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Nagorno-Karabakh: Storia del conflitto

Pjotr Akopov

La Russia non può e non vuole guardare con calma la guerra divampare nel Nagorno-Karabakh, perché colpisce direttamente i nostri interessi nazionali. Ci sono tre ragioni principali per cui la Russia non permetterà l’escalation delle ostilità tra armeni e azeri in una piena guerra di lunga durata. La prima ragione è la più semplice: entrambi gli Stati appartengono non solo alla sfera di influenza della Russia, ma fanno parte dello spazio post-sovietico. Cioè, la Russia storica, che si tratti dell’Impero russo o dell’URSS. Tre decenni di esistenza indipendente non rendono entrambe le repubbliche Stati sovrani consolidati, semplicemente perché una reale statualità stabile non nasce da una dislocazione storica accidentale (come il crollo dell’URSS), ma è il risultato di una lunga e consapevole attività dell’uno o dell’altro popolo, comprese le tradizioni della costruzione dello Stato. Gli armeni e gli azeri ricevettero i loro Stati in sostanza per caso: in quanto repubbliche dell’URSS, erano autonomie entro un Paese unico, e le élite locali non erano coinvolte nella politica estera o militare e l’amministrazione statale, come l’economia, era solo parte della struttura dell’Unione. I problemi interetnici oscuravano le relazioni tra Armenia e Azerbaigian nel periodo sovietico, ma finché Mosca teneva saldamente le leve del controllo, non acquisirono un carattere minaccioso. Il movimento iniziato nel 1988 per il trasferimento del Nagorno-Karabakh (con maggioranza della popolazione armena) dalla RSS dell’Azerbaigiano alla RSS Armenia portò al primo grande conflitto interetnico della perestrojka, in sostanza a causa della politica mediocre di Gorbaciov. Al momento del crollo dell’URSS, armeni e azeri avevano già versati sangue a vicenda e dopo essere diventati indipendenti, si tuffarono immediatamente in una guerra aperta per il Karabakh. La guerra terminò nel 1994 con la vittoria degli armeni: non solo il Karabakh ritornò a loro, ma anche le sette regioni dell’Azerbaigian che separavano il Karabakh dall’Armenia. Centinaia di migliaia di rifugiati da entrambe le parti, economie e strutture statali al collasso: questo è ciò che entrambi gli Stati ebbero dalla guerra. Ma soprattutto, entrambi vivono in previsione di una nuova guerra. Il che gli appare inevitabile: agli azeri perché non riescono a venire a patti con la perdita del territorio e agli armeni perché lo sanno. I modelli di statualità costruiti in Armenia e Azerbaigian sono molto diversi: la dinastia Alijev governa a Baku, e a Erevan i periodi di relativa stabilizzazione della lotta tra elité lasciano il posto a feroci battaglie per il potere. Ma in una cosa entrambi gli Stati sono uniti: sono molto attaccati alla Russia. Questo orientamento è sia cosciente che d’obbligo.
Si capisce perché più armeni vivono in Russia da molto tempo che in Armenia, e della comunità azera ce ne sono diversi milioni. Le economie di entrambi i Paesi sono fortemente legate alla Russia: non solo il commercio, ma anche affari (anche molto grandi) in cui sono impegnati i popoli delle repubbliche nel nostro Paese. L’Armenia, che non confina con la Russia, è formalmente più vicina a noi: fa parte di CSTO ed Unione eurasiatica, e vi si trova una base militare russa. Ma l’Azerbaigian, al confine con la Russia, può essere definito almeno Stato amico, con cui la Russia costruisce relazioni più strette. Entrambe le repubbliche hanno bisogno della Russia, ma è anche importante che la Russia le ritrovi nella propria orbita vicina. Perché? Se non altro perché il Caucaso è unito, inquieto o sotto l’influenza dei nostri avversari geopolitici, la Transcaucasia influenzerà seriamente il nostro Caucaso settentrionale. Armenia e Azerbaigian amiche e tranquille sono un vanataggio per la Russia, ma che dire della costante minaccia di guerra tra di esse? Non lasciarle combattere e cercare di costringerle a trovare una soluzione pacifica sula disputa territoriale. La Russia è categoricamente contraria a qualsiasi tentativo di soluzione militare al problema del Karabakh, non solo perché è dispiaciuta per entrambi i popoli, o perché nulla può essere risolto con la guerra. L’Azerbaigian spende molto di più per riequipaggiare l’esercito, ha una popolazione più numerosa, ma l’Armenia in Karabakh è in posizione vantaggiosa dal punto di vista militare. Non ci può essere vittoria in guerra: l’Azerbaijan non può riprendersi il Karabakh con la forza e l’Armenia non può sconfiggere l’Azerbaigian. Ma avviando una guerra di lunga durata, possono indebolirsi seriamente a vicenda. E la cosa più importante per la Russia è che questa guerra non avvantaggio i nostri interessi nazionali. Armenia e Azerbaigian, distruggendosi a vicenda, s’indeboliranno: l’instabilità crescerà in questi Stati e nella Transcaucasia. Pertanto, la Russia non consentirà alcuna guerra per il Karabakh, costringendo Baku e Erevan a cessare le ostilità. Inoltre, non sarà possibile capire chi ha ragione e chi ha torto: ora, a quanto pare, gli azeri lanciavano l’offensiva, ma prima anche gli armeni li provocavano. Non è più questione di principio: le ostilità vanno interrotte il prima possibile. In questo caso, la Russia non agisce solo da pacificatore: interpreta il ruolo di anziano, invitando i giovane a sistemare le cose in sua presenza. E poiché la presenza della Russia non scomparirà mai, non vale nemmeno la pena pensare a una grave resa dei conti. Tuttavia, le ostilità sono iniziate, no? Cioè, non obbediscono alla Russia? E questo è il secondo motivo per cui la Russia non può restare a guardare il conflitto: l’influenza geopolitica generale della Russia, anche nella regione del Grande Medio Oriente, a cui appartiene la Transcaucasia, richiede una politica attiva.
L’Armenia è un alleato militare russo, ma la Russia non l’aiuterà nella guerra per il Karabakh. Allo stesso modo, Mosca non aiuterà neanche Baku, quindi gli appelli alla Russia in questo caso non hanno senso. Ma per la Russia è molto importante che nessuno degli attori esterni cerchi di approfittarsi del conflitto armeno-azerbaigiano, e non solo incitandolo ma, stranamente, anche coi tentativi di risolverlo (in realtà, impossibile senza la Russia). Nel primo caso, parliamo della Turchia, che si è chiaramente schierata col fraterno Azerbaigian. I due popoli turcofoni possono essere vicini quanto vogliono, e l’Azerbaigian può avere tutti i diritti che vuole sulla questione del Karabakh, ma ad Ankara, in alcun caso, dovrebbero nemmeno provare a passare dalle parole ai fatti. Eventuali dichiarazioni altisonanti di Erdogan (ad esempio, “la pazienza dell’Azerbaigian è finita e Baku pone fine all’occupazione armena da sé. È ora di porre fine alla crisi iniziata coll’occupazione armena del Karabakh”) può essere spiegata come pubbliche relazioni, sia interne che estere. ma l’assistenza militare diretta (anche di “volontari”, le cui voci sulla presenza fanno ormai solo parte della propaganda di guerra) da Ankara avrebbe conseguenze disastrose per le relazioni russo-turche. Tuttavia, non c’è motivo di pensare che Erdogan non lo capisca. È ben consapevole che il Karabakh (e la Transcaucasia) non è la Siria o la Libia, dove i russi sono pronti a badare agli interessi turchi. Pertanto, Ankara limiterà l’intervento nel conflitto azero-armeno con le parole (e inviando armi), sebbene Mosca le chieda insistentemente di astenersene.
La terza ragione della preoccupazione della Russia sula minaccia di guerra tra Armenia e Azerbaigian è di natura interna. Milioni di armeni e azerbaigiani vivono in Russia, cittadini del Paese che titolari di passaporti di Stati indipendenti. Nessuno in Russia ha bisogno di una resa dei conti tra rappresentanti squilibrati di entrambe le diaspore, e a luglio, quando ci furono scontri al confine armeno-azero, vedemmo zuffe nei mercati alimentari della capitale. In teoria, Mosca può esercitare pressioni più che efficaci su Baku e Erevan attraverso i cittadini di questi Paesi che vivono in Russia, solo per rafforzare la pace e nel caso in cui altri argomenti fossero inefficaci. Ma non si arriverà a questo, sia perché Aliev e Pashinjan ascolteranno Putin, sia perché in realtà né l’Azerbaigian né l’Armenia hanno bisogno di una guerra. Cosa vogliono? Negoziare. Almeno, con la sua offensiva, Baku chiaramente cerca di avere consenso da Erevan su negoziati seri. La relativa vittoria dell’Azerbaigian nella guerra breve, e il fatto di occupare, anche temporaneamente, alcune regioni del Nagorno-Karabakh, sarà un successo e dovrebbe ricordare all’Armenia la necessità di riconoscere l’ovvio. Il tempo ci lavora: l’Azerbaigian è molto più ricco e rafforzerà costantemente il suo esercito. Sì, la Russia non consentirà una vera guerra armeno-azera, ma questo non significa che anche i tentativi di risolvere il problema del Karabakh debbano essere rinviati a tempo indeterminato. Non può essere rimossa, ma è possibile alleviare parzialmente la tensione risolvendo alcune questioni importanti. La questione del Karabakh dovrà ancora essere risolta e non c’è bisogno di sperare che la Russia non consentirà all’Azerbaigian di trattare coll’Armenia. Non l’impedirà, ma questo non solleva la leadership armena dalla responsabilità sul suo popolo. Anche per quella minoranza di esso che vive in Armenia, anche per responsabilità limitate quanto la stessa sovranità armena. Oppure è necessario mollare e lasciare che la Russia risolva il problema nell’interesse di tutti i popoli: non solo armeno e azero, ma anche russo, che non è interessato ad alcuna guerra ai confini meridionali, nella zona d’interesse nazionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio