Crea sito

Perché il conflitto nel Caucaso è la vendetta di Erdogan per la Siria

Finian Cunningham, SCF 17 ottobre 2020L’enorme ruolo della Turchia nell’alimentare il conflitto tra Armenia e Azerbaigian è sempre più evidente. Ecco perché un accordo di pace sarà difficile e in effetti il conflitto potrebbe esplodere ulteriormente in guerra regionale prolungata. Una guerra che potrebbe trascinare la Russia nel Caucaso a combattere nella periferia meridionale contro gli ascari della NATO. In una telefonata col Presidente Vladimir Putin, il capo turco Recep Tayyip Erdogan avrebbe sostenuto gli sforzi di Mosca per mediare un cessate il fuoco nel territorio conteso del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian. Nonostante ciò, Erdogan sembrava offrire un ultimatum alla controparte russa, dicendo che ci sarà una “soluzione permanente” alla disputa territoriale. Erdogan e il suo alleato azero già chiarivano che l’unica soluzione accettabile per loro è che i separatisti armeni rinunciano alle rivendicazioni sul Nagorno-Karabakh. Turchia e Azerbaigian, legati dalla comune cultura turca, da tempo definiscono l’enclave armena un’occupazione illegale del territorio azero da quando la guerra di confine si concluse nel 1994. Quando le ostilità scoppiarono di nuovo il 27 settembre, i primi rapporti suggerivano che gli scontri erano di natura casuale con entrambe le parti che si scambiavano la colpa di aver iniziato le violenze. Tuttavia, da allora diveniva chiaro che le azioni intraprese dagli azeri appairivano un’aggressione pianificata col pieno sostegno della Turchia.
A seguito di un precedente scontro mortale del 12-13 luglio con una dozzina di vittime tra le forze armene e azere, proseguirono massicce esercitazioni militari in Azerbaigian coinvolgendo 11000 truppe turche dal 29 luglio. Per quasi due settimane in agosto, le manovre dispiegarono artiglieria, aerei da guerra e unità di difesa aerea in quella che era evidentemente una delle principali iniziative di Ankara e Baku per coordinarsi in operazioni congiunte. Inoltre, i rapporti indicavano che le forze turche, come i caccia F-16, rimasero in Azerbaigian dopo le inedite esercitazioni militari. Accanto alle esercitazioni, ci fu anche un drammatico aumento delle vendite di armi dalla Turchia all’Azerbaigian. Secondo i dati sulle esportazioni turche, ci fu un aumento di sei volte negli accordi sulle armi rispetto l’anno precedente, con la maggior parte delle forniture consegnata nel terzo trimestre del 2020, tra luglio e settembre. Gli armamenti includevano droni e lanciarazzi aventi un impatto devastante da quando erano scoppiate le ostilità il 27 settembre.
Un terzo fattore che suggeriva un’aggressione pianificata fu il trasporto segnalato di mercenari da Siria e Libia da parte della Turchia per combattere dalla parte azera. Migliaia di islamisti appartenenti a brigate jihadiste controllate dalla Turchia arrivarono nella capitale azera Baku prima che scoppiassero le ostilità il 27 settembre. La logistica dell’organizzazione del dispiegamento su larga scala significava solo una lunga pianificazione. Fonti armene affermavano anche che le autorità azere avevano iniziato a sequestrare autoveicoli civili settimane prima dell’inizio della guerra. Affermavano inoltre che quando gli scontri scoppiarono il 27 settembre, i media turchi erano presenti sul campo a seguire in diretta degli eventi. Sembra quindi indiscutibile che Turchia e Azerbaigian abbiano preso la decisione strategica d’attuare la “soluzione finale” alla protratta disputa coll’Armenia sul Nagorno-Karabakh.
Questo è ciò che rende gli sforzi russi nel mediare la cessazione delle ostilità ancora più grevi. Dopo la maratona di colloqui mediata dal Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il 10 ottobre, fu adottato il cessate il fuoco. Tuttavia, nel giro di poche ore la tregua finì con notizie di scontri e bombardamenti di città di entrambe le parti. Le principali violazioni furono commesse dagli azeri utilizzando armi turche avanzate. I leader armeni si lamentarono del fatto che gli azeri non sembra interessata a proseguire i colloqui di pace. Più sconcertante è l’ampliamento del conflitto. Gli attacchi aerei dell’Azerbaigian dal cessate il fuoco colpirono siti nell’Armenia, estendendo il conflitto oltre l’enclave del Nagorno-Karabakh. L’Azerbaigian affermò che missili armeni avevano colpito città nel suo territorio. L’Armenia smentiva categoricamente di aver effettuato tali attacchi, il che pone la domanda: una terza parte inscena segretamente provocazioni fomentando l’escalation del conflitto?
Ciò che è difficile per la Russia è che ha l’obbligo di difendere l’Armenia nell’ambito dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (1992). Coll’Armenia sotto tiro, la pressione sarà su Mosca affinché intervenga militarmente. Ciò vedrà la Russia essere coinvolta in un’altra guerra per procura con la Turchia, membro della NATO. Ma questo non in Siria, ma nel Caucaso al confine meridionale della Russia. Ci sono preoccupazioni tra i vertici militari russi che tale scenario sia esattamente ciò a cui mira Recep Erdogan. La Turchia è stata sconfitta dalla Russia nella guerra per procura in Siria. I piani di Erdogan e NATO per il cambio di regime a Damasco finirono male con la Russia. Sembra però che il conflitto nel Caucaso possa ora essere la vendetta di Erdogan. Mosca dovrebbe rivedere seriamente i rapporti con Ankara e far sapere a Erdogan che è sulla linea rossa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio