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“Stalin fu il primo ad iniziare la lotta al globalismo”

Aleksandr Grishin, Stalker Zone, 16 ottobre 2020Nell’autunno 1952, Mosca ospitò il 19° Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, l’ultimo congresso “stalinista”. Evgenij Spitsyn, storico e consigliere del rettore dell’Università statale di Mosca, ha detto alla radio “Komsomolskaya Pravda” cosa c’era di straordinario nel discorso di Stalin e perché è ancora rilevante oggi.

Male mondiale, i guerrafondai
Di cosa parlava Josif Vissarionovich?

“Questo fu il primo congresso del partito del dopoguerra. Il precedente si tenne nel 1939, durante la guerra non c’era tempo per i congressi. Stalin voleva convocarlo nel 1947, ma per qualche motivo rifiutò l’idea e la raccolse nell’ottobre 1952. Il congresso fu l’unico nell’era di Stalin in cui non fu lui a redigere il rapporto del Comitato Centrale. Ce ne furono diversi: il discorso di Malenkov, il rapporto del Comitato centrale. Il secondo, sul nuovo piano quinquennale per lo sviluppo dell’economia nazionale, fu realizzato da Maksim Saburov capo del Comitato di pianificazione statale dell’URSS. Nikita Khrushjov riferì del cambiamento nel nome del partito e del suo statuto. Stalin tenne un breve discorso di 12 minuti l’ultimo giorno del congresso, il 14 ottobre. Il rapporto di Malenkov iniziava con una valutazione della situazione internazionale e dello sviluppo delle principali potenze borghesi: allora iniziò la guerra di Corea. Nella forma, una guerra tra le due Coree, ma in realtà il primo duro confronto tra Stati Uniti e URSS. E Stalin dedicò il suo discorso, tra l’altro, ai problemi della guerra e della pace. E alla fine lanciò una frase nella sala: “Abbasso i guerrafondai!” e con la mano fece sembrare che li avesse spazzati via dal tavolo. Questo discorso fu in precedenza sottovalutato nel nostro Paese. Non era molto chiaro il significato o perché Stalin l’avesse detto. Ma ora le parole di Stalin sono di nuovo più che rilevanti”.

Cosa? Riguardo a cosa?
“Due idee principali. In primo luogo, la bandiera delle libertà democratiche borghesi, libertà di parola, stampa, manifestazione e riunione, che la borghesia nazionale ha sempre alzato, fu gettata in mare. E ora erano gli operai, i partiti comunisti, che dovevano alzare questa bandiera. E il secondo importante messaggio stalinista: prima la borghesia era a capo della nazione, lottava per i suoi interessi, e ora viene buttata anche la bandiera della lotta per la sovranità nazionale. E la borghesia si vende ai dollari. Stalin affermò: i postulati che ora chiamiamo idee del globalismo sono diventati il fattore dominante”.

Stalin fu il primo nel nostro Paese a invocare la lotta alla globalizzazione? Possiamo vedere la minaccia che questo pone. E ora ci sono parole in Europa che non puoi tradire i tuoi interessi nazionali. I movimenti separatisti in Catalogna, Scozia, sono principalmente contrari ai dettami del globalismo?
“In effetti, sì. Il pericolo del globalismo nella rappresentazione occidentale, cioè borghese, fu notato da Lenin all’inizio del XX secolo”.

Stati Uniti d’Europa?
“Sì, il suo famoso articolo ‘Sullo slogan degli Stati Uniti d’Europa’. Disse che nel contesto della crisi del sistema coloniale, quando anche la Germania iniziò a mostrare un interesse crescente per la torta già divisa, apparve il piano degli Stati Uniti d’Europa. Questa è una nuova forma di espansione coloniale delle potenze europee avanzate. In particolare, contro gli stessi Paesi europei che, dal punto di vista degli ideologi del globalismo o mondialismo, erano Paesi di seconda, se non di terza classe. L’Unione europea è di fatto l’adozione dello slogan secolare degli Stati Uniti d’ Europa, dove il ruolo dominante è svolto dalla Germania, forse un po’ dalla Francia e, fino a poco tempo fa, dalla Gran Bretagna. E tutti i Paesi del ventre meridionale (Romania, Grecia, Bulgaria) o gli Stati baltici sono Paesi puramente semicoloniali, fonti di manodopera a basso costo e materie prime”.

Cosmopolitismo, arma del globalismo
Lenin lo teorizzò, ma Stalin fu il primo a combattere il pericolo pratico quando divenne realtà?

“Stalin leggeva tutti i documenti e libri con una matita in mano. E prese appunti chiari e precisi. Leggendo la bozza del nuovo programma del partito preparato dal gruppo di lavoro di Andrej Zhdanov nel 1947, in un punto scrisse direttamente che era necessario combattere il globalismo. Quando parliamo dell’ultimo periodo stalinista, cioè del periodo postbellico, ci concentriamo sulla lotta contro i “cosmopoliti senza radici”. E presentano il caso come se fosse diretto contro gli ebrei. Questo ne semplifica il contenuto e l’essenza. In effetti, la lotta ai cosmopoliti era una lotta contro gli ideatori della globalizzazione o mondialismo, che parlavano di negare la sovranità e di creare un governo mondiale. Tali idee furono espresse durante la guerra da Winston Churchill, dal capo del ministero degli Esteri britannico Ernest Bevin. Anche da Albert Einstein. I nostri fisici, Pjotr Kapitsa, Nikolaj Semjonov e Abram Joffe, diedero una risposta al suo messaggio, dove respinsero le idee del globalismo sviluppate dal famoso fisico perché non soddisfacevano gli interessi dello sviluppo della civiltà umana. Stalin vedeva perfettamente che portavano con sé la minaccia all’esistenza degli Stati nazionali e l’emergere di una nuova guerra. Ma in questo caso, si parlava del fatto che gli Stati Uniti erano a capo di tale movimento come il Paese più potente che divenne il leader del mondo occidentale durante la guerra”.

Ma l’idea che questa sia una manifestazione di antisemitismo a livello statale era basata su qualcosa?
“Accadde così che prima di tutto i rappresentanti dell’intellighenzia ebraica fossero portatori delle idee del globalismo. Allo stesso tempo, Stalin non era un antisemita. Disse anche al componente del Comitato Centrale e redattore capo della “Pravda”, Pjotr Pospelov, quando la campagna contro il cosmopolitismo stava finendo: Pospelov, non è necessario combattere contro personaggi specifici. Devi combattere le idee nella mente di tali personaggi. Combattiamo a livello ideologico, non cercando ebrei o mezzi ebrei. Presumere che Stalin fosse un nazionalista dalla mentalità ristretta significa sostituire l’essenza della questione”.

Ma le teste volarono!
“Ripeto: la lotta al cosmopolitismo è nata dalle idee aggressivamente imposte dal globalismo, dalla creazione di strutture di gestione mondiale: parlamento mondiale, governo mondiale, organi di controllo e regolazione del mondo. Gorbaciov, che in realtà è il principale colpevole del crollo dell’URSS, non seppe farvi fronte. Pensava che avremmo vissuto in un’unica casa europea. Ma fu ingannato. Nessuno avrebbe permesso alla Russia di entrare in una casa europea. Era nei piani dei globalisti un posto ai margini. A proposito, alla vigilia del congresso, fu pubblicato l’ultimo lavoro teorico di Stalin: “Problemi economici del socialismo nell’URSS”. In esso prestò molta attenzione non solo alla valutazione dello stato dell’economia delle potenze occidentali, ma anche all’eventuale inevitabilità delle guerre dell’imperialismo nell’era nucleare. E concluse che la dottrina di Lenin sull’inevitabilità della guerra rimaneva più che mai viva. Ciò a dispetto dell’accademico Varga e di quei membri del Politburo del Comitato Centrale che credevano che l’imminente era nucleare, specialmente dopo che l’URSS aveva la bomba atomica e poi quella all’idrogeno nel 1949, rendesse impossibile la guerra. In realtà negarono l’atteggiamento leninista affermando che i Paesi capitalisti e i Paesi del socialismo potevano andare d’accordo nel quadro di un sistema di coesistenza pacifica. Questo fu accettato da Krushjov al 20° Congresso nel 1956, e fu in realtà un errore”.

Come? Dopotutto, allora c’era la distensione e tutti credevamo che questa fosse la politica giusta.
“Stava indicano le idee dell’eurocomunismo e poi la convergenza dei due sistemi. Abbiamo ceduto e il risultato fu il crollo dell’URSS. E ora vediamo che l’imperialismo, in quanto sistema non solo economico, ma anche politico, legale e morale, vomita la lava della guerra inevitabile come la bocca di un vulcano. L’unico deterrente è la presenza di armi nucleari”.

Partito, lasciami guidare!
Se teniamo conto che dopo il crollo dell’URSS negli ultimi 25 anni, gli Stati Uniti hanno condotto guerre senza fine contro Paesi che non avevano armi nucleari, attirando l’Europa dentro, si scopre che il compagno Stalin aveva ragione?
“Ecco perché il suo ultimo discorso si concluse con le parole: ‘Abbasso i guerrafondai!’ Mise in guardia contro l’autocompiacimento e diede a Molotov e Mikojan una correzione al Plenum organizzativo del Comitato centrale, che si tenne alla fine del Congresso. Non erano nemmeno inclusi nel Presidium del Comitato Centrale”.

Per cosa?
“Non ci furono trascrizioni di quel plenum. E quello che vi successe è noto principalmente dalle brevi memorie frammentarie di Konstantin Simonov. Già gravemente malato, scrisse il famoso libro di memorie “Cogli occhi di un uomo della mia generazione” all’ospedale. Molotov, come scrisse Simonov, fu duramente redarguito da Stalin perché Vjacheslav Mikhailovich si comportò in modo frivolo nei confronti dei nostri ex-alleati. Prima di tutto, in relazione a Stati Uniti e Regno Unito. A Stalin questo non piacque. Credeva che Molotov avesse perso il senso di convinto bolscevico a guardia degli interessi e dei sostenitori della lotta all’imperialismo; che Molotov lallentò, promettendogli del sollievo, anche dal punto di vista della propaganda delle loro idee sul territorio dell’URSS. Molotov diede la seconda ragione per il dispiacere di Stalin, raccontando a sua moglie degli incontri del Politburo e dei dettagli delle discussioni sulle informazioni politiche. Condivise queste informazioni coi suoi amici loquaci arrivando ad orecchie inopportune. In particolare, all’ambasciatrice israeliana in Unione Sovietica Golda Meir. Pertanto, questi due personaggi deviarono dal processo politico. Quale sarebbe stato il destino di Molotov e Mikojan, possiamo solo immaginarlo. Poco più di quattro mesi dopo, Stalin morì. E questo probabilmente li salvò da conseguenze peggiori”.

La morte di Stalin salvò molte persone da conseguenze ben più gravi: propose di togliere il volante del Paese al partito?
“Dal 18.esimo congresso del partito prima della guerra, Stalin rivide in modo significativo il ruolo del partito e dei suoi organi nel sistema di governo del paese. Cominciò la svolta della famosa riforma manageriale di Stalin. Ci fu la ridistribuzione delle leve di potere dalle organizzazioni centrali del partito all’allora Consiglio dei commissari del popolo dell’URSS. Il passo successivo su questa strada furono le decisioni prese nel 1946. Quando furono eliminati i dipartimenti di sezione dall’apparato del partito, compreso il Comitato Centrale, rimasero solo il Dipartimento Agitazione e Propaganda e il Dipartimento del Personale. Stalin credeva che al partito dovessero rimanere due cose: agitazione e propaganda e scelta e nomina del personale. E aree specifiche erano le attività di specialisti, tecnici e tecnocrati. E questo doveva essere gestito dal Consiglio dei Ministri dell’URSS. A volte era ancora guidato dall’apparato del partito. Tali fluttuazioni si verificarono nella seconda metà degli anni ’40. Poi ci fu un certo ripristino del ruolo dei dipartimenti del partito. Ma nel 1952 Stalin avrebbe rimesso il partito al suo posto. Cambiò il personale. Disse che il lavoro del ministro è un lavoro da contadino. Qui devi arare, essere un professionista nel tuo campo. Stalin spiegò che eravamo costretti a una rotazione così seria del personale e mettere a capo dei ministeri, e il loro numero crebbe in modo significativo, persone dimostratesi valide nel lavoro pratico concreto sulla gestione delle industrie. Disse che dovevamo rimuovere molti illustri compagni, in particolare Kaganovich, Voroshilov e altri, da lavori specifici e nominarli alle cariche di generali da cerimonia, vicepresidenti del Consiglio dei Ministri dell’URSS. E Stalin lo disse in un modo particolare: non so nemmeno quanti vice ho adesso”.

Se vediamo cosa fece esattamente Stalin nell’autunno 1952, e solo poco più di quattro mesi dopo morì improvvisamente, questo non porta a certi pensieri?
“Ci sono molte pubblicazioni che dicono che Stalin non morì per cause naturali. Sebbene fosse malato. Aveva già avuto diversi ictus. Ma anche il fatto di vomitare sangue suggerisce che come risultato di un normale ictus, tale vomito sarebbe impossibile. Va anche capito che dopo la fine del Plenum del Comitato Centrale e del 19° Congresso del partito all’inizio di novembre, fu presa la decisione fondamentale che in caso di ferie o malattia del compagno Stalin, i suoi doveri di governo, come Presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS, fossero eseguiti da Georgij Malenkov. E i compiti del Segretario del Partito del Comitato centrale, da Lavrentij Berija. Ecco la domanda. Dopotutto, Berija non era segretario del Comitato centrale. Berija, come primo vicepremier era allora responsabile del programma nucleare. Ma in realtà, nel novembre 1952, furono identificati i due principali eredi di Stalin: Berija e Malenkov. Molti storici non escludono che Stalin fu effettivamente avvelenato. Ma il fatto è che non possiamo ancora studiare in dettaglio la malattia di Stalin. La questione necessita di ulteriori studi. E la cosa più importante è scoprire chi c’era dietro l’intera operazione”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio