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NATO 2030: un piano disperato per preservare il dominio imperiale

Rainer Shea, 20 settembre 2020

In questi ultimi quattro anni da quando Donald Trump è stato eletto, gettando il Paese centrale dell’impero NATO tra crescente incertezza e volatilità, la classe dirigente dell’impero rispose cercando di riconquistare l’equilibrio geopolitico dell’era Obama. Col sabotaggio dei trattati internazionali, la retorica belluina e guerre commerciali anche cogli alleati, Trump accelerava il disfacimento dell’ordine globale nordamericano, minando il rapporto di Washington coll’Europa. Ciò spinse i sostenitori dell’ordine liberale a cercare di riparare tali legami sempre più fragili nel blocco imperialista, mentre si muovono a consolidare il potere nei Paesi che l’impero statunitense controlla ancora saldamente nel suo declino. L’isteria anti-russa che attanaglia i principali Paesi imperialisti negli ultimi anni serve a radunare le forze scioviniste imperialiste attorno al programma per una rinnovata guerra fredda, centrale nell’obiettivo della NATO di riconquistare l’Eurasia dal crescente potere dell’alleanza Russia/Cina. Il rafforzamento militare contro Russia e Cina è continuato, mentre la paranoia xenofoba sui rivali di Washington giustificava una censura sempre più severa delle voci antimperialiste. E lo scandalo “Russiagate”, recentemente rianimato con affermazioni infondate dei media secondo cui la Russia pagasse taglie ai taliban, fu utilizzato per fare pressione su Trump affinché accetti tutta la nuova guerra fredda. Ma per proteggere ulteriormente gli interessi nell’instabile periodo geopolitico degli anni ’20, gli imperialisti devono assicurarsi il dominio completo dei Paesi della regione forse più geopoliticamente importante attualmente: l’Indo-Pacifico. È qui che entra in gioco la NATO 2030.
In un evento di giugno sponsorizzato dal think tank neoconservatore Consiglio Atlantico, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg annunciò un progetto di riforma chiamato NATO 2030. Si tratta di un piano per assorbire Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud nella NATO, nonché ad espanderne l’influenza oltre al mero ruolo militare e a renderla strumento per influenzare le sfere politiche dei Paesi sotto sua giurisdizione. La spiegazione di Stoltenberg dell’esistenza di tale piano rifletteva perfettamente la recente spinta liberale contro l’isolazionismo nazionalista trumpiano: “dobbiamo resistere alla tentazione delle soluzioni nazionali e dobbiamo essere all’altezza dei nostri valori: libertà, democrazia e stato di diritto. Per fare ciò dobbiamo rimanere forti militarmente, essere più uniti politicamente e adottare un approccio ampio a livello globale”. Tale piano non si limita a garantire la cooperazione imperiale nella regione in cui gli Stati Uniti espandono il rafforzamento militare contro la Cina. Si tratta di cercare di aggirare una delle grandi contraddizioni dell’imperialismo, la tendenza delle potenze imperialiste a combattersi cercando il dominio. Nei Fondamenti del Leninismo Stalin descrive tale dinamica: “contraddizione tra i vari gruppi finanziari e potenze imperialiste nella lotta per le fonti di materie prime, per il territorio straniero. L’imperialismo è l’esportazione del capitale verso le fonti di materie prime, la lotta frenetica per il possesso monopolistico di queste fonti, la lotta per ridividire il mondo già diviso, una lotta condotta con particolare furore da nuovi gruppi finanziari e potenze che cercano “un posto al sole” contro i vecchi gruppi e potenze, che si aggrappano tenacemente a ciò che hanno usurpato. Questa frenetica lotta tra i vari gruppi capitalistici è notevole in quanto include come elemento inevitabile le guerre imperialiste, le guerre per l’annessione di territori stranieri. Tale circostanza, a sua volta, è notevole in quanto conduce al mutuo indebolimento degli imperialisti, all’indebolimento della posizione del capitalismo in generale, all’accelerazione dell’avvento della rivoluzione proletaria e alla necessità pratica di questa rivoluzione”.
Il deterioramento delle relazioni avvenuto tra Stati Uniti ed Europa nell’era Trump ovviamente non è una guerra interimperialista, ma rappresenta un esempio di tale contraddizione. Per promuovere i propri interessi politici e aiutare la sezione isolazionista della classe dirigente statunitense, Trump ritirava gli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi, rinunciava alla Trans-Pacific Partnership e avviava la lotta commerciale coll’Europa. Tali recenti controversie interimperialiste sul bottino dell’impero ebbero proprio le conseguenze descritte da Stalin: mutuo indebolimento delle potenze imperialiste nordamericane ed europee, con la NATO meno funzionale e l’egemonia di Washington ridotta. La stessa contraddizione fu all’opera nel caso della Brexit, la campagna della fazione reazionaria della classe dirigente britannica per staccarsi da quella che ritiene l’influenza priva di potere dell’Unione europea. Come i dazi di Trump danneggiano l’economia degli Stati Uniti, la Brexit danneggia l’economia del Regno Unito, favorendo le contrazioni del capitalismo nelle potenze imperialiste che hanno deciso di divenire canaglia. L’intero ciclo è un caos di contraddizioni capitaliste che si accumulano e causato certi sviluppi che portavano ad altre crisi; il successo del voto sulla Brexit e l’elezione di Trump furono parte della reazione sociale al declino economico neoliberista nel tardocapitalismo.
I tecnocrati dell’impero NATO cercavano freneticamente di sovvertire i danni, rattoppare le alleanze imperiali tede e ripristinare il paradigma dell’egemonia liberale del XX secolo. Quando Henry Kissinger parla di quanto sia importante “salvaguardare i principi dell’ordine mondiale liberale”, parla di fermare la contraddizione imperialista che Stalin descrisse come destabilizzante in modo inevitabile per la corporatocrazia incentrata sugli Stati Uniti. E la NATO incarna tale desiderio di mantenere unità e controllo imperiali. Gli strateghi dell’élite imperialista globale credono che le potenze imperialiste dovranno cooperare per avere la possibilità di sottomettere le potenze antimperialiste emergenti. Perciò che Andrés Oppenheimer, l’editore imperialista del Miami Herald concorda con Stoltenberg sul fatto che la strategia ultranazionalista di Trump danneggiasse la politica estera degli Stati Uniti. Oppenheimer e il resto dell’intellighenzia neoconservatrice anti-Trump quindi spera nella vittoria di Biden, credendo che l’approccio da cooperazione internazionale di Biden permetterà a Washington di avere il cambio di regime in Venezuela e di contrastare l’ascesa di Russia e Cina. Ma il potere di reprimere gli elettori repubblicani, così come la natura reazionaria della popolazione votante degli Stati Uniti, rendono assai dubbio cacciare Trump. Le contraddizioni capitaliste degli Stati Uniti continueranno a tradursi in un ordine mondiale sempre più frammentato. Il nazionalismo reazionario di Paesi come la Gran Bretagna continuerà a provocare il deterioramento delle condizioni proletarie nel mondo neoliberista, specialmente nei Paesi imperialisti centrali. L’espansione della NATO agli Stati leali agli statunitensi nell’emisfero del Pacifico non annullerà tali processi del collasso del capitalismo globale, non più di quanto fermeranno la tendenza a un mondo multipolare in cui la Cina sarà la prima potenza. Questo è il motivo per cui i tecnocrati della NATO mirano a continuare ad intensificare la propaganda anti-cinese e anti-russa, inasprendo la censura e militarizzando ancor più i Paesi che controllano; l’accentuarsi delle contraddizioni capitalistiche ed imperialistiche si traduce in maggiore potenziale di una rivolta proletaria.
La reazione imperialista all’ascesa del mondo multipolare porta maggiori investimenti nelle forze armate e maggiore isolamento economico dai rivali di Washington. Questo porta più austerità, salari più bassi e aumento dei prezzi dei beni. Già assistiamo al pronunciarsi sempre più di tale tendenza in Australia, dove la guerra fredda con la Cina ne danneggia le industrie che dipendono pesantemente dai rapporti coi cinesi. L’Australia potrebbe presto far parte della NATO, ma questo non impedirà alla rivoluzione proletaria di diventare necessità pratica, sia in Australia che nel resto del mondo neoliberista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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