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L’Azerbaijan dichiarò di volere la “soluzione militare” sulla questione del Karabakh

South Front

Il 4 settembre, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliev affermava che le forze azere “inseguono” gli armeni come “cani” e chiese il completo ritiro delle forze armene, il riconoscimento del Karabakh come territorio sovrano azerbaigiano e le scuse ufficiali dal primo ministro armeno Nikol Pashinjan alla nazione azera. Inoltre, Aliev sottolineava che una soluzione militare alla questione del Nagorno-Karabakh è sul tavolo e criticò i 28 anni di negoziati infruttuosi. “Ho sentito spesso che il conflitto non ha una soluzione militare. In primo luogo, non sono d’accordo. In secondo luogo, se non esiste una via militare, allora datecene una non militare, una diplomatica. Attuare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU ”, aveva detto in un’intervista ad al-Arabiya. “Se la comunità internazionale non può garantire l’attuazione delle risoluzioni internazionali, l’Azerbaijan farà da sé, questo accade ora”.
Nelle osservazioni, Aliev apparentemente interpretava il presidente neo-ottomanista turco Recent Tayyip Erdogan che negli ultimi anni è solito utilizzare una retorica del genere e provvedre una realpolitik basata sul potere duro nel Grande Medio Oriente. La Turchia è il naturale alleato strategico dell’Azerbaigian e lo sostiene ampiamente nella guerra all’Armenia. Allo stesso tempo, la cosiddetta comunità internazionale, guidata da Washington (il “migliore amico” dell’attuale governo armeno) non fa nulla per fermare la guerra. Ciò dimostra che la retorica su democrazia, libertà e diritti umani non è altro che palese propaganda usata dalle potenze occidentali per giustificare l’aggressione nei propri interessi. E quando violazione dei “diritti umani” e violenze vanno nel loro interesse (come la destabilizzazione del Caucaso meridionale) sono felici di chiudere un occhio su tali sviluppi. Sotto queste luci, l’operazione d’imposizione della pace russa nell’Ossezia meridionale nel 2008, in risposta all’aggressione militare del regime di Saakashvily, o la decisione di riprendersi la Crimea all’inizio della guerra civile in Ucraina, sembrano esempi luminosi di umanesimo e giustizia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio