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Agosto 91, “un disperato tentativo di preservare l’Unione Sovietica”

Rustem Vakhitov, Histoire et SocietéSovross

Il 18 agosto 1991, un gruppo di leader sovietici si recò a Foros per vedere il presidente Mikhail Gorbaciov. Il giorno successivo, l’URSS annunciò il trasferimento del potere al Comitato statale per lo Stato di emergenza, passato alla storia con l’abbreviazione GKChP.

Anatolij Lukjanov, nell’agosto 1991, Presidente del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS:
Fu un tentativo disperato e mal organizzato di preservare un’Unione Sovietica forte. E non c’era nient’altro dietro. E per preservarlo coll’aiuto del presidente in carica. Ecco perché andammo da Gorbaciov. E la sua posizione non poteva essere più “chiara”: aspettare e vedere chi vinceva.

Oleg Baklanov, nell’agosto 1991, Segretario del Comitato Centrale del PCUS, Vicepresidente del Consiglio di Difesa dell’URSS, componente del Comitato Statale di emergenza:
Venni a conoscenza della creazione del comitato da parte di Gorbaciov, che un anno o un anno e mezzo prima dell’agosto 1991, sentendo che la sua politica si stava impantanando, espresse in una riunione l’idea di creare un organismo che, nel caso d’emergenza, intervenisse per rimediare la situazione nel Paese. Ma questo organo doveva essere costituzionale, cioè formalizzato con decisione del Consiglio Supremo. Parlando specificamente degli eventi di agosto, la necessità di creare il GKChP nacque dopo che il 17 o 18 agosto un giornale pubblicò informazioni sugli incontri di Novoogarevo dove, appunto, Gorbaciov, Eltsin e altri preparavano il documento sulla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Inoltre, il 21 Gorbaciov era pronto a firmarlo. Decidemmo d’incontrarlo e chiedergli come fosse possibile firmare un documento del genere. In effetti, non ci fu nemmeno una discussione nazionale. Inoltre, il 76% della popolazione nel referendum di marzo votò a favore del mantenimento dello Stato unico. Andammo a Foros, Gorbaciov era ingobbito e spaventato. Adesso capisco perché aveva paura. Pensavamo stesse commettendo un errore, ma sapeva di essere un traditore. Era difficile capirlo. Da un lato sembrava a posto, ma dall’altro non faceva niente. Ad esempio, ci disse: “Lasciatemi firmare un documento sulla convocazione del Consiglio Supremo”. Tenne questo foglio, lo rigirò tra le mani, poi improvvisamente disse: “Perché dovrei firmarvi questo foglio quando siete tutti qui. Dite a Lukianov di convocare il Consiglio Supremo”. Ci offrimmo di tornare con noi a Mosca, ma Gorbaciov iniziò a dire che non poteva perché era seduto con un corsetto e una sua gamba era paralizzata. Per lo stesso motivo, non voleva che i leader del Paese e delle repubbliche s’incontrassero per discutere della situazione. Ma allo stesso tempo disse che in ogni caso sarebbe andato a Mosca a firmare l’accordo, anche se gli fosse stata tagliata la gamba. Insomma, fu una conversazione molto dolorosa, alla fine della quale Gorbaciov disse: “Va bene. Fate da soli”. In un certo senso diede il via libera. L’esercito fu attivato perché previsto dallo statuto del Comitato Statale di emergenza per sorvegliare telegrafi, uffici postali, Consiglio supremo e Cremlino.

Gennadij Janaev, nell’agosto 1991 Vicepresidente dell’URSS, componente del Comitato statale di emergenza:
Andai alla conferenza stampa, annuncai la malattia del presidente, ma non avevo il certificato dei medici. Non a caso rinviai la conferenza stampa dalle dieci del mattino alle cinque di sera. Speravo che per allora avrei avuto un rapporto sullo stato di salute di Gorbaciov. Non ero lì dare spettacolo, ma per esprimermi di fronte al mondo intero. Se dicevo che il presidente era malato, dovevo sostenerlo con un documento. E se ciò non era possibile, non solo le mie mani avrebbero tremato, ma anche il resto. E quando annunciammo che Gorbaciov era malato e incapace di lavorare, salvarlo non era una bugia. Era per creare l’impressione che Gorbaciov fosse estraneo a tutto ciò che accadeva. Gorbaciov aspettava il momento per vedere chi avrebbe preso il sopravvento. Eravamo pienamente consapevoli che ci avrebbe abbandonati. In ogni caso, avremmo vinto o perso. E in caso di esito sfavorevole, ci saremmo arresi. Dovreste conoscere Gorbaciov.

Valerij Boldin, nell’agosto 1991 capo dell’amministrazione presidenziale dell’URSS:
Sentendo che stava perdendo terreno, Gorbaciov all’inizio degli anni ’90 invitò un gruppo di membri del Politburo e del Consiglio di sicurezza, tutti successivamente entrarono nel Comitato d’emergenza. Eltsin prese sempre più l’iniziativa: Gorbaciov impazzì per mancanza di informazioni. Alla fine, Gorbaciov capì che negoziati separati tra Eltsin ei leader delle repubbliche avrebbero portato alla sua definitiva rimozione dal potere e intensificò le attività delle forze dell’ordine per dichiarare lo stato d’emergenza. Già nel 1991, in agosto, convocò coloro con cui precedentemente discusse la questione dello stato di emergenza, gli diede gli ordini necessari e andò in vacanza. A Gorbaciov piaceva fare tutto tramite qualcun altro. Mentre si preparava agli eventi a Tbilisi, Vilnius, Riga, diede ordini orali a Jazov. Questi disse: “Ho bisogno di un ordine scritto”. E Gorbaciov rispose: “La mia parola basta”. Il 18 agosto 1991 volammo a Foros per vedere Gorbaciov. Eravamo sull’aereo con Shenie, Baklanov, Varennikov e Plekhanov. “Cosa avete inventato?” esclamò Gorbaciov quando ci vide. A questa domanda tutti alzarono gli occhi sorpresi: parlò come se tutto non fosse stato finalmente deciso. Alla fine, Gorbaciov disse: “Diavolo, fate quello che volete!” e diede qualche consiglio sul modo migliore, dal suo punto di vista, d’adottare lo stato di emergenza.

Non un putsch, ma la prima rivoluzione colorata
1. 29 anni fa, la sera del 19 agosto 1991, i cittadini dell’Unione Sovietica, accendendo i televisori, videro la presentatrice del telegiornale “Vremia” Vera Shebeko, che abbassando testa sui fogli iniziò a leggere il testo della dichiarazione del Comitato statale sullo stato di emergenza (GKChP): “In connessione coll’impossibilità per motivi di salute di Mikhail Sergeyevich Gorbaciov di esercitare il funzioni di presidente dell’URSS e il trasferimento, in conformità con l’articolo 127 della Costituzione dell’URSS, dei poteri del presidente dell’URSS al vicepresidente dell’URSS Janaev Gennadi Ivanovich…” Così iniziarono gli eventi che avviarono il collasso accelerato della seconda superpotenza del pianeta, la distruzione del centro del socialismo mondiale, e inaugurarono l’era del dominio unico dell’imperialismo statunitense. Furono giorni veramente tragici, che gettarono un’ombra oscura non solo sul destino delle generazioni più anziane che fondarono l’Unione Sovietica, ma ben oltre. Furono anticipati da tempo dalle esplosioni ritardate delle bombe politiche piazzate decenni prima. Un’esplosione così ritardata fu già sentita nella fraterna Minsk. Mi riferisco alla “Minsk Maidan” iniziato nella notte del 9-10 agosto, il cui sviluppo è pieno di sorprese. Ma una cosa è certa: c’è un legame genealogico essenziale tra essa e ciò che chiamavamo “difesa della Casa Bianca” a Mosca nel 1991. E questa, come è già chiaro a molti ora, 30 anni dopo, fu una delle prime “rivoluzioni colorate”.
2. Quando la gente parla dell’agosto 1991, di solito ricorda la formazione del GKChP e le sue azioni (la conferenza stampa, i piani aperti di un tentativo di assassinare il potere sovietico, l’arrivo di truppe a Mosca). Inoltre, questi eventi furono spesso indicati come “putsch” e il GKChP “junta”. E questo non avviene solo dai nostri nemici ideologici, ma è anche meccanicamente ripetuto dai nostri compagni d’armi, del campo popolare patriottico di sinistra. Eppure, tale fraseologia ci è estranea, imponendo una percezione apertamente calunniosa di questi eventi. I colpi di Stato militari che si svolgono nei paesi del Terzo Mondo (di solito l’America Latina) e portano al potere forze filoUSA di estrema destra e filo-fasciste sono chiamati putch. “Junta” è una definizione collettiva di varie dittature militari in America Latina, “famose” per l’illegale persecuzione, tortura ed esecuzione di rappresentanti di sinistra e comunisti. Gli eltsinisti appiccicarono le parole “putsch” e “giunta” ai difensori del sistema sovietico nell’agosto 1991 per screditare i loro oppositori, per suggerire alle masse, che credevano nell’ideale socialista e che pensavano in termini di antifascismo, che i Gekachepistes erano “gorilla fascisti” come Augusto Pinochet in Cile o Jorge Videla in Argentina, contro cui tutti i mezzi sono buoni. Come si suol dire, fu proprio proiettare sugli altri le proprie turpitudini. Il Comitato di emergenza statale era il governo legittimo del paese. I documenti del Comitato statale di emergenza furono redatti nella primavera 1991 sotto la guida dello stesso Gorbaciov (ci sono molte testimonianze a cominciare dalle memorie di Anatolij Lukjanov). Ad agosto Gorbaciov, in una situazione difficile, prima della firma di un nuovo Trattato dell’Unione, andò in vacanza in Crimea, consapevole dell’imminente stato di emergenza. Fu da lui a Foros che un gruppo di “gekachepisti” arrivò con un rapporto. Non era affatto isolato, aveva accesso alle comunicazioni satellitari del governo, conosceva il corso degli eventi a Mosca. Come al solito, voleva, fingendo di essere malato, limitarsi alla Crimea e, per mano dei conservatori, affrontare il suo pericoloso nemico personale, Eltsin. Il leader del Comitato di emergenza statale, Gennadij Janaev, prese le redini del Paese in stretta conformità con la Costituzione (quindi non c’è motivo di parlare di colpo di Stato, e in seguito anche il tribunale di Eltsin fu costretto a far cadere tale accusa). L’imposizione dello stato d’emergenza era del tutto giustificata e nell’estate 1991 era già tardi. La “Perestrojka secondo Gorbaciov” aveva condotto il Paese in un vicolo cieco. L’economia dell’Unione Sovietica era in difficoltà. Le repubbliche baltiche erano già economicamente separate dall’URSS. In Transcaucasia era scoppiato un conflitto armato civile. La dichiarazione del GKChP giustamente osservò che seguire tale via disastrosa portava il Paese al collasso. Ahimè, gli sviluppi successivi lo confermarono. Inoltre, a differenza dei veri golpisti e dei “giuntisti”, i componenti del Comitato di Stato per l’Emergenza non erano burattini anti-comunisti filoamericani, ma al contrario comunisti sovietici e russi, ferventi sostenitori del socialismo esistente costruiti dai loro padri e nonni. Si opposero alla strisciante espansione nordamericana e occidentale come meglio potevano e volevano impedire la perdita dell’indipendenza della nostra patria. E non erano “dittatori militari”. Tra loro c’erano solo tre “siloviki”: Pugo, Jazov e Krjuchkov. Ma il GKChP era un governo di emergenza, e come può un governo fare a meno della “sicurezza”? Gli altri 5 componenti del GKChP erano civili. Gennadij Janaev, a capo del Comitato statale di emergenza, era un funzionario del partito con un dottorato in storia che aveva iniziato come ingegnere. Oleg Baklanov, ex-ministro dell’ingegneria meccanica dell’URSS, prima di diventare deputato, diresse il programma per la creazione della navetta sovietica Buran. Starodoubtsev, presidente dell’Unione Contadina dell’URSS, presidente del Kolkhoz di Tula intitolato a Lenin, Tizjakov, proveniente dagli Urali e presidente dell’Associazione delle imprese statali e degli oggetti industriali. Cosa c’entra questo con la giunta di Pinochet, composta interamente da generali (anche i rettori delle grandi università sotto Pinochet erano nominati tra i militari)? Il carattere essenzialmente civile, protettivo e pacifico del Comitato di emergenza infatti ne predeterminò il crollo. Come sapemmo in seguito, Janaev, che non aveva mai tenuto in mano un’arma, continuava a ripetere con voce tremante: se solo una persona muore, non me lo perdonerò mai…I veri golpisti e la giunta (con alcune variazioni) erano Eltsin e la sua camarilla di “autoproclamati democratici” (all’epoca i sostenitori del capitalismo erano chiamati “democratici”) e i generali traditori Graciov, Kobets, Shaposhnikov e altri che vi si unirono. Gli eltsinisti non si accontentavano di prendere il potere coll’aiuto dei mandanti nordamericani, come Pinochet in Cile, non erano solo disposti a sacrificare la vita dei loro ingenui seguaci, migliaia di moscoviti che esortarono a venire alla Casa Bianca per “difendere la democrazia” (uno di loro espresse la volontà di “bombardare il Cremlino”). Come si seppe in seguito, non furono secondi al generale Pinochet nel perseguitare il Partito comunista e persino sparare ai comunisti e, inoltre, adottare le riforme neoliberiste in stile Pinochet, e persino lo stesso fanatico dittatore cileno fu oggetto di “toccante” venerazione sui loro media. Certo, la tecnica del colpo di Stato di Eltsin del 1991 era diversa da quella del Cile. Fu, come ho detto, una delle prime “rivoluzioni colorate”.
3. Come sapete, i politologi definirono la serie di colpi di Stato filo-ISA che colpirono il territorio dell’ex-Unione Sovietica, dell’Europa orientale e del mondo arabo negli anni 2000 come “rivoluzioni colorate”. Questi sono ad esempio la “rivoluzione delle rose” in Georgia (2003), la “rivoluzione arancione” in Ucraina (2004), la “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan (2005), i “nastri bianchi” o rivoluzione della “neve” in Russia (2011–2012), Euromaidan in Ucraina (2013–2014). In effetti, chiamare tali azioni “rivoluzioni” significa davvero distorcere la situazione. Siamo abituati a vedere ampi movimenti sociali come rivoluzioni con ampi strati di persone portare a cambiamenti significativi nel sistema politico, economico e sociale. Tali sono, ad esempio, la Grande Rivoluzione Francese del 1789 o la Grande Rivoluzione Socialista dell’ottobre 1917. Le “rivoluzioni colorate” sono colpi di Stato eterodiretti in gran parte da ambasciate straniere , centri di scienze politiche e d’intelligence, che si affidano a giovani pasciuti della classe media delle capitali. A seguito di tali colpi di Stato, un partito diverso più filo-occidentale della stessa vecchia “élite” saliva al potere (ad esempio Saakashvili sotto Shevardnadze non marcì nelle prigioni o in esilio, come Lenin e Stalin sotto lo Zar, ma era ministro). Le grandi masse popolari non sostengono tali colpi di Stato, nella migliore delle ipotesi sono sconcertate, cupe e silenziose, non capiscono cosa succede e il più delle volte rimproverano debolmente, ma non hanno i meccanismi per organizzare ed esprimere la propria opinione. Tali eventi possono essere qualificati come rivoluzioni solo mettendo le parole “rivoluzione” e “rivoluzionari” tra virgolette. A proposito, i regimi creati dalle “rivoluzioni colorate” non sono affatto democratici. Usano solo stracci di democrazia, i suoi simboli. In effetti, sono molto più intolleranti verso i dissidenti, molto meno liberi. Un esempio lampante è l’Ucraina dopo Euromaidan. Questa è forse la proprietà principale delle “rivoluzioni colorate”. Sono fantasmi, simulacri, cioè non sono affatto ciò che affermano di essere. I “rivoluzionari” invocano il sostegno del popolo, ma sono soprattutto la borghesia della capitale e i giovani ad insorgere. I “rivoluzionari” parlano di indipendenza nazionale, ma dietro di essi ci sono ambasciate straniere e, nei casi più estremi, come in Iraq e Libia, anche truppe straniere. I “rivoluzionari” maledicono “il vecchio regime”, ma loro stessi sono solo dei traditori, spergiuri di questo regime. Tale ipocrisia è particolarmente evidente nelle espressioni obbligatorie secondo cui “è solo una pacifica manifestazione di cittadini comuni usciti disarmati per affrontare le truppe e la polizia”. In effetti, ci sono ancora formazioni militarizzate tra i “rivoluzionari” (come i “veterani”, ex-ufficiali funzionari militari e della sicurezza, hooligan, gruppi neonazisti addestrati in tattiche di combattimento di strada contro polizia ed esercito). E il loro obiettivo non è minimizzare la violenza, ma al contrario provocare l’escalation, l’aggressione a polizia ed esercito, da filmare e riprodurre coi giornalisti occidentali. Il vertice delle loro aspirazioni è avere “vittime sacrificali” (come la “Centuria celeste” in Ucraina) da trasformare in “eroi della rivoluzione” creando una mitologia. Alcuni analisti politici russi suggeriscono che le “rivoluzioni colorate” sono fenomeni completamente artificiali, possono essere facilmente realizzate ovunque, a condizione che ci sia il desiderio dell’occidente e denaro. È un’illusione destinata ad accarezzare le orecchie di chi è al potere perché, se ci fosse “Maidan” in Russia, allora non sarebbero le autorità da biasimare, ma solo l’ambasciata nordamericana. Ma anche il punto di vista opposto è un’illusione: le “rivoluzioni colorate” sono inevitabili, come vere rivoluzioni. Non lo sono, possono essere evitate e quando s’inizia possono essere contrastati con successo (come la “rivoluzione dei mirtilli” in Bielorussia). Dopo tale necessaria digressione teorica, torniamo agli eventi dell’agosto 1991 a Mosca.
4. Cominciamo coll’influenza straniera su Eltsin e la gente della Casa Bianca nell’agosto 1991. Dopo la pubblicazione di numerose memorie di partecipanti agli eventi, di opere di scienze politiche, di ricerca storica, questa non è una segreto per nessuno. Pertanto, non dirò nulla di nuovo qui e ripeterò i fatti noti. Ma prima, vorrei riavvolgere un po’ il nastro della storia. Le origini di tali eventi risalgono agli anni Quaranta e Cinquanta. Alla fine degli anni Quaranta, il presidente Harry Truman ordinò la preparazione di un piano di bombardamento nucleare dell’Unione Sovietica. Gli statunitensi volevano porre fine alla “superpotenza comunista” rapidamente e radicalmente. Ma sfortunatamente per essi, l’Unione Sovietica creò il suo “scudo atomico” (che ancora protegge la Russia e la salva dal destino dell’ex-Jugoslavia, ma questo non impedisce a Putin “e ai suoi compagni” di gettare fango sui loro salvatori, i leader comunisti sovietici)… Poi iniziò una nuova guerra contro l’URSS, una guerra informativa e ideologica, durante cui il bombardamento della popolazione con la propaganda fu accompagnato dal lavoro sottostante dei servizi segreti occidentali. Fintanto che l’URSS era forte economicamente e politicamente e la fede dei suoi cittadini nell’ideale socialista era ferma, gli sforzi dell’occidente furono vani. Ma gradualmente la corrosione ideologica si ebbe nei circoli dirigenziali del nostro Paese, la loro politica non corrispose alle sfide del tempo, crescevano i fenomeni di crisi nell’economia e una parte dei cittadini veniva conquistata da materialismo, consumismo, culto occidentale, insomma dalla “gentrificazione”. Tali processi furono particolarmente rapidi durante la perestrojka. Concepita come programma di riforme della società sovietica, di cui aveva veramente bisogno allora, la perestrojka fu una catastrofe, programma di distruzione dello Stato socialista. All’inizio, i goffi iniziatori della perestrojka apparentemente avevano ancora ideali residui e distrussero la nostra casa per ignoranza della società in cui vivevano, come scrive S. G. Kara-Murza. Poi, mentre le potenze occidentali “lavoravano” contro la Terra dei Soviet, approfondirono la loro influenza sui processi in URSS, con visibili tracce dell’influenza deliberatamente dannosa. Col permesso del governo sovietico, fu aperta nel Paese una filiale della Fondazione Soros, la Fondazione Soros-Unione Sovietica. Finanziò la pubblicazione di letteratura antisovietica, pagava i viaggi negli Stati Uniti e nei paesi occidentali di politici radicali “democratici” (anzi, aggressivamente neoliberisti come Chubais, Gajdar, Starovojtova). Eltsin ebbe pagato due volte il viaggio negli Stati Uniti, dove il sostenitore della perestrojka “accelerata”, “profonda” incontrò politici, agenti dell’intelligence, ricevette un onorario da un milione di dollari per un libro inventato dai creatori dei suoi discorsi.
In URSS, il Cribble Institute operava legalmente, era, come si direbbe adesso, una ONG nordamericana che forniva ai “democratici radicali” materiale occidentale (che non poteva essere acquistato in URSS). Grazie a ciò, le organizzazioni antisovietiche inondarono il Paese alla fine degli anni ’80 coi loro volantini illegali (come Svobodnoe Slovo di V. Novodvorskaja). Nel 1991, quando fu chiaro che le “forze conservatrici” della leadership sovietica avrebbero cercato vendetta, i mentori nordamericani dei “democratici” misero in moto la loro “accelerazione”. L’allora sindaco di Mosca, Gavriil Popov, ammise che anche prima del colpo di stato vide documenti segreti nelle alte cariche, che descrivevano vari scenari per l’imposizione dello stato di emergenza e le reazioni di Eltsin e dei “democratici”. Quindi Eltsin e gli eltsinisti avevano un “manuale” (come nell’odierna Bielorussia), secondo cui agivano. E non solo un manuale di formazione, ma anche “istruttori”. Nel 1994, il giornalista Seymour Hersh scrisse il libro “The Wild East” sugli eventi in URSS nel 1991. Il libro fu notato negli USA, ne scrisse il Washington Post (15 maggio 1994). È naturale, il libro era del tutto in linea con il concetto prevalente negli Stati Uniti secondo cui non ci fu una “rivoluzione democratica” contro i “comunisti totalitari” a Mosca nell’agosto 1991 (a differenza di quello che Eltsin e la sua camarilla ci assicuravano negli anni ’90). Ma piuttosto l’ultimo episodio della Guerra Fredda, brillantemente eseguito secondo lo scenario sviluppato a Langley, sede della CIA. In particolare, Hersh scrive: “… Eltsin all’epoca ricevette un aiuto significativo… dalla CIA”, che “Anche prima del ‘putsch’ ne migliorò la sicurezza personale e la segretezza delle comunicazioni, e quando il ‘putsch’ iniziò, il presidente Bush Sr. ordinò a Eltsin di accogliere una significativa assistenza dell’intelligence … Più specificamente, la CIA allora diede a Eltsin i dati sull’intercettazione dei negoziati del GKChP coi comandanti di distretto e divisione… e inviò un addetto dell’ambasciata degli Stati Uniti con attrezzature speciali alla Casa Bianca, dando alla squadra di Eltsin la capacità di parlare direttamente coi capi militari e persino col comando Alfa, convincendoli a stare con lui”. C’è un episodio simile nei ricordi di R. Khasbulatov (che allora era socio di Eltsin). Si scopre che Eltsin, dopo aver ricevuto un messaggio sull’imminente presunto assalto alla Casa Bianca, decise di rifugiarsi presso l’Ambasciata USA (di fronte alla Casa Bianca), ma Ruslan Imranovich (come lui stesso affermò) dissuase il presidente della RSFSR. Da ciò risulta chiaro che Eltsin aveva un accordo con l’ambasciata nordamericana per evacuare. E non sappiamo cosa gli avessero chiesto i diplomatici nordamericani in cambio della protezione… Questo fatto è confermato anche dall’allora segretario di Stato russo Gennadij Burbulis. In un’intervista alla rivista Foreign Policy, rivelò il nome della persona attraverso cui gli inquilini della Casa Bianca mantenevan i contatti coll’occidente: “Grazie a Kozyrev, ai diplomatici di stanza a Mosca, e allo stesso Eltsin, che gli parlò instancabilmente al telefono, il sostegno dell’occidente crebbe. Gli statunitensi persino proposero a Eltsin e al suo governo di garantirsi l’evacuazione da parte dell’ambasciata nordamericana”.
5. Come sappiamo, le “rivoluzioni colorate” falliscono se i leader dell’esercito, della polizia e dei servizi di sicurezza non si schierano coi rivoluzionari. Il successo degli eltsinisti fu predeterminato anche dal tradimento dei funzionari della sicurezza, in particolare dei militari. Va notato che nelle strutture di potere, Ministero dell’Interno, KGB, esercito, i sostenitori di Eltsin erano reclutati principalmente da comandanti di medio livello (maggiori e tenenti-colonnelli), che comprensibilmente speravano in una carriera col nuovo governo. E i sostenitori del GKChP erano concentrati tra i giovani ufficiali e i generali. Inoltre, c’erano chiaramente più conservatori, secondo A. Tsyganka, il 45-50% degli ufficiali della guarnigione di Mosca affermò che “eseguiranno tutti gli ordini del Comitato di emergenza statale, il 20-25% sosteneva il nuovo governo russo, il 30-35% ha aveva atteggiamento attendista”. In generale: “Dalla parte del GKChP c’erano le forze di difesa aerea sovietiche sotto il comando del Colonnello-Generale Ivan Tretjak e la maggior parte delle forze di terra. […] Il Comitato di emergenza statale era sostenuto dalla maggior parte degli ufficiali del KGB e del Ministero degli Interni dell’URSS, nonché dalle truppe aviotrasportate con tutti i comandanti”. Ma fu tra i paracadutisti che apparve il traditore, che ebbe un ruolo importante nella vittoria degli “eltsinisti”. Era il vicecomandante delle forze aviotrasportate per l’addestramento al combattimento e le scuole militari, generale Aleksandr Lebed. Il 19.mo Battaglione Aeroportato della Divisione Tula con 30 veicoli corazzati avioportati (BMD) fu messo a disposizione di Lebed affidandogli il compito di sfondare le difese della Casa Bianca, per prendere i “capi”. L’operazione si chiamava “Tuono”. Lebed coi suoi paracadutisti decise di eseguirlo la sera del 20 agosto. L’attacco era previsto per la notte del 20 – 21. Quando il generale dalla voce baritonale ricevette l’ordine, si vantò che avrebbe preso la Casa Bianca in due ore. Chiese solo bandiere tricolori da mettere sui blindati, in modo che i difensori prendessero i paracadutisti “per dei loro” e li facessero passare. Rutskoj infatti scese a vedere i carri armati (nel 1991 era il “braccio destro” di Eltsin, suo “vicepresidente”). Dopo aver parlato coll’amico dalla voce anodina, condusse Lebed nell’edificio, dove parlarono a lungo con Eltsin. Uscendo Lebed disse che “non avrebbe sparato al popolo” e ordinò ai suoi paracadutisti “di difendere la democrazia”. Dopo la “vittoria della democrazia”, Lebed da comandante della 106.ma Divisione divenne dall’oggi al domani comandante della 14.ma Armata. E dopo 2 anni tradì l’amico Rutskoj, che al tempo era diventato un nemico di Eltsin…
Un ruolo fatale fu giocato anche dal tradimento del comandante delle forze aviotrasportate, il Viceministro della Difesa dell’URSS generale Pavel Graciov (che mantenne segretamente un collegamento telefonico con Eltsin, anche quando, con Jazov sviluppò la strategia militare del Comitato di emergenza statale). Presto, Eltsin nominò Graciov ministro della Difesa della Federazione Russa (espellendo il generale Kobets, che gli era fedele). Successivamente Graciov avrebbe organizzato il sanguinoso massacro in Cecenia e ottenuto lo sprezzante soprannome di Pasha-Mercedes. Tali personaggi non differivano molto dai loro “colleghi traditori” che garantirono l’ascesa al potere dei “rivoluzionari” in Jugoslavia, Georgia e Ucraina 10-15 anni dopo. Così, nel febbraio 2014, il capo di Stato Maggiore dell’Ucraina, comandante in capo delle forze armate ucraine, colonnello-generale Volodymyr Zaman ricevette dal Presidente Janukovych l’ordine di “ripulire” Euromaidan. Si rifiutò dicendo, come Lebed, belle parole che “non è in guerra col popolo”. In effetti, i capi di Maidan gli promisero il posto di ministro della Difesa nel nuovo governo. E l’avrebbe ottenuto se non fosse stato per… le prove compromettenti del SBU. I servizi segreti informarono Turchinov su corruzione e protezionismo di Zaman a livelli indecenti (persino riuscì a far nominare la figlia incinta alto ufficiale!) Zaman non ebbe mai i suoi “soldi”, e divenne un membro del partito Svoboda, Terjukh, che divenne ministro… beh, ebbe il destino del nostro Kobets…
6. Ora passiamo alla folla: la strada in rivolta che dovrebbe simboleggiare il popolo. Come dissi prima, è ancora una folla metropolitana, che non ha nulla a che fare col popolo reale ed è organizzata da provocatori tramite Internet. Anche qui una coincidenza assoluta con la “difesa della Casa Bianca”. Internet è pieno di reportage fotografici che ritraggono “difensori della democrazia”. Ecco il giovane Makarevich sulle barricate. Ecco il musicista di fama mondiale Rostropovich addormentato con una pistola in grembo. Qui ci sono vigili del fuoco cogli occhiali, barbuti e studenti in maglione, giacche da cantiere, in piedi mano nella mano a formare una catena che doveva bloccare carri armati e veicoli blindati. Tali sono le fotografie dei corrispondenti occidentali, intese mostrare al pubblico dei loro Paesi quali “eccellenti idealisti si opposero all’esercito totalitario”. Tuttavia, fatti ben noti che i testimoni oculari ricordano contraddicono tale felice immagine. Ad esempio, si sa che tra i “difensori della Casa Bianca” non c’era solo “il geniale ed eccentrico Rostropovich”, ma anche il futuro terrorista Shamil Basaev (mentre il suo futuro capo Dudaev inviava messaggi di congratulazioni a Eltsin ). SG Kara-Murza scrisse che i mafiosi si recarono alla Casa Bianca con macchine eleganti, distribuendo cibo, acqua, denaro e chiedendo solo “che le cooperative non fossero bandite”. Grazie ai traffici privati autorizzati da Gorbaciov, banditi e padrini del mercato nero riciclavano i loro “soldi sporchi”. E, naturalmente, i lavoratori, la gente comune erano poco presenti sulle barricate della Casa Bianca. La “forza d’attacco” della “katastrojka” antisovietica in generale era composta da un misto di nomenklatura, padrini della mafia e falsa intellighenzia. E si trovava lo stesso sulle barricate. La provincia osservava in silenzio ciò che accadeva a Mosca. La maggior parte del popolo simpatizzava con le proclamazioni del GKChP secondo cui la perestrojka aveva fermato il paese e che qualsiasi cosa poteva finire col collasso dello Stato. Ma le personalità dei gekachepisti provocarono un certo rifiuto. Erano sconosciuti. Se i liberali avevano una figura ben nota, Eltsin, i conservatori, ahimè, no. E furono indeciso, a volte codardi, inoltre non volevano prendere le distanze da Gorbaciov, che al tempo era estremamente impopolare. Allo stesso tempo, va notato che alcuni circoli nella direzione del Partito e dello Stato preparavano gradualmente ma con insistenza il “malcontento popolare”. Nel 1990, una “crisi del tabacco” scoppiò improvvisamente nel Paese. 16 delle 24 fabbriche di tabacco in Unione Sovietica furono “chiuse per riparazioni” in una notte. Le “Papirossij” [sigarette russe con un “filtro” di cartone] e le sigarette scomparvero dai negozi. Fu organizzata una vendita di prodotti razionati, ma ancora rari. Gli speculatori vendevano segretamente un pacco di “Kosmos”, che costava 70 copechi, per 7 rubli! I più grandi ricordano che le nonne davanti ai negozi offrivano mozziconi di sigarette in barattoli di vetro: 10 copechi a mozzicone. Cittadini abbastanza onesti, sfiniti dalla fame di nicotina, imploravano i passanti: “Lasciatemi fumare”! La gente era così nervosa che iniziarono le rivolte del tabacco. In diverse occasioni a Mosca e Leningrado folle di fumatori bloccarono le strade e distrussero le tabaccherie vuote. Nikolaj Ryzhkov, allora Primo Ministro, successivamente ammise che la crisi era artificiale. L’ordine di chiudere le fabbriche contemporaneamente fu dato personalmente da Eltsin, diventato presidente della RSFSR. Gorbaciov, in presenza di Ryzhkov, sgridò Eltsin: “Perché l’hai fatto, Boris Nikolaevich?!”, Ma l’altro si limitò a sorridere. Gorbaciov fu costretto a comprare sigarette negli Stati Uniti per 300 milioni di dollari. Con quei soldi sarebbe stato possibile modernizzare l’intera industria del tabacco!
Anche la carenza di cibo fu in gran parte artificiale. Ai liberali ora piace mostrare ai giovani le foto dei banchi vuoti nei negozi sovietici nel 1990. Ma dimenticano di dire che, ad esempio, la produzione di carne nel 1987 era aumentata del 130% dal 1980. La squadra di Gorbaciov prese enormi prestiti dall’occidente e comprò con molti prodotti alimentari. Dove finironoi? Jurij Prokofiev, ex-Primo segretario del Comitato cittadino di Mosca del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, ricordava: “Sulle strade per Mosca c’erano treni con burro, formaggio, carne, c’erano camion refrigerati a cui non era permesso entrare” e spiegava: “C’è un documento: il discorso di Popov al gruppo interregionale di deputati dove disse che era necessario creare una situazione del genere sulle scorte di cibo, in modo che venisse distribuito con buoni razioni”. I “democratici”, Eltsin, Popov, Gajdar e Chubais speravano che il loro sabotaggio portasse il popolo a sostenere le loro “riforme”. Ma sbagliarono i calcoli. Il popolo, ovviamente era arrabbiaro, ma non aveva fretta di abbandonare il socialismo e l’amicizia tra i popoli sovietici. Nel referendum del 1991, la maggioranza dei cittadini sovietici sostenne l’Unione. E lo stato d’emergenza proclamato dal Comitato statale per l’emergenza fu salutato da molti nelle province, nelle repubbliche dell’URSS, dal “popolo profondo”. Il Comitato statale di emergenza era apertamente sostenuto dai lavoratori della SSR Bielorussia nella persona dell’allora leader del Soviet Supremo Dementej, e dagli abitanti del Kazakistan nella persona del capo della repubblica Nazarbaev. Non c’era una sola repubblica in URSS (ad eccezione delle baltiche già separate) in cui si erigessero barricate contro il Comitato di emergenza statale, come alla Casa Bianca a Mosca. Anche la ribelle “Georgia di Gamsakhurdia” riconobbe gli ordini del Comitato statale di emergenza. Il segretariato del GKChP ricevette migliaia di telegrammi di sostegno da città e villaggi russi, da lavoratori, agricoltori collettivi, insegnanti, collettivi ospedalieri e policlinici, per non parlare delle unità militari e del Ministero della l’Interno. A proposito, anche il popolo sovietico, che non voleva che la disastrosa perestrojka continuasse, ricevette sostegno internazionale. A differenza dell’America, la Francia, rappresentata dal presidente François Mitterrand, espresse la volontà di cooperare col Comitato di emergenza statale come con la “nuova leadership legittima dell’URSS”. I compagni della Repubblica popolare cinese, nonché il leader della Jamahiriya araba socialista Muammar Gheddafi, sostennero il Comitato di emergenza. Tutto ciò fu molto incoraggiante per i sostenitori del Comitato d’emergenza nel Paese.
7. Resta solo da parlare delle “vittime sacrificali”, attributo inevitabile di tali sconvolgimenti. Gli eltsinisti, grazie a Dio, non avevano una “Centuria Celeste”, si limitarono a tre “vittime della democrazia”. Ma d’altra parte, le circostanze della loro morte caratterizzano bene i miti sulle “proteste pacifiche” nel caso delle “rivoluzioni colorate”. Descriviamoli brevemente. Nella tarda serata del 20 agosto, quando i veicoli da combattimento della fanteria dell’esercito iniziarono a muoversi verso piazza Smolenskaja (cioè nella direzione opposta alla Casa Bianca), “manifestanti pacifici” tesero un’imboscata, mettendo due filobus sul loro cammino. Fu allora che le “vittime sacre” morirono: Dmitrij Komar, Ilija Krichevskij e Vladimir Usov, a cui Gorbaciov diede il titolo postumo di Eroe dell’Unione Sovietica. Una commissione indagò sulle cause della loro morte, stabilendo che 7 veicoli da combattimento della fanteria furono bloccati dai filobus. 6 riuscirono manovrando a sfuggire alla trappola e incamminandosi per un breve tratto. E il settimo rimase bloccato. La folla inferocita si precipitò su di essa brandendo sbarre di ferro e lanciando molotov. Kromar salì sul veicolo da combattimento di fanteria (era un “afghano” e conosceva il mezzo) e lanciò un telo in fiamme contro la feritoia di osservazione. Quindi il carrista manovrò rigettando indietro il telo, girandosi Kramar cadde dal mezzo sbattendo la testa e finendo sotto le ruote. La folla si infuriò iniziando a lanciare bottiglie con miscela combustibile sul veicolo blindato che prese fuoco, l’equipaggio uscì. Quando apparve il soldato Bulychev, meccanico, uno dei “pacifici democratici” gli versò addosso benzina e gli abiti del soldato presero fuoco. Ma coi compagni saltò sull’asfalto e spense le fiamme (fu ustionato) e si riparò dietro il blindato. La folla (la maggior parte della quale ubriaca) li attaccò lanciando bottiglie, bastoni e tavole (frammenti di casse di vodka, che la commissione trovò in gran numero). In preda al panico, i soldati spararono in alto (da posizione seduta e sdraiata) per spaventare la folla sparando sopra le teste. Un proiettile colpì accidentalmente Kritchevskij, un altro rimbalzò sul blindato colpendo Usov. Ma il fuoco permise ai soldati di ripiegare sugli altri veicoli da combattimento della fanteria e fuggire. La commissione li giudicò non colpevoli della morte degli “eroi”.
8. Quindi la “rivoluzione colorata” di Mosca del 1991 andò più o meno così. Dalla glasnost, l’influenza nordamericana e, più in generale, occidentale sulla “classe dirigente” in URSS era aumentata. Quasi tutti i capi dei “democratici” erano “controllati”, condizionati, venivano dategli “idee convenienti”. Nel 1991, gli scenari della “rivoluzione colorate” emersero a Mosca in risposta alla reazione attesa dei conservatori. A Eltsin fu garantito l’asilo presso l’ambasciata, l’aiuto di specialisti militari occidentali, agenti dell’intelligence e supporto dai media. Agenti di influenza lavorarono tra i leader delle forze di sicurezza per averne almeno qualcuno coi “difensori della democrazia”. Si preparavano a trasformare i difensori civili della Casa Bianca in “scudi umani” e “vittime sacrificali”. Preparavano il malcontento delle masse. Fu ancora più facile del previsto. I Gekachepisti non osarono dare l’ordine dell’assalto, con traditori tra i vertici militari e le “vittime sacrificali” tra i manifestanti “apparsi spontaneamente”. Quando tutto finì, lo scopo principale degli “autori” fu chiaro. Tra settembre e dicembre 1991, oltre l’80% degli alti ufficiali e dei rappresentanti del comando intermedio fu rimosso nell’esercito, nel KGB e nel ministero dell’Interno. Quasi tutti erano sostenitori del Comitato di emergenza, venendo sostituiti da “sostenitori della democrazia”. Ci fu la rotazione nella direzione della polizia, l’espulsione di persone dalle opinioni conservatrici, filo-sovietiche e filo-socialiste. È facile intuire che questo fosse il vero obiettivo della “rivoluzione colorata” chiamata “Difesa della Casa Bianca”. La strada della transizione al capitalismo e la trasformazione del Paese in un’appendice di materie prime fu aperta.
Molti tra i patrioti si crede che gli autori di “Maidan” di Mosca del 1991 già preparavano il crollo dell’URSS. Penso che ciò sia un malinteso. Dalle memorie dell’allora ambasciatore nordamericano Matlock e del presidente Bush Sr., è chiaro che oltreoceano avevano terribilmente paura del crollo dell’Unione Sovietica, pensando che gli eventi avrebbero seguito il modello jugoslavo (infatti, 3 repubbliche dell’URSS avevano armi nucleari). Bush si recò in Ucraina per persuadere i membri della Verkhovna Rada a non accettare la dichiarazione d’indipendenza. I nordamericani sostenevano Gorbaciov e volevano che l’URSS si indebolisse, trasformandola in confederazione codarda e incapace, la CSI, dove il presidente, cioè Gorbaciov fosse come un impotente “monarca costituzionale” ma con òa valigetta nucleare, sorvegliata con vigilanza da “esperti stranieri”… Belovej fu la performance amatoriale di Eltsin, e così subito chiamò Bush avendo paura. Negoziò il sostegno nordamericano in cambio della promessa di non cambiare i confini, di non avviare dispute territoriali, di prendere in mano missili nucleari e di metterli sotto il controllo di consiglieri stranieri.
9. La prima “rivoluzione colorata” nello spazio sovietico compie 29 anni. Da allora, l’occidente ha accumulato una grande esperienza e migliorato più volte la sua tecnica. Sotto i nostri occhi, qualcosa di simile accade in Bielorussia. Certo, non tutto è perfetto coi nostri vicini, c’è la stanchezza e l’irritazione sul lungo regno della stessa persona, il decreto sui parassiti, il “dissenso della corona”, brutalità della polizia nella dispersione dei manifestanti. Ma in generale, il popolo è grato a “Batka” per aver preservato l’industria e lo Stato sociale. D’altra parte nelle grandi città, soprattutto a Minsk, osserviamo tutto ciò che vedemmo più di una volta a Mosca nel 1991, a Tbilisi nel 2003, a Bishkek nel 2005, a Kiev nel 2014. Brutali teppisti rasati con bastoni e pale che provocano la polizia, poi alle telecamere occidentali pacifiche ragazze in abiti bianchi. Diplomatici occidentali ipocriti, con arie di quaresima che piangono “le vittime dell’arbitrarietà” (gli stessi diplomatici nei cui uffici vengono elaborati gli scenari che prevedono tale arbitrarietà). E anche gli “scioperi dei lavoratori”, in cui alcuni dei nostri impazienti di sinistra vedono scoppiare la “rivoluzione proletaria”; nulla di nuovo. Abbiamo visto gli stessi scioperi dei minatori nel 1989. I “difensori della Casa Bianca” nell’agosto 1991 invocarono lo “sciopero nazionale”, ma semplicemente non riuscirono ad organizzarlo. E sappiamo perfettamente come finisce. L’avvento al potere di un governo filo-occidentale, privatizzazione totale e crollo dell’industria, impoverimento delle masse e arricchimento di un pugno di oligarchi, rette esorbitanti per gli studenti che, ieri, rimproveravano dalle piazze, la cassa integrazione dei proletari che, proprio ieri, gridavano “Vattene!” La nostra amara esperienza insegnerà qualcosa ai nostri vicini?Traduzione di Alessandro Lattanzio