L’ascesa della Cina minaccia l’imperialismo degli Stati Uniti

Ajit Singh, MR Online 09 aprile 2018

Quest’anno ricorre il 40° anniversario della “riforma e apertura” della Cina, iniziata nel 1978. A quel tempo, nonostante gli standard di vita fossero significativamente migliorati dopo la rivoluzione socialista del 1949 e l’aspettativa di vita era quasi raddoppiata nei primi 30 anni, cercando di superare il grave sottosviluppo del Paese, il monopolio occidentale sulla tecnologia e l’isolamento a cui fu sottoposta durante la Guerra Fredda dagli Stati Uniti, la Cina attuò le riforme per promuovere la crescita economica e lo sviluppo. Deng Xiaoping, capo architetto della politica, riassunse il pensiero del Partito Comunista in tre semplici clausole: “Il nostro Paese deve svilupparsi. Se non ci sviluppiamo, saremo vittime delle prepotenze. Lo sviluppo è l’unica dura verità”.
Quattro decenni dopo, il successo della riforma è innegabile: la Cina ha tolto 800 milioni di persone dalla povertà, più del resto del mondo nello stesso periodo, ed ha generato “l’espansione più rapida e durevole della più grande economia della storia”, secondo la Banca Mondiale. La crescita del PIL cinese è stata in media di circa il 10% l’anno in un periodo di 40 anni, senza crisi, col Paese diventato leader mondiale nelle scienza, tecnologia e innovazione. Dall’ascesa dalla povertà alla potenza internazionale, la Cina ora ha la seconda maggiore economia del mondo, e si prevede che supererà gli Stati Uniti in termini di PIL nei prossimi due decenni. Misurata in termini di parità di potere d’acquisto, l’economia cinese ha già superato gli Stati Uniti. Quando iniziò la riforma, la Cina cercò di “mantenere un basso profilo” e “attendere il momento, rafforzando le proprie forze” , mentre gli Stati Uniti guidavano l’offensiva internazionale, imponendo in modo distruttivo il neoliberismo nei Paesi del sud del mondo. Oggi siamo nel mezzo di una svolta. Annunciando al mondo che si entra in una “nuova era” al Congresso Nazionale dello scorso anno del Partito Comunista, la Cina svolge un ruolo più assertivo e di primo piano negli affari globali. L’iniziativa Cintura e Via da trilioni di dollari del Paese, definita “il più grande programma infrastrutturale nella storia umana”, comprende oltre 70 paesi e 1700 progetti di sviluppo che collegano Asia, Africa, America Latina ed Europa. Nel frattempo, impantanati da stagnazione economica e declino, gli Stati Uniti perdono l’autorità internazionale. In particolare, con “Prima l’America”, la reputazione del Paese è precipitata, mentre l’amministrazione Trump si ritira unilateralmente da istituzioni e accordi internazionali, mostra aperta bigotteria nei confronti dei Paesi in via di sviluppo ed evita la diplomazia insultando con arroganza e minacciando genocidi.

Aumenta l’ostilità statunitense nei confronti della Cina
Che Cina e Stati Uniti si muovono in direzioni opposte non è nuovo, ma tale tendenza viene evidenziata da Trump. Sempre più preoccupato per il crescente dominio globale, gli Stati Uniti dimostrano crescente ostilità nei confronti della Cina. In una serie di dichiarazioni politiche, la strategia di sicurezza nazionale, la strategia di difesa nazionale, la revisione della postura nucleare e il discorso sullo stato dell’Unione, l’amministrazione Trump ha ripetutamente identificato la “minaccia” posta dall'”ascesa economica e militare” della Cina, dichiarando che “[la] concorrenza strategica di Stati, non il terrorismo, è ora la preoccupazione principale della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, sostenendo che la Cina, insieme alla Russia, “vuole modellare un mondo antitetico ai valori ed interessi degli Stati Uniti”. In risposta a tale “pericolo”, l’amministrazione Trump persegue un sostanziale incremento delle forze militari statunitensi, vedendo “più letalità” e “potenza senza pari quali mezzi più sicuro per la nostra difesa”. Il bilancio del 2019 di Trump propone un massiccio aumento per il Pentagono con una spesa da 716 miliardi di dollari, assemblando un gabinetto di guerra per usarla, inclusi falchi estremi e noti estremisti sinofobi come John Bolton, Mike Pompeo e Peter Navarro. Tali mosse arrivano dopo che il primo ufficiale degli Stati Uniti, il generale Joseph Dunford, definì la “maggiore minaccia” del Paese e l’ammiraglio statunitense Harry Harris, nuovo ambasciatore in Australia, disse al Congresso a febbraio che gli Stati Uniti dovevano prepararsi alla guerra con la Cina. Washington aumenta la pressione militare su Pechino: aumentando le tensioni nella penisola coreana; prendendo provvedimenti per costruire un’alleanza “quadrilatera” con governi di destra in India, Giappone e Australia, contro la Cina; e approvando il Travel Act di Taiwan che viola la politica “One China” e incoraggia gli Stati Uniti “a inviare funzionari di alto livello a Taiwan per incontrare le controparti di Taiwan e viceversa”. Sul fronte economico, l’amministrazione Trump cerca di lanciare la “guerra commerciale” con Pechino e formare un’ampia alleanza anti-cinese proponendo 50 miliardi di dollari di dazi sulle importazioni cinesi (e minacciandone altri 100 miliardi), avviando un’indagine sui trasferimenti di tecnologia in Cina, e presentando denunce formali all’Organizzazione mondiale del commercio sul “ruolo pervasivo dello Stato nell’economia cinese”. Washington sempre più regola e monitora gli investimenti cinesi in entrata, gli investimenti statunitensi in uscita in Cina e le joint venture. Considerando il dominio tecnologico come pilastro della sua autorità internazionale, Washington considera sviluppo e progresso tecnologico della Cina come “minaccia economica esistenziale”.
Con l’aumentare di tale animosità, la retorica statunitense contro la Cina ricorda il virulento anticomunismo della Guerra Fredda e i fantasmi razzisti sul “pericolo giallo” dei decenni passati. Il nuovo segretario di Stato Mike Pompeo ha recentemente avvertito che la Cina cerca d'”infiltrare negli Stati Uniti spie, persone che lavorano per conto del governo cinese contro gli USA.. Lo vediamo nelle nostre scuole, nei nostri ospedali e sistemi medici. Lo vediamo in tutte le aziende degli USA. È vero anche in altre parti del mondo… in Europa e Regno Unito”. Allo stesso modo, il direttore dell’FBI Christopher Wray dichiarava al Congresso a febbraio che “l’intera società cinese” è una minaccia agli Stati Uniti. Tali affermazioni belluine possono essere fatte contro 1,4 miliardi di persone, un quinto dell’umanità, senza risposta da democratici, repubblicani o media delle multinazionali, indicando un consenso sulla teoria della “minaccia cinese” agli Stati Uniti e il pericolo che ciò pone.

Una nuova guerra fredda
L’ostilità di Washington nei confronti di Pechino è radicata nelle fondamenta della moderna politica estera statunitense. La caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 e la fine della Guerra Fredda inaugurarono l’era in cui gli Stati Uniti cercarono di stabilire un dominio unipolare globale. Esplicitamente delineato in un documento di orientamento della politica della difesa del 1992, redatto dal neoconservatore Paul Wolfowitz, l’obiettivo principale della politica estera degli Stati Uniti in questo periodo fu “impedire il riemergere di un nuovo rivale” in grado di sfidare le aspirazioni statunitensi all’egemonia globale. Nel quarto di secolo da allora, gli Stati Uniti hanno perseguito aggressivamente tale obiettivo, impegnandosi in guerre senza fine, “cambi di regime” e spese militari in tutto il mondo, gestendo 900 basi militari a livello globale. Nonostante tali sforzi estremamente distruttivi, gli Stati Uniti non hanno saputo fermare l’eccezionale ascesa della Cina, emersa a principale ostacolo agli obiettivi statunitensi di dominio unipolare. Sebbene Washington abbia cercato il cambio di regime a Pechino dalla rivoluzione socialista del 1949, gli Stati Uniti generalmente perseguirono una strategia di “contenimento attraverso l’impegno” dalla normalizzazione delle relazioni bilaterali negli anni ’70. In parte, Washington sperava che la riforma economica della Cina e la caduta dell’Unione Sovietica avrebbero portassero alla riforma politica a Pechino e all’abbandono della leadership e del socialismo del Partito Comunista con caratteristiche cinesi, a favore del neoliberismo di stampo occidentale. La storia confermava che la Cina non ha tale intenzione. Riconoscendo la propria influenza declinante e che la Cina non diventerà “simile a noi”, Washington tenta di lanciare una nuova Guerra Fredda contro la Cina. L’identificazione della Cina come obiettivo primario della politica estera statunitense ebbe origine durante l’era Obama col “perno asiatico” per circondare la Cina, spostando il 60% delle risorse navali statunitensi in Asia entro il 2020. Da segretaria di Stato, Hillary Clinton sostenne che gli Stati Uniti devono rifocalizzare la politica estera dal Medio Oriente all’Asia-Pacifico per assicurarsi “una leadership continua in questo secolo”. Gli sviluppi con Trump segnano l’escalation di tale strategia bipartisan.

La lotta unipolare-multipolare
L’importanza delle relazioni USA-Cina non può essere sopravvalutata, coi due Paesi al centro di una grande lotta unipolare-multipolare sulla forma dell’ordine internazionale. Mentre gli Stati Uniti cercano di assicurarsi il dominio globale, l’ascesa della Cina è centrale nella tendenza alla multipolarizzazione, in cui emergono molteplici centri di potere per formare un mondo negoziato e democratico. L’orientamento politico della Cina è stato fondamentalmente modellato dalla storia della sottomissione alle potenze straniere durante il “secolo dell’umiliazione” e dalla lotta antimperialista per la liberazione nazionale. Sotto la guida del Partito Comunista, la Cina si è sempre identificata col Terzo Mondo, il Sud globale e la lotta collettiva delle nazioni colonizzate e oppresse contro la disuguaglianza globale provocata dall’imperialismo. Sotto la bandiera della “cooperazione Sud-Sud”, la Cina continua a sostenere questa lotta collettiva oggi, promuovendo la maggiore voce dei Paesi in via di sviluppo nella governance globale e la costruzione di un ordine internazionale basato sulle regole invece delle azioni unilaterali delle grandi potenze, in particolare degli Stati Uniti. Più che una semplice retorica, la Cina offre investimenti cruciali, costruzione di infrastrutture, trasferimenti di tecnologia, condono del debito e sostegno diplomatico ai Paesi in via di sviluppo. Ancora più importante, a differenza di Stati Uniti ed occidente che si impegnano in interventi distruttivi all’estero, la Cina rispetta il principio di non ingerenza negli affari interni di altri Paesi e non impone condizioni alle sue relazioni. Il rispetto della Cina per l’autodeterminazione di altri Paesi l’ha resa un partner indispensabile per le nazioni che resistono al dominio straniero e perseguono lo sviluppo indipendente, tra cui Cuba, Venezuela, Bolivia, Zimbabwe, Siria, Iran e Corea democratica. È per questo motivo che il defunto rivoluzionario cubano Fidel Castro dichiarò nel 2004 che “la Cina è oggettivamente diventata la speranza più promettente e il miglior esempio per tutti i Paesi del Terzo mondo… un importante elemento di equilibrio, progresso e salvaguardia della pace e della stabilità mondiale. Il Ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza fece eco a questi sentimenti lo scorso dicembre, dicendo “Grazie a Dio l’umanità può contare sulla Cina”, mentre il suo Paese affronta sanzioni, sabotaggi economici e minacce di cambio di regime dagli Stati Uniti. Contribuendo alla declinante autorità globale degli Stati Uniti, le relazioni internazionali della Cina hanno spinto Washington ad accusare cinicamente la Cina di promuovere la dipendenza dell’Africa e di essere una “potenza imperiale” in America Latina. In realtà, piuttosto che comportarsi in modo predatorio, la Cina fornisce finanziamenti assai necessari a condizioni favorevoli, ai mutuatari africani , e come abbiamo visto la Cina sostiene la lotta dell’America Latina contro l’imperialismo. Che la Cina sia lodata da nazioni fieramente indipendenti del Sud globale e si così accusata dagli Stati Uniti, il più potente impero della storia, rivela l’assurdità di tali affermazioni. Ansiosi sul proprio declino, gli Stati Uniti cercano sia di cacciare un cuneo tra Cina e Sud, sia di limitare il diritto delle nazioni in via di sviluppo a scegliere partner e percorso. La Cina ha dimostrato che la sua ascesa è compatibile con l’autodeterminazione di altre nazioni, siano esse capitaliste o socialiste; ciò va in contraddizione con l’imperialismo degli Stati Uniti. È importante riconoscere che l’ostilità statunitense nei confronti della Cina non è semplicemente un prodotto della stretta concorrenza con la potenza asiatica, è la resistenza all’emancipazione del Sud globale e alla democratizzazione delle relazioni internazionali. La Cina è l’obiettivo primario dell’imperialismo USA a causa dell’importanza strategica al centro della tendenza della multipolarizzazione mondiale, che minaccia di por fine alla supremazia internazionale degli Stati Uniti e a 500 anni di dominio globale occidentale.

Un’opportunità per i cittadini statunitensi
Per anni, l’establishment politico statunitense ha cercato di sfruttare i lavoratori statunitensi nella sua lotta contro la Cina. La retorica continua su come la Cina “rubi posti di lavoro negli USA” istiga xenofobia e razzismo per distogliere l’attenzione dal fatto che sono le corporazioni di Washington e USA ad adottare le riforme neoliberali che svuotavano l’economia statunitense. Quotidianamente, i media aziendali promuovono ulteriore ostilità nei confronti della Cina con pezzi aggressivi, sensazionalistici e disonesti. Negli ultimi mesi agli statunitensi è stato detto che la Cina, con il suo “modello totalitario del 21° secolo, ha un piano per governare il mondo”, che il suo “lungo braccio d’influenza si estende sempre più”, le sue “impronte digitali” sono ovunque “come se s’infiltrassero” nelle aule, nei college e altro negli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: abbiate paura. Tuttavia, per i cittadini statunitensi multipolarità e rafforzamento delle forze internazionali, come con la Cina, in sfida all’imperialismo statunitense non sono una minaccia. Invece, questo offre la possibilità di progredire al popolo statunitense nelle proprie lotte. Il XX secolo fornisce un precedente storico, quando l’esistenza dell’Unione Sovietica e dell’alternativa socialista concreta al capitalismo, insieme all’ondata di lotte di liberazione nazionale del Terzo Mondo, spinsero i Paesi capitalisti occidentali, compresi gli Stati Uniti, a rispondere alle richieste del proprio popolo per politiche sociali ed economiche progressiste, come Stato sociale, tasse più alte per i ricchi e misure antirazziste. Allo stesso modo, oggi, mentre gli Stati Uniti e il mondo affrontano enormi sfide sociali, economiche e ambientali, il socialismo cinese dimostra un’alternativa concreta al sistema capitalista dominante: impegnandosi a sradicare la povertà entro il 2020; con una continua crescita salariale e un reddito reale, per la metà inferiore dei percettori di guadagni, che cresceva del 401 percento dal 1978 (rispetto al calo dell’1 percento negli Stati Uniti nello stesso periodo); dichiarando l’assistenza sanitaria diritto umano universale; venendo elogiato per avere la “migliore risposta alla crisi ambientale mondiale” e riducendo l’inquinamento nelle città in media del 32% in soli quattro anni, da quando dichiarò la “guerra all’inquinamento”; diventando “leader mondiale nei sistemi eolici, solari, nucleari ed elettrici”; costruendo la rete dei treni-proiettili più lunga del mondo, spendendo di più sulle infrastrutture di Stati Uniti e Europa combinati; e annunciando che l’ineguaglianza, non il sottosviluppo economico, è ora la “principale contraddizione” da affrontare nella società cinese. La Cina dava priorità a politiche sociali e ambientali, sostenendo una crescita economica rapida e priva di crisi per quattro decenni, perché, a differenza degli Stati Uniti, gli interessi delle società e dei ricchi non sovrastano l’autorità politica. I ricchi della Cina affrontano regolarmente gravi ripercussioni per il comportamento criminale (invece dei salvataggi). Ad esempio, una lista annuale dei cittadini più ricchi della Cina viene comunemente chiamata “lista della morte” o “lista dei maiali uccisi”, perché i nominati vengono spesso imprigionati o giustiziati, secondo uno studio, il 17% delle volte. Mentre la Cina non è una società perfetta e continua ad affrontare molte sfide, il sistema socialista dalle caratteristiche cinesi ha saputo rispondere a una serie di questioni urgenti che il mondo deve affrontare oggi, e meglio del sistema capitalista statunitense. Questo è probabilmente il motivo per cui la Cina guida il mondo con ottimismo, con l’87% che ritiene che il Paese veda nella giusta direzione, rispetto al 43% negli Stati Uniti
La nuova Guerra Fredda che Washington cerca di lanciare contro la Cina richiede massicci aumenti della spesa militare, pagati dai cittadini con tagli massicci a programmi sociali, sostegni abitativi e assistenza sanitaria già inadeguati . Se il popolo statunitense può rifiutare la mentalità da Guerra Fredda della propria classe dirigente e le sue arroganti nozioni sull'”eccezionalismo americano”, l’ascesa della Cina potrebbe offrirgli l’opportunità di imparare come costruire una società che soddisfi meglio i propri bisogni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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