Confine turco-siriano: confusione, distruzione e dolore

Andre Vltchek, New Eastern Outlook 01.07.2018

Quando ci siamo incontrati per la prima volta nel 2017, il poeta turco Mustafa Goren si mostrò orgoglioso e provocatorio accanto a un mostruoso muro di cemento costruito su ordine di Ankara. La divisione ha recentemente separato due città dalla stessa cultura: la turca Karkamis e la siriana Jarabulus. Il poeta allora lesse alcuni versi, e il mio amico, un traduttore dei miei libri, originario della città di Adana, cercò di tenere il passo, traducendo. Il poema iniziò con un’apertura piuttosto insolita mettendo in guardia l’Europa e la sua gente: “Un giorno arriveranno i veri leader del mondo, e vi taglieranno tutta la benzina, e sarete nella merda ancora più di quella in cui gettate questa parte del mondo! Dovrete bruciare vestiti e scarpe firmati solo per stare al caldo. Hai dimenticato, ma presto ricorderai Europa: siamo tutti esseri umani!” Alzava la mano destra accusando, gridando al cielo. In qualche modo, sembrava il poeta rivoluzionario sovietico Vladimir Majakovski. Il poeta era ovviamente indignato. Era il 2017. Tutto al confine era ancora crudo, nuovo e terribilmente doloroso. Tutto, bene e male, sembrava possibile: la guerra della Turchia: in Siria, persino una guerra tra Turchia e Russia, o forse l’uscita turca dalla NATO e un’alleanza molto più stretta con Russia ed Iran contro l’occidente. Come tanti patrioti e pensatori nel suo Paese, Mustafa Goren non ama l’occidente. Esprimeva pieno sostegno ai suoi amici, popolo e stato della Siria. Fermare la guerra in Siria era tutto ciò che contava per lui; era la sua missione. Si sosteneva vendendo sigarette a Carsi Mahallesi; una strada che abbraccia il confine e ora il muro. Non gli importava come si guadagnasse da vivere, a patto che avesse il tempo di creare, scrivere, recitare. Era pieno di determinazione, zelo e ottimismo.
Ora, quando l’ho incontrato un anno dopo, le cose sembravano decisamente diverse. E il 2018 è un’epoca diversa e Karkamis totalmente diversa. Il muro era ancora lì, così come le operazioni turche dietro di esso. Il poeta vive ancora e lotta a Karkamis, ma la sua faccia sembrava abbattuta e stanca. Ora lavora in un piccolo caffè. Era al verde. I suoi occhi avevano perso il loro splendore: “La Turchia ora combatte contro l’Unione Europea… fa dentro”, ha detto. Ma in qualche modo non sembrava convincente. I miei compagni ed io guidammo poi per un chilometro verso l’Eufrate; per l’antico cimitero alla magnifica vista del confine e della città siriana di Jarabulus. Questo era il posto migliore per dare un’occhiata, filmare il confine e osservare le operazioni militari turche in Siria. Questa volta, le schegge volavano troppo vicine e le esplosioni erano forti. Due donne velate che visitavano il cimitero ci videro. “Che cerca in questo dannato cimitero”, chiese uno di loro. Ci guardò ostile, o forse disperata: “Cosa pensa di trovare qui? Siamo stanchi di questa guerra. Siamo stufi di questo conflitto. Tutto ciò che vogliamo è lasciare questo posto; andarcene lontano, molto lontano… ” Sentimmo altri proiettili volare nelle vicinanze e altre esplosioni. La signora non si fermava: “Vada via! Non capisce: non vogliamo stranieri qui. Sono la causa di questo conflitto!”
Cercammo tra i nostri vecchi contatti, tra cui Bulent Polat,kemalista del Partito popolare repubblicano all’opposizione. Ma il suo negozio sulla strada principale era sparito, chiuso ermeticamente. Nelle vicinanze, un blindato era parcheggiato, senza tante storie. Come quasi tutti coloro con cui parlammo a Karkamis, Polat era un netto oppositore alla guerra. Ed era soprattutto contro il coinvolgimento turco: “So cosa ci facciamo lì, oltre il confine! Mobilitare la gente contro Assad, i militanti anti-governativi sostenuti da Turchia e occidente indossarono uniformi militari siriane per poi sparare ai civili, uccidendo molti. Poi dicono: “Assad l’ha fatto!” Accadde in tutta la Siria”. Ora Polat era sparito. Mustafa Goren, il poeta, ordinò il tè per tutti noi. Poi si sedette a un tavolo semplice, tenendo la testa tra le mani prima di iniziare a parlare: “Nessuno vuole restare qui, al confine. A Karkamis ora ci sono più siriani che turchi. Se i siriani se ne vanno, l’intero posto diverrà una città fantasma”. Quindi inizia a rimescolare tutto: “La Turchia non combatte il PKK e i gruppi terroristici curdi qui e in Siria, combatte contro l’Unione europea. Questo è il nostro problema, e se dovessimo morire in questa lotta, lo faremo!” Tale discorso può essere ascoltato in tutta la Turchia. È difficile per molti stranieri, difficile da seguire, ma è così. La Turchia è in transizione complessa: da dove è ovvio, ma a dove quasi nessuno lo sa. “Mustafa,” gli chiesi dolcemente. Nonostante tutto questo dolore, disperazione e confusione, è il mio compagno, un compagno poeta. “E la Russia?” I suoi occhi si addolcirono, così come l’espressione: “I russi non hanno mai pugnalato i turchi alla schiena. Durante la Prima guerra mondiale ci aiutarono contro l’occidente, a Gaòlipoli. Sono persone oneste. Dobbiamo coordinarci coi russi…” Annuiva verso le esplosioni. Per un po’ fummo in silenzio ad ascoltare. Allora ci abbracciamo. Era tempo di andare.
Karkamis si svuota. È allarmante ma comprensibile. È veramente pericoloso viverci. Inoltre, non c’è più lavoro. L’intera regione di frontiera si affidava al commercio con la Siria. C’erano forti amicizie forgiate tra individui e famiglie su entrambi i lati del confine. Le persone si visitavano ed erano legate. Merci e servizi fluivano quasi liberamente tra Turchia e Siria. Ora, c’è il blocco. Il confine può essere attraversato solo da veicoli corazzati, carri armati e ambulanze. Vanno avanti e indietro, portando soldati, feriti, persino cadaveri. Nessun civile può passare. Più a ovest, la città di Elbeyli è un bizzarro alveare di spie, una fortificazione. Tutto qui è monitorato. È perché da qui li militari turchi invadono il territorio siriano. Qui, nessuno osa parlare. Fare domande porta a telefonate, arresti ed interrogatori immediati. Ora, molti villaggi attorno a Elbeyli sono mezzi vuoti. È uno spettacolo inquietante. La guerra ha rovinato intere comunità. Ciò che prosperando è il business dell’edilizia. Non dell’infrastruttura, ma delle basi militari, delle antenne spia e, soprattutto, dei muri. Un muro enorme e mostruoso che separa due Paesi, Turchia e Siria, sorelle inseparabili, ora cicatrizzando questa antica terra. È lungo 900 chilometri, dicono. Quanti soldi, quanto cemento ci viene versato e perché?
Ecco la città di Killis. Ci vengono mostrati muri distrutti di una casa; un posto “dove i razzi sono caduti recentemente dal territorio siriano”. Questo è ciò che il governo turco usa per giustificare l’invasione. La popolazione locale ha tutto chiaro. Molti dichiarano apertamente, ma senza fare nomi: “Se solo governo ed esercito turchi su coordinassero con il governo legittimo di Damasco!” Le cose sono difficili a Killis. Come altrove lungo il confine, le aziende chiudono. Il proprietario di un kebab non trovò lavoro per più di un anno e dovette tentare la fortuna nella lontana Jakarta; in Indonesia, molto più povera della Turchia. È tornato, ha avuto un po’ di fortuna ed è diventato un ultra-nazionalista: “Ora il mondo può vedere la potenza dei turchi!” Dichiarò, appassionatamente, esprimendo pieno sostegno all’invasione. Ma qui, al confine, è chiaramente in minoranza. Da un barbiere, “Salon Hasan”, erano radunate diverse persone solo per discutere di politica. La valutazione più comune della situazione era: “L’errore peggiore è l’esercito turco che non si coordina con il Presidente Assad”. Ci veniva detto che “circa 8000 rifugiati che vivono nei campi della regione tornano in Siria”. Ma la Turchia ospita oltre 3,5 milioni di migranti siriani. La situazione è estremamente complessa, poiché la violenza intercomunale tra turchi e siriani è triplicata nella seconda metà del 2017.
Il presidente turco Erdogan afferma spesso che è soprattutto grazie alle sue forze armate che operano oltreconfine che tanti rifugiati siriani ora si sentono sicuri tornando a casa. “Sciocchezze”, la maggior parte dei siriani risponde a tali affermazioni. “È a causa dell’Esercito arabo siriano, del Presidente Assad e dei suoi alleati russi e iraniani! Il legittimo governo siriano ora vince la guerra. Solo per questo, le cose sono molto più sicure per il popolo siriano”. “Amiamo i russi qui”, professava un locale, ad alta voce. Alcuni cittadini di Killis amano anche Erdogan, così come il Presidente Assad della Siria. ‘Troppo amore?’ Troppi sentimenti contraddittori? È la Turchia, dopo tutto. Qui, niente è mai semplice. Ma che cos’è la Russia qui, per queste persone? In molte parti della Turchia e in Medio Oriente, in più di un Paese la Russia è diventata un simbolo di sfida, la prova che l’occidente e i suoi piani mortali possono essere affrontati e fermati.
Le cose sembrano confuse, ma in Turchia lo sono sempre. Mentre attraversiamo questa terra antica, bella ma ferita, il mio amico e traduttore turco pronuncia, disperato: “Erdogan sta per perdere le prossime elezioni. Scommetto che sta per… ” “Ma la politica turca nei confronti della NATO e della Siria cambiarà. drammaticamente?” Chiedo. Per un po’, c’è silenzio nell’auto. “Spero vivamente,” amico, dice il mio compagno, finalmente. Lui non lo sa. Certo che no. In Turchia, tutto è possibile. “Spero che la Turchia si rialzi. Amo questo Paese “, dico onestamente. “Sono davvero stanco di odiarla”. “Anch’io”, annuì.
Strisciamo letteralmente un enorme muro di cemento. Dietro c’è la Siria, chiaramente visibile, bellissima. In realtà, è tutto molto semplice. Le persone combattono contro il terrorismo e l’imperialismo occidentale. La gente qui, in Turchia, è ancora dalla parte sbagliata della barricata. Ma si sveglia; molti già capiscono. Potrebbero presto unirsi con chi lotta per la sopravvivenza dell’umanità. Possono. Speriamo che lo facciano.
(Nota: mentre questo saggio va in stampa, le elezioni turche chiudevano: 56 milioni di elettori potevano votare simultaneamente alle elezioni parlamentari e presidenziali. Ne risultati preliminari, il presidente Erdogan si assicurava un netto vantaggio).

Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images, autore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri. Scrive in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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