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Il virus Majdan e il vaccino russo

Rostislav Ishenko, Stalker Zone, 15 settembre 2020Mosca è pronta, lo è sempre stata, a proteggere ampiamente gli alleati, ma la decisione da che parte stare dell’alleato è presa dal leader del Paese attaccato da Maidan nell’interesse del popolo e dello Stato. Nessuno ha fatto di più per la vittoria di Majdan nel 2014 e il rovesciamento di Janukovich che lo stesso Janukovich. Finanziare movimenti nazionalisti e persino apertamente nazisti, ripulire lo spazio politico dai resti delle forze politiche russe e filo-russe, una rigida via all’integrazione europea, aggressiva propaganda anti-russa nei media, attivamente sostenuta dai principali oratori del Partito delle Regioni, che ora interpretano gli agnellini sui canali televisivi russi, tutto questo è sulla coscienza di Janukovich. Una politica simile fu perseguita in Bielorussia da Lukashenko negli ultimi anni. E, come previsto, lavorò per la sua Maidan. Tuttavia, Lukashenko si rivelava più duro e audace del suo ex-collega di Kiev, quindi il “regime” di Minsk ancora resiste. Ma la Bielorussia non sarà mai più la stessa. Lukashenka fu costretto ad ammetterlo, avendo promesso una riforma costituzionale e non escludendo l’elezione presidenziale anticipata subito dopo l’adozione dela nuova costituzione. Lukashenko non vuole lasciare la politica. Nell’intervista ai media russi, diceva che solo lui può salvare la Bielorussia e che non lascerà mai la sua fattoria al suo destino. Ma sono tutte chiacchiere. Anche se Lukashenko sopravviverà ad Elisabetta II d’Inghilterra, prima o poi il suo governo finirà comunque per cause naturali, e qualcun altro dovrà “salvare” la Bielorussia.
L’argomento più potente di Lukashenko è che l’ipotetica istituzione di un governo filo-occidentale in Bielorussia peggiorerà drasticamente la posizione geopolitica della Russia. Diciamo subito che Lukashenko esagera sulla natura disastrosa di tale scenario, ma non vanno nemmeno sottovalutate le conseguenze negative. Va sempre pensato in modo sobrio alle possibili opzioni future, in modo da ridurre al minimo lo sviluppo di scenari negativi, indirizzando gli eventi in una direzione positiva per la Russia.

“Buco nero” al confine russo
Le prospettive della Bielorussia, in caso del violento rovesciamento di Lukashenko, si vedono nell’esempio dell’Ucraina. Dato che l’appaltatore generale di entrambe le Maidan (Kiev e Minsk) è la Polonia, che ha gli Stati baltici in subappalto, non c’è nulla di cui sorprendersi. Cosa si vede in Ucraina? Molti esperti sono inclini a entrare in crisi isterica, gridando a carri armati e missili NATO inesistenti “vicino Belgorod e Brjansk”. In effetti, la NATO non è entrata e non entrerà militarmente in Ucraina. Ma questo non va bene come sembrerebbe. Ovviamente Kiev non sarà mai accettata nella NATO (soprattutto perché ci sono così tante contraddizioni nel blocco ora, anche senza l’Ucraina, che il suo destino futuro sembra estremamente vago). Ma de facto l’Ucraina è sotto il controllo degli Stati Uniti (membro di spicco della NATO), pur essendo uno Stato estremamente russofobo. In altre parole, può essere utilizzato (ed è regolarmente utilizzato) per organizzare provocazioni anti-russe di cui NATO e Stati Uniti non sono formalmente responsabili, ma che possono potenzialmente utilizzare a proprio vantaggio. Non è fatale. Tutti conoscono le “linee rosse” che non dovrebbero superare, perché in tal caso nessuno presterà attenzione alla paternità formale delle provocazioni; sul principio “Perché abbiamo bisogno di un mondo in cui non ci sarà la Russia?” Ma questo è scomodo e aumenta il rischio di guerra accidentale. Certo, è bello sapere che il nemico non sopravviverà, ma la morte della civiltà è un prezzo troppo alto per i folli giochi di politici ucraini incompetenti e spie statunitensi deliranti. Tuttavia, la minaccia militare non è il peggior “risultato” di Majdan. In effetti, il progressivo collasso dello Stato ucraino e la distruzione della sua economia, infatti, è una sfida molto più seria per la Russia. Nel prossimo futuro, i confini sud-occidentali della Russia saranno scarsamente popolati (12-15 milioni sui precedenti 52), devastati (la maggior parte della popolazione sarà impegnata nell’agricoltura di sussistenza) e territorio ingestibile (ad eccezione della caotica interazione di varie bande di “autodifesa”). Sarà una duplice minaccia.
In primo luogo, le bande che parassitano il territorio devastato esauriscono rapidamente le risorse rimanenti iniziando a cercare nuova regione con cui sussistere. Sul confine russo dall’Ucraina, potrebbero iniziare a fare pressioni, come il giustamente dimenticato movimento Basmachi degli anni ’30 in Asia centrale, o ai tentativi di Basaev e altri inconciliabili capi ceceni di Dudaev-Maskhadov nel destabilizzare il Caucaso settentrionale . Certo, le forze di sicurezza russe sanno affrontare tale minaccia, ma per almeno alcuni anni darà nervosismo nelle regioni di confine, minandone la stabilità politica ed economica. In secondo luogo, un territorio di “nessuno”, senza gestione centralizzata, è sempre un gradito trampolino di lancio dell’intelligence ostile. Tali guai complessivamente non fatali portano ad un dispendio di risorse russe del tutto improduttivo, non solo finanziario, economico e diplomatico, ma anche nella difesa. Concentrandosi sul compito di combattere il banditismo di frontiera, secondario dal punto di vista geopolitico, ma di fondamentale importanza dal punto di vista della sicurezza nazionale, la Russia è costretta ad indebolire le capacità in punti strategicamente importanti del pianeta.

Le perdite sono evidenti, non c’è guadagno
È chiaro che fare della Bielorussia un “buco nero” come l’Ucraina al confine con la Russia, aggraverà immediatamente i problemi del Cremlino. Pertanto, il rovesciamento di Lukashenko da parte di Majdan è inaccettabile. Questo è il motivo per cui il Cremlino dava piena sostegno al presidente bielorusso, nonostante negli ultimi anni Lukashenko abbia assunto, per usare un eufemismo, una posizione tutt’altro che da alleato della Russia, e negli ultimi mesi davanti alle elezioni la presidenza bielorussa ha apertamente flirtato coll’occidente. Allo stesso tempo, usando l’esempio delle proteste bielorusse, si nota perché la Russia si rifiutava di sopprimere con forza Majdan ucraina ed è pronta a fornire a Lukashenko nient’altro che supporto (anche straordinario), a condizione che si sforzi di stabilizzare da sé la situazione in Bielorussia. Secondo esperti bielorussi e russi, Majdan anti-Lukashenko in Bielorussia è ora sostenuto dal 30% della popolazione in un modo o nell’altro. Questa è, ovviamente, una minoranza, ma per lo Stato non é da sottovalutare. Non tutti tale 30% è russofobo, ma quasi tutto assume una posizione filoeuropea. Ciò significa che se la Russia mantiene con la forza Lukashenko a presidente, un terzo della popolazione bielorussa assumerà immediatamente una posizione anti-russa. Va inoltre tenuto presente che, secondo le indagini dei sociologi bielorussi del 2020, solo il 40% della popolazione bielorussa sostiene l’integrazione con la Russia fino a creare uno Stato unificato. Questo è il risultato di molti anni di propaganda anti-russa nei media bielorussi controllati da Lukashenko. La situazione è cambiata radicalmente negli ultimi due anni, prima il 55-60% della popolazione sosteneva la creazione dello Stato unificato con la Russia (difatti, l’adesione della Bielorussia alla Russia).
Così, anche i bielorussi solidali con la Russia, in una situazione di acuto confronto politico, possono scegliere di sostenere le forze anti-russe (soprattutto se on usano la retorica apertamente russofoba). In tale situazione è problematico vincere qualsiasi referendum sull’integrazione. Permettetemi di ricordarvi che in Ucraina, alla fine del governo di Janukovich, la situazione era molto peggiore. Lì, il numero di filo-europeisti attivi si avvicinava al 45%. I sostenitori di una più o meno piena integrazione con la Russia era di circa 20-25%. E il numero di russofobi schietti nella società era del 10-15%. Inoltre, le tendenze per l’ulteriore sviluppo della situazione erano assolutamente negative per i filorussi della società ucraina. La vittoria inequivocabile di un referendum filo-russo sull’integrazione fu possibile solo in Crimea. Anche il Donbas, prima dell’inizio delle ostilità attive, richiese solo ampia autonomia, che non avrebbe permesso a Kiev di imporre le sue politiche culturali ed economiche nella regione. Naturalmente, in futuro, tale autonomia (e di fatto la confederalizzazione dell’Ucraina) avrebbe portato il Donbas in Russia, ma nella situazione reale di fine 2013-inizio 2014, la posizione di Mosca nella stragrande maggioranza delle regioni dell’Ucraina era estremamente debole. Proprio per questo a Janukovich fu offerta la stessa cosa che ora viene offerta a Lukashenko: supporto nella sicurezza, finanziaria, informativa, diplomatica, se necessario, e limitato, ma a condizione che svolga il lavoro per reprimere Majdan. Questo è logico.
Le politiche “multi-vettore” di Kiev e Minsk, ad eccezione della dimensione individuale, sono simili a due gocce d’acqua. Cercando di ridurre l’influenza della Russia nei propri Paesi al fine di rafforzare il proprio potere, repressero gravemente le forze filo-russe rafforzando quelle filo-occidentali tanto che il loro percorso “multi-vettore” divenne d’ostacolo ai filo-europeisti allevati con cura. Janukovich e Lukashenko, avendo spazzato via le vere forze filo-russe dai loro Paesi, raggiunsero una situazione in cui divennero i politici più “filo-russi”, risultando così oppositori naturali dei filo-europeisti locali e dell’occidente che li sostiene. Allo stesso tempo, la Russia affrontava una scelta tra male e peggio. Se mantenesse il leader locale al potere con la forza, sarà il nemico di una parte significativa della popolazione dello Stato. Lo stesso capo, dopo essersi a malapena ripreso dalla paura, tornerà alla politica “multi-vettore” (e di fatto filo-occidentale). Le perdite sono evidenti, e non c’è guadagno.

È possibile sopprimere Majdan, ma difficile sradicarne gli stati d’animo
Nell’esempio delle relazioni odierne con Lukashenko, si nota la soluzione trovata dal Cremlino nel 2014 (su Janukovych), ma che iniziò ad essere implementata solo adesso, solo perché Lukashenko non scappava ma decideva di lottare contro Maidan sul potere.
1. Maidan può essere repressa, ma gli stati d’animo di Majdan in una società “multi-vettore” non scompariranno e aumenteranno fin quando la preponderanza di Mahdan sul governo non sarà assoluta. Pertanto, Mosca comprende che reprimendo con la forza Majdan, Lukashenko avrà la vittoria tattica, stabilizzazione temporanea, ma senza risolvere il problema principale: l’eliminazione del sentimento majdanista nella società.
2. La decisa repressione di Maidan chiude definitivamente il percorso di Lukashenko verso l’occidente, che non perdona chi gli resiste. Inoltre, non perdona chi sventa i suoi piani anche di un millimetro. Janukovich fu condannato e si tentò di ucciderlo per peccati minori, dal punto di vista dell’occidente. Aveva “solo” rinviato a tempo indeterminato la firma dell’Accordo di associazione coll’UE. Ma prima di Majdan, Janukovich capitolò, mentre Lukashenko disperdeva la sua Majdan, dando un cattivo esempio (per l’occidente) agli altri leader dello spazio post-sovietico.
3. Dai primi due punti risulta che Lukashenko, che ha vinto temporaneamente su Majdan, ma solo rinviava, non annullava, la crisi del suo governo, avendo disperato bisogno di sostegno estero, che solo la Russia può fornirgli. L’occidente gli dirà solo della forma di capitolazione a Maidan e delle garanzie personali che difficilmente saranno rispettate.
Pertanto, le situazioni in Ucraina e Bielorussia dimostrano due possibili scenari nel Paese post-sovietico oggetto dell’attacco di Majdan. Nel caso di “come ai tempi di Janukovich”, la Russia può al massimo concedere asilo al presidente deposto, ma non interferirà a suo favore, dato che egli stesso rifiuta di avere una posizione chiara, negoziando con Maidan e quindi riconoscendo gli ammutinati come pari nel processo politico. In tale caso l’intervento della Russia non migliora la situazione di Mosca, comportando solo costi. Nella versione “come ai tempi di Lukashenko”, Mosca dimostra la disponibilità a difendere completamente l’alleato (compreso sull’avvertimento all’occidente sulla disponibilità ad usare le forze armate per bloccare una possibile aggressione occidentale contro l’alleata Russia). Tuttavia, questa prontezza si ha solo nel momento in cui il leader nazionale in questione prende la decisione finale sull’opposizione nel tentativo di colpo di Stato, utilizza pienamente le risorse interne disponibili per questo, rifiutando di negoziare coll’opposizione Maidan e la mediazione occidentale.

La Russia ha un vaccino contro il virus Majdan
Tale approccio consente a Mosca di stabilire il pieno controllo sull’ex-regime “multi-vettore” . Ciò, ovviamente non esclude i tentativi del leader “multi-vettore” di liberarsi dei guai e tornare alla precedente politica di equilibrio. Ma le sue capacità sono estremamente limitate. L’occidente, come già accennato, non acconsentirà a mantenerlo a Capo di Stato, e senza il sostegno russo non potrà resistere alle crescenti tendenze di Majdan nella sua società. Solo la piena integrazione economica e politica in progetti comuni con la Russia crea le condizioni per guarire la società post-sovietica colpita dal virus Maidan. Oggi la Russia è più che in grado di offrire un modello sociale completamente competitivo, sia per libertà umane fondamentali che per sviluppo economico. Il sentimento di Majdan non scomparirà completamente. È presente in qualsiasi società. Ma sarà emarginato proprio come in Russia. Semplicemente non ci sarà terreno fertile per diffondersi. Nel caso in cui lo Stato post-sovietico respinga lo scenario russo, avrà l’ambito scenario europeo e ucraino. Allo stesso tempo, come nel caso della Crimea, la Russia sa proteggere i propri interessi strategici. Ma Mosca non ha più risorse per salvare l’intero territorio dello Stato colpito da Maidan e la sua popolazione. Come accennato in precedenza, tale scenario comporta anche dei rischi per la Russia. Ma alla fine il territorio colpito dal collasso economico e politico dello Stato distrutto da Maidan si rivela inaccessibile allo sviluppo da parte dell’occidente, come dalla Russia (la situazione è come “fino a tempi migliori”), e per la popolazione, la parte più mobile, qualificata ed efficiente è approssimativamente equamente distribuito tra Russia ed UE, partendo prima per lavoro e alla fine per sempre. Quindi la Russia avrà ancora dei bonus, sotto forma di controllo militare e politico su territori strategicamente importanti e l’afflusso di milioni di nuovi cittadini. Come si nota, la Bielorussia dello spazio post-sovietico è molto più redditizia per Mosca della sua ucrainizzazione. Nel caso di Lukashenko, la Russia ha molto più spazio di manovra e opportunità d’influenzare la situazione rispetto al caso di Janukovich. Tuttavia, va capito che la decisione finale è presa dal leader del Paese attaccato da Maidan e da nessun altro. Se decide di arrendersi all’occidente, Mosca non può impedirlo. Alla fine, i Paesi post-sovietici hanno poca scelta: o prosperare con la Russia o aspettare Maidan distruggere rapidamente ed efficacemente la statualità nazionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio