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Cuba nella geopolitica imperiale

Jorge Casals Llano, Histoire et Societé 8 ottobre 2020, 00:10Sebbene la geopolitica come disciplina non sia emersa tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo in Europa, dalle prime “crociate” e le “scoperte” e conquiste che seguirono, il capitalismo e i regni europei si espansero, conquistando sempre più territori che strapparono, con sangue e fuoco in nome di Dio, ai popoli che vi abitavano. Seguendo lo stesso corso degli eventi, ma questa volta per motivi puramente “religiosi”, i pellegrini arrivarono a bordo della Mayflower in quella che divenne la Virginia nell’Anno Domini 1620, come fu attestato dalla storia della nazione che così nacque. Dieci anni dopo, un missionario affermò che “con un piano speciale del cielo” “se i nativi avessero agito ingiustamente”, i nuovi arrivati avevano “il diritto di fargli guerra legalmente e di sottometterli”. Poi i grandi proprietari terrieri e trafficanti di schiavi si diedero una Costituzione creando una repubblica, un governo e istituzioni capaci di servire chi ha ricchezze; sviluppandosi rubando e massacrando gli indigeni e praticando la schiavitù sotto le spoglie di modello di democrazia e adottando un nome che tradiva esplicitamente il loro destino: Stati Uniti d’America. Nel 1845, il “mandato divino”, già ricevuto dalla Mayflower, incluse l’idea del destino manifesto per il Paese nato nel 1787, che non includeva tra i suoi cittadini indiani, schiavi, poveri o donne, e si arrogò il diritto, e anche l’obbligo, di espandersi per portare libertà e progresso sull’intero continente, come affermò all’epoca il redattore di una rivista di New York, per convertirsi in un simbolo ripetuto generazione dopo generazione fino ad oggi. E nel sud del continente, il Mar dei Caraibi, il cui controllo assicurava sicurezza e possibilità di collegamento col mondo, e in questo, sul suo mare nostrum, Cuba, situato all’ingresso del Golfo. E sebbene non fossero formulati neanche i concetti di geostrategia e geoeconomia, già John Quincy Adams li comprese scrivendo metaforicamente del “frutto maturo” e, senza metafora, dichiarò che: “Non c’è non territorio straniero che gli Stati Uniti possano paragonare all’isola di Cuba… (che) quasi in vista delle nostre coste, è di capitale importanza per gli interessi politici e commerciali della nostra unione”.
Quando la Dottrina Monroe (l’America agli americani) fu annunciata dal quinto presidente della nazione, nel 1823, e attraverso di essa l’intenzione degli Stati Uniti di non tollerare l’intervento europeo nel continente, la repubblica imperiale con la sua conseguente presidenza imperiale fu creata nel nord delle Americhe; pochi anni dopo si instaurò la dittatura dei due partiti che si alternano al potere. Alla fine del XIX secolo, gli Stati Uniti intervennero nella guerra ispano-cubana e intrapresero quella che Lenin chiamò la “prima guerra imperialista”. L’intervento nella guerra, opportunamente ribattezzata ispanoamericana, giustificato dall’inganno e falsificazione dell’esplosione della corazzata nordamericana Maine, aprì le porte all’espansione imperiale oltre il continente. Tale evento storico, il politologo Zbigniew Brzezinski lo definì: “… La prima guerra di conquista nordamericana al di fuori del suo territorio… Le rivendicazioni degli USA allo status speciale di unica guardia di sicurezza americana, già proclamate dalla Dottrina Monroe e poi giustificate dal presunto “destino manifesto” degli USA, si affermò ancora di più con la costruzione del Canale di Panama… Brzezinski spiegò che tale costruzione fu resa possibile dall’indipendenza di Panama dalla Colombia, molto “conveniente” per gli Stati Uniti.
Finita la guerra contro la colonizzazione spagnola, possibile solo grazie alla decisiva partecipazione dei Mambise (discendenti degli schiavi neri), si crearono le condizioni affinché l’impero, grazie all’emendamento Platt, inaugurasse le misure che in seguito furono il neocolonialismo, implementate con la politica del Big Stick di Theodore Roosevelt, e il suo emendamento alla Dottrina Monroe, il cosiddetto “corollario” che se un Paese latinoamericano-caraibico minacciava o metteva in pericolo diritti o proprietà di cittadini o imprese nordamericane, il governo doveva intervenire per ripristinarli. Per raggiungere tale obiettivo, con altri mezzi, un altro Roosevelt (Franklin Delano) adottò la politica del Buon Vicino nel secondo decennio del secolo. Quindi, qualunque fosse il colore del partito che governa gli Stati Uniti (sette repubblicani e tre democratici dal 1898 al 1958), i loro rappresentanti e ambasciatori, agendo da proconsoli, mantennero Cuba sotto il dominio dell’impero: 25 anni con tre interventi militari (1898-1902, 1906-1907, 1917-1923); una Costituzione (1901), mutilata da un emendamento; un breve periodo di democrazia formale in cui la partecipazione popolare fu imposta fin quando non vi fu una Costituzione progressista (1940), e feroci dittature come quelle di Gerardo Machado (1924-1932) e Fulgencio Batista ( 1952-1958) che, con la copertura degli Stati Uniti, massacrò il popolo quando era necessario “ristabilire l’ordine” imperiale, e sempre la corruzione permeava il Paese e le sue istituzioni, ma senza poter sottomettere il popolo e la sua ribellione.
Dopo aver rovesciato la dittatura nel 1959, Cuba indipendente iniziò la rivoluzione nel mare nostrum di un impero consolidato. Sull’America Latina e i Caraibi, considerati ancora cortile di casa, gli Stati Uniti ottennero sin dalla Guerra Fredda, con la dottrina Truman e il maccartismo, meccanismi e istituzioni che ne garantivano il controllo assoluto: Inter-American Defense Board (IADB), Trattato interamericano sull’assistenza reciproca (TIAR) ed Organizzazione degli Stati americani (OAS) e la famigerata School of the Americas (dal 1946), specializzata nell’addestramento degli eserciti latinoamericani in tecniche come la tortura, e ovviamente anche la CIA. La rivoluzione cubana trionfò in quello che l’impero considerava il suo emisfero, svoltasi alle sue spalle e senza il suo consenso, in un Paese la cui principale ricchezza apparteneva alle aziende nordamericane, dalle compagnie elettriche e telefoniche agli alberghi, zuccherifici, banche e raffinerie di petrolio, dove sperimentarono tutto ciò che applicarono in seguito nel mondo, dove andavano a bere se c’era il “proibizionismo” nel loro Paese, a giocare se il gioco d’azzardo era proibito, far abortire le mogli, trascorrere i fine settimana lontano da occhi indiscreti in cliniche, hotel o bordelli di lusso; dove i marines sbarcavano per calpestare la dignità dei cubani. Dal 1959, la politica degli Stati Uniti contro Cuba continuò il suo corso ostile, indipendentemente dal colore del partito che regnava sul “gigante delle sette leghe” e, durante il mandato dei 12 presidenti imperialisti, dal 1° gennaio 1959 ad oggi, cinque democratici (Kennedy, Johnson, Carter, Clinton e Obama) e sette repubblicani (Eisenhower, Nixon, Ford, Reagan, Bush – padre e figlio – e Trump) pianificarono ed eseguirono, tramite i loro governi o sicari sotto loro protezione, 681 azioni terroristiche, tra cui l’invasione di Playa Girón, l’esplosione dell’aereo cubano sulle Barbados, e persino l’attacco alla nostra ambasciata alle Barbados, al prezzo di 3478 morti e 2099 persone disabili.
I repubblicani iniziarono, dal marzo 1959, operazioni segrete e, sulla base del vecchio Trade with the Enemy Act (del 6 ottobre 1917), attuarono con sadismo e perversione il blocco economico e commerciale e finanziario che tutti i presidenti nordamericani riattivano ogni anno. Inoltre orchestrarono campagne per rendere tesi i rapporti con Cuba, andando dall’invenzione di una base sottomarina nucleare sovietica nella baia di Cienfuegos, agli “attacchi sonori” ai loro funzionari. Finanziarono, istigarono o autorizzarono chi agiva contro Cuba, come l’organizzazione creata nel 1981 dalla CIA, la Fondazione nazionale cubano-americana; firmarono una legge per la democrazia a Cuba, la legge Torricelli, proposta da due democratici, mostrando come la politica dello Stato va al di là dei partiti, delle relazioni, fin quando l’attuale rappresentante, Donald Trump, acuisce i conflitti e moltiplica il ricatto politico contro partner, amici o avversari. I democratici, quando erano al potere, eseguirono i piani di Eisenhower per invadere Cuba, che si concluse con la sconfitta dei mercenari a Playa Girón; ufficialmente avviarono il blocco economico con l’Ordine Esecutivo n. 3447; alimentarono le tensioni che innescarono la cosiddetta crisi di ottobre portando il mondo sull’orlo della guerra nucleare; indussero l’OAS ad adottare una risoluzione sulla rottura delle relazioni diplomatiche con Cuba; provocarono le ondate migratorie di Camarioca e Mariel, e firmarono persino quella che, su proposta dei repubblicani, venne chiamata legge di libertà e solidarietà democratica con Cuba, nota come Helms-Burton, che ribadiva il carattere delle politiche statali delle Grandi Antille. E mentre Obama, nel 2016, chiese di superare il passato e “guardare al futuro”, non nascose l’obiettivo segreto della sua amministrazione: realizzare il “cambio di regime” pianificato da tempo, che aveva già spiegato ai controrivoluzionari cubani a Miami: “è tempo che i soldi cubano-americani rendano le loro famiglie meno dipendenti dal regime castrista”.
A prescindere da chi sia il presidente degli Stati Uniti dopo le elezioni di novembre, una cosa è chiara: la risoluzione del conflitto cubano-nordamericano sarà possibile solo quando l’impero riconoscerà che la nostra isola è una nazione libera, sovrana e indipendente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio