerei militari e 121 elicotteri da combattimento, oltre a droni. Esistono ADMS (sistemi missilistici di difesa aerea) e complessi di difesa antiaerea. Inoltre, l’Egitto ha potenti forze navali, con 60 navi da guerra, oltre ai sottomarini. Circa 40mila effettivi prestano servizio nella Marina. Tutto ciò consente di considerare l’esercito egiziano come uno dei più forti della regione.
Allo stesso tempo, Cairo presta continuamente attenzione al miglioramento tecnico dell’esercito e all’acquisizione di nuove armi. Così, ai primi di giugno 2020, il premier Giuseppe Conte approvava la vendita di due fregate classe Bergamini, Spartaco Shergat (F-588) ed Emilio Bianchi (F-589) all’Egitto per 1,2 miliardi di euro come risultato delle trattative con Abdalfatah al-Sisi, presidente dell’Egitto. A settembre, Kiel (Germania) varava il quarto sottomarino d’attacco diesel Tipo 209/1400 ordinati dalla Marina egiziana.
Resistendo ai tentativi di altri Stati di minare la sicurezza del mondo arabo e data l’importanza di una soluzione politica per Yemen, Libia e Siria, un vertice egiziano-giordano-iracheno si teneva a fine agosto in Giordania creando un blocco arabo volto al contenimento della Turchia. E così, dimostrando disponibilità a resistere alla politica aggressiva di Ankara, Cairo entrava nel conflitto siriano quest’estate iniziando la partita contro Recep Tayyip Erdogan. Secondo i resoconti dei media turchi, l’Egitto aveva inviato 150 militari in Siria a combattere a fianco delle forze armate siriane. L’esercito egiziano si coordina col Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche e i gruppi sostenuti dall’Iran. Gli egiziani si trovano a sud d’Idlib ed ovest di Aleppo. Secondo la reazione di Yusif al-Hamud, portavoce dell’Esercito nazionale siriano (SNA) sostenuto dalla Turchia, “questo passo degli egiziani può essere paragonato a uno schiaffo a Erdogan”. Questa notizia causato un’ondata d’isterismo in Turchia. Sebbene Washington non pubblicizzi il suo sostegno a Recep Erdo?an nel confronto coll’Egitto, tuttavia, lo fa segretamente. Quanto all’Unione Europea, sostiene cautamente il leader egiziano Abdalfatah al-Sisi, cercando d’impedire un nuovo flusso di profughi in Europa se la guerra in Libia dovesse continuare. Sulgli scontri armati tra Turchia ed Egitto, la maggior parte degli esperti militari ritiene che ciò non accadrà, sebbene non escluda un possibile conflitto locale tra soldati egiziani e asacri turchi in Siria, in particolare a Idlib.

Valerij Kulikov, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio