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Erdogan porta le sue “ambizioni ottomane” in Medio Oriente

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 08.09.2020Quando Erdogan recentemente ospitava i capi di Hamas, inclusi “terroristi” e “ricercati” dagli Stati Uniti per la resistenza palestinese, non suonavano le campane a Gerusalemme, Abu Dhabi o Riyadh. Al contrario, l’incontro di Erdogan illustrava come la Turchia pensa di rispondere alla nuova configurazione regionale che pone Israele nel cuore del Medio Oriente insieme agli Emirati Arabi Uniti come nuovo autoarrogatosi leader del “mondo arabo”. La Turchia, così com’è, sfida le ambizioni degli Emirati. Non si può negare che la Turchia, di Erdogan, abbia intrapreso un viaggio per reclamare la sua “gloria ottomana”, un ritorno al futuro in cui la Turchia è il Paese musulmano più potente. La sostanza di ciò che la Turchia fa in Siria, Libia e Mediterraneo ha ufficialmente a che fare col ripristino del dominio turco negli ex territori ottomani. Ora che gli Emirati Arabi Uniti hanno stretto un accordo con Israele, sconvolgendo il mondo musulmano con già l’aspettativa che altri Paesi seguano l’esempio e favoriscano la soluzione a due stati, la situazione offriva ad Erdogan la rara opportunità di proiettare la Turchia come nuovo leader della resistenza palestinese e lanciare così la sua “missione di gloria” dall’Africa (in Libia) alla Palestina in Medio Oriente. Al centro dell’apparentemente “passo coraggioso” di Erdogan c’è un calcolo strategico secondo cui l’accordo, che ha le benedizioni degli Stati Uniti, mira a cambiare lo scenario regionale in modo da respingere gli interessi turchi. Il nuovo ordine regionale promesso dall’accordo ha posto, nei calcoli turchi, la Turchia come obiettivo principale. Per la Turchia, l’accordo è l’incontro dei suoi principali rivali.
Le relazioni della Turchia con Israele sono già dolorose. Mentre i legami commerciali ed economici sono molto buoni, quelli diplomatici non lo sono. Mentre i legami militari erano eccezionali, oggi sono inesistenti. E mentre mantengono ancora legami diplomatici, nel 2018 Turchia ed Israele espulsero a vicenda gli ambasciatori. Le tensioni sono in ebollizione da anni mentre il presidente turco Erdogan continua a porsi sempre più a capo islamista.
Sugli Emirati Arabi Uniti, la Turchia li considera uno dei principali sponsor del tentativo di colpo di Stato del 2016. Inoltre, Emirati Arabi Uniti ed Israele sostengono le milizie curde, gruppi che Ankara ha designato “terroristi”, dichiarandogli guerra in Siria. La reazione di Ankara fu, quindi, significativa quando denunciò apertamente l’accordo, dicendo: “Né la storia né la coscienza collettiva della regione dimenticheranno e perdoneranno mai il comportamento ipocrita degli Emirati Arabi Uniti, che cercano di descrivere l’accordo come sacrificio per la Palestina, quando in realtà è il tradimento alla causa palestinese per gretti interessi”. Non si può negare che “la causa palestinese” rimane un soggetto politico popolare nel mondo arabo, un seme che Erdogan cerca di sfruttare a proprio vantaggio. Come suggeriscono gli ultimi rapporti, la stragrande maggioranza del mondo arabo si oppone a qualsiasi riconoscimento diplomatico di Israele. Rispetto all’84% nel 2011, circa l’87% si oppose ai legami con Israele nel 2018. Per Erdogan, lo stato d’animo è indicativo della crescente rabbia nel mondo arabo contro Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Pertanto, sostenendo “la causa palestinese”, intende canalizzare l’energia anti-israeliana verso gli Emirati Arabi Uniti e altri Paesi arabi apparentemente disposti a riconoscere Israele. In tal modo, la Turchia mira a snobbare Emirati Arabi Uniti (come anche Egitto ed Arabia Saudita) ed Israele, tutti contro la Turchia in Libia e persino Mediterraneo.
Mentre gli Emirati Arabi Uniti sostengono il Generale Qalifa Haftar in Libia, la Turchia sostiene il governo islamista di accordo nazionale a Tripoli. Allo stesso tempo, Israele ed Egitto, alleato degli Emirati Arabi Uniti, firmavano un accordo marittimo con Grecia e Cipro volto a congelare la Turchia sull’esplorazione del gas nel Mediterraneo orientale. Allo stesso modo, nello stesso periodo in cui fu svelato l’accordo Israele-Emirati Arabi Uniti, il ministro degli Esteri greco incontrava la controparte israeliana Gabi Ashkenazi e il primo ministro Benjamin Netanyahu. Poco prima, anche Gerusalemme dichiarava solidarietà alla Grecia. Fu quindi seguito da un annuncio degli Emirati Arabi Uniti su quattro caccia F-16 che aveva inviato in Grecia per partecipare a un’esercitazione con la Grecia. Si svolsero molte azioni diplomatiche concertate che segnalavano la nuova alleanza anti-turca nella regione. In questo contesto, la mossa della Turchia per radunare i palestinesi e persino incoraggiare la fine del conflitto tra Hamas e Fatah per stabilire un “!fronte unito” suggerisce una forte spinta turca a sfidare i rivali e stabilire il proprio dominio nel mondo arabo, un obiettivo cui secondo Erdogan vale davvero la pena sacrificare tutto.
Mentre l’accordo Emirati Arabi Uniti-Israele mira a riconfigurare l’ordine regionale, le mosse della Turchia sono in linea con la politica dichiarata da Erdogan di fare la Turchia una “superpotenza”, obiettivo che inevitabilmente comporta un’intensa lotta di potere in Medio Oriente e persino l’incoraggiamento ad un’altra “primavera araba” che spazzi via l’accordo, riconoscendo la Turchia come unico capo dei “musulmani oppressi”.

Salman Rafi Sheikh, ricercatore-analista di Relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio