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La NATO in crisi d’identità

Valerij Kulikov, New Eastern Outlook 23.09.2020Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la necessità oggettiva dell’esistenza della NATO è svanita. Tuttavia, invece di dissolversi, l’alleanza strenuamente trasforma l’Europa in obiettivo per un attacco nucleare, scrive Contra Magazin. Già stanchissime dell’egemonia anglosassone, Italia, Germania e Francia parlano sempre più di possibile minaccia dagli Stati Uniti, considerando la creazione di un esercito europeo libero dal controllo della NATO. Dagli anni ’90, la NATO unifica i Paesi dell’Europa orientale sotto gli auspici di Washington, divenendo strumento per azioni militari al di fuori dei territori dei membri nell’interesse degli Stati Uniti. Tuttavia, non tutti sono d’accordo con la strategia dell’alleanza, che danneggia la sua unità e approfondisce le contraddizioni tra i membri. Inoltre, le élite politiche dei principali Paesi membri sono sempre più consapevoli a che i loro interessi non solo non coincidano cogli interessi dei partner nel blocco militare, ma talvolta sono direttamente contro essi, il che si traduce in crescente interferenza tra gli alleati di ieri.E questo è confermato non solo dalla situazione in Libia e dal sostegno agli opposti nel conflitto libico da parte dei singoli membri della NATO, ma anche dal conflitto siriano, dove Washington e Ankara si scontrano spesso, e in alcuni casi si comportano come veri e propri nemici. Esperti e politici parlano della crisi dell’Alleanza del Nord Atlantico ormai da decenni. La prima ondata di tali valutazioni fu associata alla decisione di Charles de Gaulle di ritirare la Francia dalle strutture militari integrate dell’Alleanza nel 1966 e di trasferire il quartier generale della NATO da Parigi a Bruxelles. Durante la crisi finanziaria ed economica globale del 2008, sullo sfondo dei tagli alla spesa pubblica, i Paesi della NATO dovettero affrontare un compito molto difficile, mantenere forze e mezzi militari adeguati. In tale luce, la maggior parte degli Stati membri dell’Alleanza fu costretta a tagliare le spese della difesa, emersa l’eccessiva sproporzione tra spese militari di Stati Uniti ed alleati europei (nel 2012 dal 72% al 28%), il divario tra le capacità militari dei membri europei della NATO è aumentato (Gran Bretagna – 6,9% delle spese totali, Germania – 4,6%, Italia – 2%).
Col tempo, questi problemi s’intensificarono, in particolare coll’aggiunta di nuovi. Ad esempio, alla fine di giugno, in conferenza stampa alla Casa Bianca col presidente polacco Andrzej Duda, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump definì “insufficiente” la spesa militare al 2% del PIL dei paesi membri della NATO, esortandoli a “pagare una quota equa”. Il 27 agosto, all’assemblea del partito repubblicano degli Stati Uniti, il presidente Trump nuovamente si dichiarò principale sostenitore dell’aumento della spesa per la difesa degli Stati membri della NATO. Tuttavia, un numero significativo di politici europei oggi è propenso a ridurre il budget militare, soprattutto alla luce dei problemi finanziari ed economici. Inoltre, un numero crescente di politici (soprattutto nei Paesi baltici) che di recente offrivano attivamente i propri Paesi al dispiegamento di truppe nordamericane, naturalmente a scapito delle “garanzie di sicurezza statunitensi”, vedono in questo un’opportunità per ridurre la spesa per le loro forze armate e finanziare ad altre spese domestiche. Così, secondo err.ee., media estone, il ministro delle finanze Martin Helme (Partito popolare conservatore, EKRE) propose di ridurre la spesa militare dello stato di 50 milioni di euro.
Un tempo alleanze e garanzie di sicurezza erano viste come gli obblighi più seri che uno Stato potesse assumere. Oggi, però, Washington spaccia garanzie di sicurezza come un portiere di hotel, caramelle agli ospiti: tutti ne ricevono una, più una più a chi lo richieda. Tuttavia, si ritiene che tali obblighi siano privi di valore, osserva The National Interest. E questa circostanza fu confermata dai recenti eventi nel Mediterraneo orientale e dall’atteggiamento dei Paesi dell’alleanza verso politica e azioni della Turchia. Come risultato delle azioni di Ankara, la Turchia fece sentire la sua presenza dal Medio Oriente al Mediterraneo orientale e Nord Africa, aumentando il rischio di confronto e attrito nella NATO. Dall’inizio dell’estate, dopo le contraddizioni sorte sul conflitto in Libia, raggiungendo il livello aggressivo degli equipaggi delle navi da guerra turche e francesi, s’intensificavano le mutue rivendicazioni dei due Paesi. Poi intensificarono ulteriormente le manovre che i francesi intrapresero insieme a greci e ciprioti nel Mediterraneo orientale. Di conseguenza, Ankara accusava Parigi di violare gli accordi sulla presenza militare a Cipro, intensificando le manovre nella regione del Mediterraneo orientale in risposta. Dopodiché, il presidente francese, commentando la situazione, affermò che le azioni della Turchia “non sono le azioni di un alleato della NATO”, aggiungendo che la Turchia si comporta così da diversi anni, ignorando le relazioni nel quadro di l’Alleanza del Nord Atlantico.
Recentemente, alle contraddizioni tra Turchia e Francia si aggiunse il forte deterioramento delle relazioni tra Turchia e un altro membro della NATO, Grecia, a causa dei giacimenti di gas nella contesa regione del Mediterraneo. Il conflitto continua a intensificarsi, dividendo l’Europa. Ma si rivelava difficile all’alleanza risolvere la crisi interna, poiché si è sempre ritirata dal risolvere i problemi turchi. Sullo sfondo del rischio di un’escalation militare nella NATO, il segretario generale Jens Stoltenberg finora si limitava a inviti a “dialogo” e “riduzione dell’escalation”. E i membri dell’alleanza non mostravano unità nel valutare le azioni di Ankara il che, in particolare, fu evidenziato dal rifiuto dei 22 membri della NATO, su 30, di sostenere la richiesta della Francia di prendere una posizione decisa su Ankara. Un possibile conflitto, la cui probabilità al momento è abbastanza alta, indica che la NATO attraversa tempi tutt’altro che buoni. Si ha l’impressione che la leadership della NATO stia apertamente ignorando gli interessi degli alleati europei, già pronti a imbracciare le armi, o che Bruxelles stia seguendo istruzioni segrete di Washington, che intende trarre vantaggio da un’Europa indebolita da una possibile guerra. Il vicepreside dell’Università turca Kadir Has, docente del dipartimento di Relazioni internazionali, professor Mitat Çelikpala, riteneva che le relazioni dell’alleanza non funzionano nel Mediterraneo orientale. Il conflitto tra i tre Paesi NATO (Francia, Turchia, Grecia) può essere controllato solo da un attore molto grande, cioè gli Stati Uniti, soprattutto perché esercita il controllo della NATO nel bacino del Mediterraneo. Il fatto che tali attriti siano possibili tra gli alleati dell’alleanza, minacciando di degenerare in scontri armati, annulla la retorica morale di Bruxelles su certe effimere “unità e solidarietà” del blocco. Dopo tutto, unione o meno, gli interessi nazionali dominano.

Valerij Kulikov, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio