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Il sentimento anti-turco prolifera

Valerij Kulikov, New Eastern Outlook 29.09.2020

Recentemente, le attività del presidente turco Erdogan e la sua schietta politica “neo-ottomana” suscitano crescente preoccupazione non solo in Medio Oriente, ma anche Stati Uniti, Europa e NATO. I “partner” europei sono particolarmente preoccupati da azioni e provocazioni militari di Ankara nel Mediterraneo orientale, che hanno a che fare con la demarcazione arbitraria dei confini marittimi e l’espansione turca in Libia. Tali azioni, aggravate dagli incessanti ricatti di Ankara con la minaccia degli immigrati dal Medio Oriente, portavano alla formazione, alcuni mesi fa, di un fronte diplomatico dei politici dell’UE contro la Turchia. Il capo del maggiore partito politico sovranazionale dell’UE, il partito popolare europeo conservatore, parlando alla sessione del Parlamento europeo il 9 luglio espresse l’opinione di numerosi politici europei affermando che l’Unione europea dovrebbe fermare i negoziati sull’ammissione della Turchia, trattandosi di errore storico, e dovrebbero essere sviluppate nuove basi legali che fungano da fondamenta delle relazioni con questo Paese. Il 15 settembre, anche l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell annunciò che i legami “sono in un momento di svolta storica, che andrà da una parte o dall’altra a seconda di cosa accadrà nei prossimi giorni”, riferiva Reuters. “La Turchia è la peggiore minaccia all’Europa oggi”, aveva detto a The Independent l’ex-ministro inglese Denis MacShane. La sua conclusione è che Ankara minaccia non solo l’integrità territoriale dell’UE, ma quasi tutto ciò che l’Unione europea considera suoi valori. “Sotto la guida del presidente Erdogan, la Turchia è diventata un proiettile vagante, estendendo eccessivamente la sua autorità nella regione e divenendo sempre più chiusa”, scriveva il quotidiano The Times, sottolineando che il Mossad vede oggi una minaccia maggiore dalla Turchia che non dall’Iran.
Erdogan frammenta la NATO con le sue acrobazie nel Mediterraneo orientale rendendo a Turchia un problema per l’alleanza, afferma il sito al-Monitor. Il New York Times sosteneva tale punto di vista, sottolineando che Ankara è sempre più aggressiva, ambiziosa e autoritaria, partecipabndo al conflitto libico, e dimostrando assertività sulle risorse energetiche che ha quasi causato un conflitto armato con altri membri della NATO, Francia e Grecia. E l’Europa non è l’unico posto in cui la politica estera seguita dalla Turchia è definita niente meno che temeraria. Secondo gli specialisti in affari turchi, le azioni intraprese da Ankara all’improvviso in diverse aree regionali meritano questa valutazione, e una di quelle è il Medio Oriente, dove si osserva il costante deterioramento nelle relazioni tra Turchia e i leader nel mondo arabo. Dopo aver condotto tre missioni militari nel settentrione della vicina repubblica araba (Operazione Euphrates Shield nel 2016-2017, Operazione Olive Branch nel gennaio-marzo 2018 e Operazione Peace Spring nell’ottobre dello scorso anno), gli interventi in Iraq, e l’invasione della Libia, le azioni della Turchia in Medio Oriente erano oggetto di crescenti critiche in molte capitali arabe. In particolare, nella regione si è espressa chiara disapprovazione del fatto che un modello di Ankara, che si ritaglia un “punto d’appoggio” estero, come successo in Libia, abbia recentemente iniziato a manifestarsi nello Yemen. Lo riferiva The Arab Weekly, dove Ankara è sospettata di voler diventare una forza autonoma nel conflitto in Yemen per cercare di contrastare la politica dei rivali regionali Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Per fare ciò, come in Libia, Ankara trovava un partner interno dall”agenda politica e ideologica islamista: il partito al-Islah, associato all’organizzazione islamista Iqwan al-Muslimun (Fratelli Musulmani, organizzazione bandita in Russia), con cui tenta di avere accesso logistico nello Yemen per forse poi istituirvi una base militare. Tale lavoro viene svolto con particolare vigore dalla Turchia nelle regioni costiere del Paese arabo, province di Taiz e Shabwa, adiacenti al Mar Rosso e al Golfo di Aden. In particolare, secondo quanto riportato da alcuni media, nelle province yemenite vengono aperte stazioni di reclutamento e campi di addestramento per creare una coalizione anti-saudita composta da milizie filo-turche e filo-qatariote. A causa di ciò, il mondo arabo già inizia a costruire una coalizione contro la Turchia. Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Sudan e Marocco esprimono la volontà di agire come fronte unito anti-turco. Inoltre, il vertice egiziano-giordano-iracheno tenutosi in Giordania a fine agosto fu segnato dalla creazione di un altro blocco arabo volto a tenere sotto controllo la Turchia.
Oltre a Paesi europei e arabi, anche l’India iniziava a criticare insistentemente Ankara. Il rappresentante permanente dell’India presso le Nazioni Unite T. S. Tirumurti espresse critiche sui proclami del presidente turco Recep Tayyip Erdogan sul Kashmir e sul sostegno ai pakistani nel conflitto. La palese insoddisfazione per le azioni di Erdogan è cresciuta negli Stati Uniti da tempo. La crisi nelle relazioni USA-Turchia, il cui esordio avvenne dopo che Ankara acquistava sistemi d’arma antiaerei russi S-400, continua ad aggravarsi. Da quasi due anni, i membri del Congresso USA bloccano gli accordi sulla vendita di armi alla Turchia a causa dell’acquisto da parte di Ankara dei sistemi S-400, che comporta lavori di aggiornamento sui caccia F-16. E Robert Menendez, democratico della commissione per le relazioni estere del Senato, e il senatore democratico Chris Van Hollen, chiesero di imporre nuove sanzioni statunitensi e dell’UE alla Turchia. Uno dei candidati all’attuale corsa alla presidenza degli Stati Uniti, Joe Biden, non esita a lasciare che il suo atteggiamento negativo nei confronti della politica di Erdogan venga ascoltato. Se vince, è pronto a “rianimare” l’opposizione turca. In queste condizioni, e data la mancanza di disponibilità di Ankara ad apportare alcuni aggiustamenti alla propria politica estera, si dovrebbe prevedere un ulteriore acuirsi del confronto tra Turchia e una miriade di Paesi, e in risposta a ciò Ankara cercherà senza dubbio una via d’uscita creandosi un circolo di Paesi solidali. A tal proposito, ciò che ci si può aspettare è la volontà della Turchia di consolidare le relazioni con Cina, Russia e Ucraina, a cui Ankara si è recentemente impegnata a sviluppare la propria rete di contatti e cooperazione in diverse aree di cooperazione, tra cui militare.

Valerij Kulikov, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio