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Nagorno-Karabakh: una strategia per sbloccare la situazione

Rostislav Ishenko, Stalker Zone, 26 ottobre 2020

Dopo il successo dell’offensiva dell’Azerbaigian al confine iraniano, c’era la minaccia di interrompere il collegamento tra Nagorno-Karabakh ed Armenia. Gli esperti parlarono di vittoria dell’Azerbaigian nella fase successiva della guerra del Karabakh. Ma era vero? In termini tattici, l’Azerbaigian sicuramente otteneva un’ampia vittoria . E indipendentemente dal fatto che sia possibile organizzare il blocco completo del Karabakh. Baku riconquistava una fetta significativa del suo territorio e migliorava notevolmente le posizioni militari, informative e negoziali. Ma 26 anni fa, l’Armenia (formalmente rappresentata dall’autoproclamato Karabakh indipendente) ottenne un successo ancora maggiore. I territori occupati nell’Azerbaigian era approssimativamente uguale al territorio del Nagorno-Karabakh, l’esercito azero effettivamente lasciò il campo di battaglia e le fondamenta dello Stato azerbaigiano furono sconvolte, diversi anni dopo seguirono colpi di Stato e tentativi di colpi di Stato. Tuttavia, questo successo militare di un quarto di secolo prima non risolse il problema della pace. Nonostante la significativa influenza della diaspora armena nei circoli politici in Russia e in occidente, l’Armenia non ottenne nemmeno il riconoscimento internazionale dell’autoproclamato NKR, per non parlare dell’obiettivo strategico di restituire sette regioni all’Azerbaigian in cambio del riconoscimento di quest’ultimo del Nagorno-Karabakh e possibile scambio del Corridoio Lachin con un corridoio dal territorio dell’Azerbaigian al Nakhichevan. Anche adesso, il successo militare dell’Azerbaigian può essere completo solo se raggiungerà tutto il confine coll’Armenia isolando finalmente il Nagorno-Karabakh. In questo caso, qualsiasi tentativo di rompere il blocco dell’Armenia verrà considerato un attacco all’Azerbaigian, che consentirà a Baku (e suoi alleati) di parlare di guerra difensiva. Ma qui c’è una sfumatura. Va tenuto presente che non solo il tentativo di occupare il Nagorno-Karabakh, ma anche l’istituzione del blocco consentirà all’Armenia di porre la questione del genocidio armeno a livello internazionale. Inoltre, tenendo conto delle capacità lobbistiche e mediatiche di Erevan, non c’è dubbio che l’esodo degli armeni dal Karabakh su pressione delle truppe azere (e gli armeni partiranno senza aspettare l’arrivo degli azeri) acquisterà un suono molto più forte del simile esodo degli azeri su pressione armena di un quarto di secolo prima.
Il disastro umanitario in cui è precipitato un determinato territorio, sia per colpa delle proprie autorità che per degli Stati vicini, crea la base giuridica per l’intervento umanitario. Dopo la tragedia in Ruanda, la comunità mondiale è incline a credere che l’intervento umanitario per impedire una catastrofe umanitaria debba intervenire in anticipo. Allo stesso tempo, negli anni ’90 e 2000, gli Stati Uniti crearono diversi precedenti d’interventi umanitari senza sanzioni ONU e sulla base di dati interpretati unilateralmente. Pertanto, nel caso del Karabakh, tale intervento è possibile. Va tenuto presente che l’intervento umanitario non implica la guerra tra qualcuno e la Turchia o l’Azerbaigian. È solo che in Karabakh si organizza un ponte aereo internazionale (so che lì non ci sono aeroporti importanti, ma il carico necessario può essere trasferito anche cogli elicotteri), così come (se necessario) convogli umanitari via terra. Le forze di pace internazionali sono dispiegate ai confini dell’NKR (che, come dimostrano prassi ed esperienza, può esserci per decenni), e quindi il territorio è inaccessibile alle truppe azere e qualsiasi blocco inefficace. In effetti, l’Armenia non combatte per la vittoria sul campo di battaglia. A tal proposito, solo un miracolo può aiutarla. Erevan, ritardando gli aiuti con una resistenza persistente, aumenta innanzitutto il costo dell’offensiva dell’Azerbaigian. In secondo luogo, cerca di internazionalizzare il conflitto in modo deciso e rapido, cercando il sostegno della comunità internazionale. Naturalmente, non è necessario aspettarsi il completo esaurimento dell’Azerbaigian tra le vittorie militari. Le persone, di regola, considerano tali sacrifici non vani. Ma finora si tratta di una sola svolta a sud, a cui ha dovuto pagare un prezzo considerevole e che non ha ancora acquisito carattere strategico. L’Azerbaigian cerca di sfruttare il successo e di occupare il Corridoio di Lachin, ma gli armeni contrattaccano ferocemente e il fronte è ancora mobile. In una situazione del genere, nonostante l’evidente preponderanza dell’Azerbaigian, qualsiasi incidente può portare a un inaspettato e drammatico cambiamento della situazione. Ad esempio, nel febbraio 1943, le truppe sovietiche si trovavano a 15-20 chilometri da Dnepropetrovsk, e a marzo furono costrette a lasciare Kharkov e Belgorod, cedendo a un contrattacco sul fianco numericamente e tecnicamente inferiore, ma usate con competenza da Manstein.
Per Paesi come Azerbaigian ed Armenia, anche 2-3 mesi di battaglie di manovre intense (senza il passaggio della guerra di posizione) sono un peso enorme. Non sono tanto le riserve esaurite (di regola, ci sono abbastanza persone) quanto i mezzi consumate e distrutti, le munizioni consumate e l’economia nazionale in declino. Sulla base di ciò, l’obiettivo strategico dell’Armenia è chiaramente resistere il più a lungo possibile, perdere meno territorio possibile (riprendendo quello che possono) e organizzare le pressioni della comunità internazionale su Turchia e Azerbaigian. In questo caso, gli interessi di Russia, Stati Uniti, Iran e UE sono vicini: a nessuno importa quanti chilometri quadrati di territorio e a quale costo armeni e azeri li riconquisteranno all’altro, ma nessuno vuole incoraggiare la Turchia in un gioco indipendente. Se i turchi riescono con mezzi militari a risolvere la disputa territoriale armeno-azera, non solo rafforzeranno drasticamente la loro posizione nel Caucaso (che contraddice gli interessi di Russia e Iran, ma un po’ preoccupano Francia e Stati Uniti), Ankara in questo caso assumerà una posizione più assertiva in altri conflitti in cui partecipano (Siria, Libia, Cipro, fondali mediterranei). Un’avventura militare riuscita porta inevitabilmente a un’altra. Finora, i Paesi che l’Armenia spera siano possibili alleati aspettano. La Russia affermava che le sue garanzie militari si applicano solo al territorio dell’Armenia, mentre il resto chiede semplicemente la pace. Tuttavia, gradualmente le baionette iniziano a profilarsi alle spalle dei diplomatici e se, ad esempio, l’Iran dispiega truppe in Transcaucasia (al confine col Karabakh), la Russia intensifica le attività militari a Idlib, dove la Turchia, oltre ad allevare islamisti per i conflitti locali, si pone anche a “difensore dei turcomanni”, cercando così di assicurarsi lo status di parte dell’accordo siriano. La Francia nuovamente si dichiarava pronta a sostenere la Grecia in caso di conflitto con la Turchia. Gli Stati Uniti avviavano una discussione sull’esclusione della Turchia dalla NATO. Ciascuno dei Paesi interessati, compiendo passi che, in linea di principio, non si possono non fare, offre ai partner l’opportunità di entrare in confronto con Erdogan per agire nel ruolo meno gravoso e più proficuo di mediatore.
Erevan intensifica le informazioni e fa pressioni per garantire che l’intervento internazionale avvenga il prima possibile. L’Armenia otteneva un certo successo. Due “cessate il fuoco” mediati dalla Russia ma non imposti restringono il margine di manovra di Mosca. In qualità di intermediario nei negoziati, assumeva l’obbligo morale. Anche il mancato rispetto degli accordi di una delle parti è un duro colpo al prestigio del mediatore. Colloqui simili si avevano già Washington. Finora, il risultato ero lo stesso. La guerra, che Mosca, Washington e Ue non possono fermare, cessa di essere un problema solo per l’Armenia. Baku è ben consapevole che prima o poi la richiesta di fermare i combattimenti assumerà la forma di ultimatum. Se tale ultimatum viene ignorato, si può perdere rapidamente in campo diplomatico tutto ciò che è stato vinto sul campo di battaglia. Finché la situazione internazionale lo consente, l’Azerbaigian cerca di occupare quanto più territorio possibile, credendo così di assicurarsi posizioni preferenziali nei negoziati per la soluzione definitiva. Tuttavia, le grandi potenze non consentono mai a una delle parti in conflitto di ottenere la vittoria assoluta in una situazione del genere. Come ho scritto, ci sono molti meccanismi per negare i risultati dell’Azerbaigian sul campo di battaglia (e tutti sono in stretta conformità con le norme del diritto internazionale). In altre parole, alla fine, possiamo solo parlare di nuova linea di demarcazione. Per cambiarla, le parti perderanno migliaia di vite e inizieranno immediatamente a prepararsi a una nuova guerra. Inoltre, Erevan ha un asso nella manica rischioso, ma abbastanza efficace. L’Armenia, che non riconobbe il Nagorno-Karabakh su pressione della comunità internazionale, sperando di risolvere il conflitto nel proprio interesse, in una situazione critica potrebbe dichiarare il riconoscimento dell’autoproclamata NKR per la necessità di proteggere gli armeni che vi vivono. Una simile dichiarazione sarà sicuramente il prologo della guerra aperta azero-armena, in cui la Turchia minaccia chiaramente d’intervenire. Questa è una sfida molto seria per la comunità internazionale rispetto all’operazione attualmente condotta formalmente dall’Azerbaigian per ripristinare l’integrità territoriale, poiché senza assistenza estera in una situazione del genere, lo Stato armeno sarà semplicemente distrutto. Pertanto, sarà necessario o fermare immediatamente la guerra con azioni coordinate con Stati Uniti, Russia e UE, oppure seguirà l’intervento estero per preservare l’Armenia, che potrebbe trasformarsi in grande guerra nel grande Medio Oriente con una serie molto bizzarra di varie coalizioni tra Paesi NATO e non NATO.
In generale, la strategia dell’Azerbaigian è riconquistare quanto più territorio possibile prima che la comunità mondiale decida che è il momento di intervenire, e poi, essendosi assicurata una nuova linea di demarcazione, attendere il momento giusto per una nuova offensiva, in modo che alla fine la linea di demarcazione coincida col confine tra Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian e Repubblica Socialista Sovietica Armena, dopodiché Baku non si preoccuperà affatto per quanto continueranno i negoziati su un pieno accordo. La strategia dell’Armenia che, ovviamente, potrebbe facilmente respingere l’offensiva dell’esercito azero, ma non può resistere agli sforzi congiunti di Azerbaigian e Turchia, è internazionalizzare il conflitto il più rapidamente possibile, creando le condizioni in cui la comunità mondiale, inclusa la Russia, non potrà più limitarsi agli appelli e sarà costretta ad arrestare le operazioni militari. La cosa triste è che entrambe tali strategie sono volte non a raggiungere la pace, ma a creare le condizioni più favorevoli per la continuazione della guerra. Baku è ben consapevole che gli armeni useranno la prima opportunità per riprendersi ciò che hanno perso e ripristinare la linea di demarcazione sulle colline come a loro conviene. Erevan crede anche che non importa dove si fermi l’esercito azero, è solo questione di tempo prima che raggiunga il confine armeno.
Esiste un meccanismo che prevede il trasferimento del territorio conteso da anni o anche da un paio di decenni sotto l’amministrazione dell’ONU, dopodiché vi si terrà uin referendum sull’adesione a uno degli Stati che lo rivendicano. Ma dubito che tale decisione sarà sostenuta dall’Azerbaigian fintanto che il Nagorno-Karabakh sarà controllato dagli armeni, così come che l’Armenia accetterà tale proposta se passasse sotto il controllo dell’Azerbaigian. In Karabakh e in sette distretti, la metà degli insediamenti è da tempo spopolata e distrutta, e quelle abitate sono ancora sono stagnanti. L’attuale campagna militare porterà a un altro risultato. Alla fine, se le parti non troveranno la forza per fermare il reciproco sterminio, si assisterà a un quadro surreale di due eserciti che versano fiumi di sangue per una misera regione montuosa disabitata, con città e paesi trasformati in macerie senza futuro, perché lo sviluppo è possibile solo in condizioni di pace. Finora, nessuna delle parti in conflitto ha una strategia positiva e l’avventurismo turco non fa che aggravare ulteriormente la situazione, minacciando di trasformare la Transcaucasia in un grande Karabakh.

Traduzione di Alessandro Lattanzio