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La nuova guerra fredda degli USA contro la Cina

Yanis Iqbal, Orinoco Tribune, 8 ottobre 2020

La nuova guerra fredda degli Stati Uniti contro la Cina continua a intensificarsi. Il 2 ottobre 2020, l’US Citizenship and Immigration Services (USCIS) emise un documento per affrontare l’inammissibilità basata sull’affiliazione al partito comunista o qualsiasi altro partito totalitario. Come da documento, “Qualsiasi immigrato che è o è stato membro o affiliato al partito comunista o a qualsiasi altro partito totalitario (o suddivisione o affiliato) nazionale o straniero, è inammissibile negli Stati Uniti”. La tempistica di tale divieto d’ immigrazione anticomunista riflette chiaramente l’agenda nordamericana di sovvertire sfacciatamente il Partito Comunista Cinese (PCC), uno dei più grandi partiti comunisti al mondo con oltre 90 milioni di aderenti. Riconoscendo la sfumatura imperialista del recente divieto di immigrazione, Qiao Collective, media della diaspora cinese, giustamente l’etichettava come “un atto d’esclusione cinese sottilmente velato”. L’esclusione dei cinesi dagli Stati Uniti non è una novità. Gli USA hanno già costruito un intricato quadro normativo volto a strappare chirurgicamente i cinesi presumibilmente “dannosi” dal Paese. Per fare alcuni esempi: tutti i cittadini cinesi negli Stati Uniti con visto giornalistico devono richiedere il rinnovo del visto ogni 90 giorni; nel tentativo di contenere lo sviluppo tecnologico della Cina, gli Stati Uniti hanno reso obbligatorio ai laureati cinesi che perseguono lauree in campi scientifici e tecnologici come robotica e aviazione, il rinnovo dei visti ogni anno; il dipartimento di Stato limitava i visti ai funzionari del PCC che posero fine alle proteste filo-imperialiste a Hong Kong che avanzavano l’agenda geostrategica degli Stati Uniti; il dipartimento di Stato annunciava il divieto di visto ai dipendenti di Huawei nell’attacco al settore tecnologico cinese.

Socialismo cinese
Dietro la posizione nordamericana sempre più aggressiva contro la Cina, si può individuare la paura del riconoscimento che il socialismo con caratteristiche cinesi supererà il brutale neoliberismo dell’impero nordamericano. Con l’aiuto dell’ideologia socialista, la Cina avviava un esperimento economico unico in cui radicava empiricamente il marxismo nelle condizioni concrete del Paese. Questo esperimento è culminato nel processo di riforma e apertura che tenta di creare un’economia in cui la proprietà pubblica giochi un ruolo dominante e diversi settori economici si sviluppino fianco a fianco. La “Decisione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese su alcune importanti questioni riguardanti l’approfondimento completo della riforma” descrive precisamente l’idea di base della nuova “economia di mercato socialista” cinese: “Sia il settore pubblico che quello non pubblico sono componenti chiave dell’economia di mercato socialista e sono basi importanti per lo sviluppo economico e sociale della Cina. Dobbiamo consolidare e sviluppare fermamente l’economia pubblica, persistere nella posizione dominante della proprietà pubblica, dare pieno gioco al ruolo guida del settore di proprietà statale e aumentarne continuamente vitalità, forza di controllo e influenza”. Il predominio strutturale dello Stato nell’attuale economia cinese è indicato dal fatto che c’è quasi il triplo di titoli di beni pubblici rispetto del settore capitalistico privato nel Paese. Inoltre, la Cina ha stock di capitale pubblico vicino al 160% del PIL, mentre ogni altra grande economia capitalista ne ha meno del 50%. Definendo il massiccio apparato statale in Cina come “settore non capitalista dell’economia cinese”, l’economista marxista John Bellamy Foster afferma che “include non solo l’ampio settore di proprietà statale, ma anche il controllo statale sulla finanza attraverso banche di proprietà statale e la continua assenza della proprietà privata della terra”.
In Cina, un’efficace pianificazione statale orientata a sviluppo, gestione e distribuzione della ricchezza creava un’impennata esplosiva del PIL e l’aumento connesso del peso globale economicamente e militarmente, fornendo così le risorse per costruire un’economia socialista. Il processo di accumulazione del capitale socialista in Cina è distinto dalla collettivizzazione della povertà e dalla distribuzione egualitaria della privazione che glorifica lo stato di povertà. Criticando tale idea di comunismo “povero”, Deng Xiaoping, leader supremo della Repubblica popolare cinese dal 1978 al 1989, disse: “A meno che non si sviluppino forze produttive aumentando il tenore di vita del popolo, non puoi dire che si costruisce il socialismo… non ci può essere comunismo col pauperismo, o socialismo col pauperismo. Quindi diventare ricchi non è peccato”. Per accumulare ricchezza nazionale, la Cina avviava il processo di apertura e riforma che utilizza il capitalismo come anello intermedio tra piccola produzione e socialismo, come mezzo per aumentare le forze produttive. Promuovendo vigorosamente lo sviluppo delle forze produttive della società attraverso l’intervento statale attivo, la Cina tolse 800 milioni di persone dalla povertà negli ultimi 40 anni e ha in programma di toglierne altri 30 milioni entro il 2020. Con la vasta proprietà di beni produttivi , lo Stato cinese anche gestiva i rapporti interindustriali input-output a prezzi sociali che rispettano il valore dei produttori diretti garantendo la crescita degli investimenti industriali. Oltre all’eliminazione della povertà e all’istituzione di prezzi socialmente progettati, i risultati dell’accumulazione di capitale socialista in Cina sono visibili nella risposta Covid-19 incentrata sul popolo, nettamente diversa dalla risposta disumana degli Stati Uniti. Un documento del 2009 intitolato “Opinioni sull’approfondimento della riforma del sistema sanitario” gettava le basi per l’attuale sistema sanitario unificato della Cina ed è importante analizzare le quattro iniziative di riforma su cui si concentra il documento:
1) È stato costruito un nuovo sistema di servizi sanitari pubblici, finalizzato a fornire un pacchetto di servizi sanitari pubblici di base a tutte le persone attraverso sussidi governativi e programmi di sostegno per controllare i problemi della salute pubblica primari. Vi fu l’aumento dei finanziamenti statali per espandere i servizi sanitari da 9 categorie nel 2009 a 14 nel 2017; una media di 15 Yuan fu assegnata pro capite nel 2009 aumentata a 55 nel 2018; un grande esborso del governo per l’assistenza sanitaria aumentava la disponibilità del pacchetto base per la salute pubblica per quasi tutti.
2) Fu istituito un solido sistema di assicurazione sanitaria per espandere la copertura della popolazione coi regimi di assicurazione sanitaria di base e sviluppare assistenza medica finanziata per chi vive in povertà. Nel 2018, 42,46 miliardi di yuan furono spesi dai fondi di assistenza medica nazionale per sovvenzionare la partecipazione di 76 milioni di persone all’assicurazione medica di base e 53,61 milioni di persone ricevevano assistenza ambulatoriale e ospedaliera.
3) Il (PCC) ha costruito un sistema di servizi medici volto ad aumentare gli investimenti nel sistema sanitario di base, ampliando le risorse umane per le cure primarie e abolendo la pratica di aumentare i prezzi dei medicinali per compensare la mancanza di fondi ospedalieri. Dal 2009 al 2017, i sussidi governativi in proporzione al reddito totale dell’assistenza sanitaria primaria aumentavano dal 12,3% al 32,5%; rispetto al 2012, il numero di operatori sanitari di base nel 2017 aumentava del 7,1% a 3,863 milioni e il numero di medici di base ogni 10000 persone aumentava da 0,8 a 1,8; infine, la quota di farmaci e materiali di consumo in percentuale delle entrate mediche totali degli ospedali pubblici diminuiva di oltre il 4%, evidenziando gli sforzi del PCC nel rimuovere i farmaci come fonte di finanziamento per gli ospedali pubblici.
4) La Cina migliorava la fornitura di farmaci e il sistema di sicurezza avviando una politica di zero markup o zero profit sulla vendita di farmaci, scoraggiando così i fornitori dal prescrivere farmaci non necessari e riducendone il prezzo per i pazienti.
Il processo di sviluppo delle forze produttive è accompagnato dal rischio di aumentare la disuguaglianza di reddito e privilegiare la borghesia. In Cina, i principali leader del PCC presero atto di questo fatto. Xi Jinping, ad esempio, affermò che sarà un vicolo cieco “se perseguiremo una “riforma e apertura” contro l’orientamento socialista. Quando si tratta di direzione, dobbiamo essere molto lucidi. Il nostro obiettivo è promuovere costantemente l’auto-miglioramento e lo sviluppo del sistema socialista, piuttosto che riformare e cambiare il sistema socialista nel suo insieme”. Inoltre affermò: “Anche se si raggiunge lo sviluppo, resta il problema della prosperità comune. Se siamo ricchi in senso materiale, abbiamo uno sviluppo irregolare ed enorme divario tra ricchi e poveri o società ingiusta e polarizzata, allora come possiamo ottenere il sostegno del popolo?… Non devono essere concessi permessi affinché i ricchi accumulino enormi ricchezze lasciando ai poveri le briciole”.
Per difendersi dagli svantaggi dell’economia di mercato capitalista, la Cina espropriò politicamente la borghesia e ne impedì l’emergere come classe coerente. Ciò fu fatto col principio della “dittatura democratica” sancito dalla costituzione cinese che afferma: “la Repubblica popolare cinese è uno Stato socialista sotto la dittatura democratica popolare guidata dalla classe operaia e basata sull’alleanza operai e contadini. Il sistema socialista è il sistema di base della Repubblica popolare cinese”. Mao Zedong definì la dittatura democratica come “democrazia per il popolo e dittatura sui reazionari”. Qui, “reazionari” si riferisce ai nemici di classe dei contadini e degli operai, la borghesia e a vecchia aristocrazia che sempre usarono lo Stato per schiacciare il proletariato e ora vogliono ripristinare il modo di produzione capitalista.
Il 15 settembre 2020, il Comitato centrale del Partito comunista cinese pubblicò il documento intitolato “Parere sul rafforzamento del lavoro del Fronte unito dell’economia privata nella nuova era”. Questo documento è la manifestazione più recente della dittatura democratica e tenta di ricalibrare attentamente la subeconomia capitalista con la struttura onnicomprensiva del socialismo. Secondo questo documento, ci si aspetta che le aziende private cinesi di ogni dimensione reclutino membri del Partito Comunista in posizioni dirigenziali e altre posizioni chiave, lavorino per il raggiungimento degli obiettivi del Partito Comunista e siano ritenute responsabili riferendo sui progressi del piano. Riflettendo la miscela socialista del settore pubblico e privato, afferma il documento, il partito deve “mettere in gioco le funzioni positive dell’industria privata per l’innovazione tecnologica e la trasformazione positiva”. Tuttavia, afferma anche che “[dobbiamo] dall’inizio alla fine persistere e perfezionare il sistema economico fondamentale del nostro Paese, [e] solidificare e sviluppare incrollabilmente il settore economico pubblico”.

Belligeranza imperialista
Irritati dall’istituzione della Cina di un’economia interna stabile e dalla trasformazione da nazione affamata del terzo mondo in superpotenza, gli Stati Uniti scatenano la nuova guerra fredda che cerca di punire il Paese in modo che accetti passivamente il capitalismo. Le basi ideologiche di questa nuova guerra fredda furono gettate in vari modi. In primo luogo, gli Stati Uniti cercano di istigare l’isteria di massa contro la Cina, ripetutamente descritta come “minaccia” all’imperialismo degli Stati Uniti. Nel giugno 2017, ad esempio, Joseph Francis Dunford Jr., al tempo presidente del Joint Chiefs of Staff, disse in modo acuto: “Il vantaggio competitivo di cui gode da tempo l’esercito degli Stati Uniti si erode… In pochi anni, se non cambiamo rotta, perderemo il nostro vantaggio competitivo qualitativo e quantitativo. Le conseguenze saranno profonde”. Due anni dopo tale dichiarazione, gli Stati Uniti aumentarono la spesa militare del 5,3% a 732 miliardi di dollari, spendendo quasi tre volte di più della Cina e quasi quanto le 10 maggiori potenze messe insieme. Dalla proclamazione allarmistica di Francis del dominio unipolare imperiale in ritirata, gli Stati Uniti non guardarono mai indietro esaminando razionalmente la retorica sinofobica allarmista. La ferocia della retorica anti-cinese non fa che aumentare. Il 23 settembre 2020 fu pubblicato il “Future of Defense Task Force Report 2020” degli Stati Uniti, un rapporto pieno di dichiarazioni sfrenate sull’indebolimento del dominio nordamericano e, di conseguenza, maniacale sul contenimento della Cina. Spaventato dall’efficacia della pianificazione economica socialista cinese, il rapporto afferma: “il divario tra Stati Uniti e concorrenti si riduce drasticamente… La Cina confonde i confini tra governo, università e industria privata, adottando un approccio aggressivo e globale per sviluppare e sfruttare le tecnologie emergenti per un vantaggio militare”.
Ribadendo un’analisi allarmista della Cina, il rapporto del settembre 2020 del Committee on the Present Danger: China (CPDC), gruppo di estremisti neoconservatori, individua il PCC come una delle principali minacce al dominio nordamericano: “Abbiamo bisogno di uno sforzo nazionale determinato per riconquistare tale terreno e stabilire un vantaggio insuperabile sul nostro più pericoloso nemico: il Partito Comunista Cinese”. In riconoscimento del ruolo ideologico svolto dal marxismo, il documento del CPDC propone come misura correttiva contro il socialismo cinese: “Affrontare n generale e cercare di sovvertire gli effetti nell’accademia nordamericana della marcia dei marxisti culturali” attraverso le istituzioni “Che ha prodotto diverse generazioni di professori e insegnanti che sposano il socialismo e hanno inculcato in molti studenti inimicizia verso gli USA e ricettività verso la sua rivoluzionaria “trasformazione fondamentale”. Da questo,è assolutamente chiaro che la nuova guerra fredda non è solo una semplice guerra commerciale. È anche un’importante battaglia ideologica.
In secondo luogo, accusando la Cina del dilagare della pandemia Covid-19, l”imperialismo nordamericano permette la diffusione culturale della sinofobia e quindi il consolidamento della sua posizione nella nuova guerra fredda. In un caso significativo, la Florida inviava lettere nel giugno 2020 a 100000 aziende ed entità in affari con lo Stato chiedendo se fossero “di proprietà o controllate dal Partito Comunista Cinese”. Tale creazione di elenchi faceva parte della campagna del Chief Financial Officer della Florida Jimmy Patronis per accusare della pandemia COVID-19 la Cina. Tutte le lettere erano firmate da lui e ai destinatari fu chiesto di confermare se rappresentassero “interessi degli Stati Uniti” o meno. L’ipotesi di Patronis del “Coronavirus cinese” era del tutto infondata e nel settembre 2020 l’amministrazione della Florida rivelò di non essere citare una sola società controllata dal Partito Comunista Cinese. Come risultato di tali tentativi non comprovati e orchestrati volti a fare capro espiatorio la Cina per la pandemia Covid-19, il 73% degli adulti nordamericani oggi afferma di avere una visione sfavorevole del Paese, aumentata del 26% dal 2018.

Sovvertire il socialismo
Il 7 luglio 2020, il direttore dell’FBI Christopher Wray tenne un discorso istrionico contro la Cina in un video evento organizzato dall’Hudson Institute. Usando le tradizionali tattiche di spavento, Wray dichiarava: “Il governo cinese è impegnato in un’ampia e diversificata campagna di furti e influenza maligna, e può eseguirla con efficienza autoritaria. Calcolano. Persistono e sono pazienti. Non soggetti ai giusti vincoli di una società aperta e democratica o allo stato di diritto. La Cina, guidata dal Partito Comunista Cinese, continuerà a cercare di appropriarsi indebitamente delle nostre idee, influenzare i nostri politici, manipolare la nostra opinione pubblica e rubare i nostri dati. Utilizzeranno un approccio basato su tutti gli strumenti e di tutti i settori, e questo richiede il nostro approccio basato su tutti gli strumenti e i settori in risposta”. Il discorso melodrammatico di Wray e la promessa di una risposta in piena regola è un’indicazione della misura in cui gli Stati Uniti intensificheranno la loro nuova guerra fredda per rovesciare l’economia socialista cinese ed estendere il loro dominio neoliberista. Sprezzando specificamente il PCC, gli Stati Uniti dimostrano di voler privare la Cina della guida ideologica marxista-leninista e soffocarla col neoliberismo. Il PCC ha svolto un ruolo fondamentale nel consolidamento del socialismo cinese e attraverso il suo vecchio sistema di direttiva del partito alle imprese dava al Paese il vantaggio di poter integrare i consueti strumenti d’intervento statale disponibili in un’economia di mercato capitalista con altri strumenti rivoluzionari. Hua Chunying, diplomatico cinese, portavoce della Cina e direttore del Dipartimento di Informazione del Ministero degli Esteri cinese,giustamente riassume l’enorme ruolo svolto dal PCC nel guidare il Paese sulla via socialista: “La leadership del PCC [Partito Comunista Cinese] ha permesso alla Cina di crescere fino a diventare la seconda economia del mondo senza ricorrere a guerra, colonialismo o schiavitù, inedito negli ultimi decenni. Il PCC mette popolo e vita al primo posto. In netto contrasto, i partiti statunitensi mettono al primo posto guadagni politici e capitale egoistici”. Nel periodo contemporaneo, gli Stati Uniti vogliono indebolire il PCC e infine distruggere l’economia socialista cinese in modo che possa cancellare immaginazioni alternative e affondare il mondo nella guerra, austerità e miseria.

Yanis Iqbal è un ricercatore indipendente e scrittore freelance di Aligarh, in India. I suoi articoli sono stati pubblicati da diverse riviste e siti come Monthly Review Online, ZNet, Green Social Thought, Weekly Worker, News and Letters Weekly, Economic and Political Weekly, Arena, Eurasia Review, Coventry University Press, Culture Matters, Global Research, Dissident Voice, Countercurrents, Counterview, Hampton Institute, Ecuador Today, People’s Review, Eleventh Column, Karvaan India, Clarion India, OpEd News, The Iraq File, Portside e Institute of Latin American Studies.

Traduzione di Alessandro Lattanzio