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La Cina è già la prima potenza mondiale?

Eric Martel, Histoire et Societé 09/09/2020

Le tensioni tra Cina e Stati Uniti si sono intensificate da quando Donald Trump è salito al potere. Le accuse statunitensi di spionaggio e aggressione militare nel Mar Cinese Meridionale sono aggravate dall’escalation delle sanzioni commerciali nei confronti di diverse società cinesi. Per i media anglosassoni, non c’è dubbio che l'”Impero di Mezzo” cerca di derubare gli Stati Uniti dello status di potenza leader mondiale per stabilire l’egemonia planetaria. In definitiva, le ambizioni della Cina possono solo portare a un conflitto tra questi due attori principali, secondo la teoria molto pubblicizzata della trappola di Tucidide di Graham Allison. Lo storico si riferiva alla guerra tra Atene e Sparta causata dal rifiuto di quest’ultima di perdere l’egemonia sulla Grecia a fronte di un’Atene in piena espansione. Tale ragionamento, seppur a vantaggio degli Stati Uniti, soffre tuttavia di un grave difetto: numerose indicazioni mostrano che è molto probabile che la Cina sia già la prima potenza mondiale.

Potenza sì; egemonia mondiale, no
Questo stato di cose non è privo di conseguenze e rende la situazione molto più complessa di quanto sembri. È consuetudine associare lo status di “prima potenza mondiale” a un ruolo egemonico. Affermare che gli Stati Uniti sono solo secondi è, in un certo senso, delegittimarli. Per essi, la cui prosperità dipende in gran parte dal controllo della valuta di riferimento mondiale, il dollaro, le ripercussioni sono tutt’altro che trascurabili. Così un’intera letteratura, principalmente nordamericana, insisterà sull’aggressività cinese cercando di mostrare come questo Paese cerchi con tutti i mezzi di derubare gli Stati Uniti del ruolo di egemone globale. Per inciso, si tratta di sottolineare che un attore legittimo, peraltro grande difensore della democrazia, gli Stati Uniti, si vede minacciato da un usurpatore le cui ambizioni è suo dovere fermare. Tuttavia, la realtà è molto diversa. Se la Cina compie ogni sforzo per rafforzare il ruolo di leader industriale e tecnologico e per acquisire il primato in questi campi, l’egemonia mondiale è lungi dall’essere nel suo interesse. In questo segue, in modo più modesto, l’esempio degli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale, che si accontentavano di un’egemonia sulle Americhe nonostante il primato economico globale fosse già schiacciante. .

Capacità sottovalutate
Non è la prima volta che fraintendiamo i poteri di due grandi attori globali. L’esempio della Germania e dell’Unione Sovietica nel 1941 è emblematico. Quando i tedeschi invasero l’URSS, immaginavano una guerra facile e breve. La loro superiorità militare, industriale e tecnologica era fuori dubbio; e l’Unione Sovietica era totalmente isolata e non aveva alleanze. Pochi mesi dopo, la Wehrmacht fece conoscenza del T-34 sovietico, uno dei migliori carri armati dell’epoca, poi delle Katjusha, i formidabili lanciarazzi. Nel 1942, i sovietici produssero più carri armati dei tedeschi. Nel 1944, l’URSS era la principale potenza militare del mondo e rimase tale fino all’esplosione della prima bomba atomica nel luglio 1945. Chi avrebbe potuto immaginare che un Paese sottosviluppato, con una rete stradale quasi inesistente, appena industrializzato e il cui esercito era inesperto, disorganizzato e ingombro di armi obsolete, potesse essere un avversario così pericoloso? Certamente non i generali tedeschi. inebriati da superiorità tattica ed armi sofisticate. Questo errore analitico ricorda il modo in cui i think tank nordamericani vedono l’esito di un conflitto militare tra Cina e Stati Uniti. La vittoria nordamericana gli sembra ovvia. Tuttavia, se l’esercito cinese è ben lungi dall’essere all’altezza dell’esercito degli Stati Uniti, i suoi punti di forza industriali e tecnologici sono tutt’altro che trascurabili.

Punti di forza cinesi
Se confrontiamo la potenza di questi due Stati col prisma del PIL, la superiorità nordamericana è innegabile. Ma se il confronto viene fatto in termini di PIL a parità di potere d’acquisto (PPA), la Cina supera gli Stati Uniti dal 2014. E se si da uno sguardo da vicino, si vede che nel 2017 il PIL manifatturiero degli Stati Uniti era inferiore al 77% di quello della RPC (Repubblica popolare cinese). Infatti questo dato piuttosto vantaggioso va messo in prospettiva, in dollari del 2010, il PIL industriale nordamericano era solo il 69% di quello della Cina, se il confronto è s in termini di PIL per PPP, questo non è più del 38%. Tale divario, difficile da recuperare, non può che rimettere in discussione la superiorità economica nordamericana. Perché ciò che fa la forza di una nazione, è la capacità di sostenere un conflitto di lunga durata; tuttavia, per questo, le capacità produttive sono fondamentali. Oggi, la RPC controlla molti settori industriali essenziali. Il coronavirus è stato a questo proposito un indicatore delle capacità industriale, quando i Paesi occidentali sono dipendenti dalle importazioni mediche dalla Cina. Questa superiorità si riflette anche su ricerca e sviluppo: la Cina ha depositato più brevetti nel 2019 degli Stati Uniti. In un campo del futuro, l’intelligenza artificiale, i suoi investimenti sono già il 60% della spesa globale. Tuttavia, gli Stati Uniti dominano settori tecnologici strategici come l’industria spaziale , ma come nel caso del Regno Unito degli anni ’30, tale superiorità tecnologica, concentrata in poche aree, può diminuire più velocemente di quanto si pensi. Al di là dei pochi vantaggi, questo paese detiene, come detto, la moneta di scambio internazionale ed ha il primo esercito mondiale. In quanto tale, ha una vasta rete di alleanze. Ma la Cina è ben lungi dall’essere il Paese isolato che era l’URSS del 1941. Ha anche solidi alleati come la Russia e numerosi Paesi vicini, sebbene diffidenti, sono ostili a qualsiasi intervento militare nordamericano. Sull’inferiorità militare, l’esempio di Stati Uniti ed URSS durante la seconda guerra mondiale mostra che può essere colmata rapidamente quando si ha la superiorità industriale.

Quanto è aggressiva la Cina?
Torniamo all’importante elemento che è il controllo della moneta di riferimento. Rimane correlato alla preminenza economica, tecnologica e militare che, nel caso degli Stati Uniti, è fragile, anche se lungi dall’essere precaria come quella dell’Inghilterra degli anni ’30, i capi nordamericani lo sanno benissimo. Sanno che il loro progresso in queste aree è solo temporaneo. Questa preoccupazione si manifesta, tra l’altro, con un’abbondante produzione di rapporti dai think tank legati al Pentagono che insistono sull’espansionismo cinese . Il confronto con la nozione di trappola di Tucidide non è banale: si tratta di identificare la Cina con Atene, ovvero una potenza aggressiva in ascesa. Inoltre, sono molti i libri che si riferiscono a questa stessa trappola, il cui scopo di fondo è avvertire i nordamericani sulle conseguenze negative di un possibile conflitto, anche vittorioso, con la Cina. E come detto, molti articoli denunciano l’aggressività militare cinese nel Mar Cinese Meridionale. Tale aggressività va però messa in prospettiva. Come l’URSS, che nel 1940 invase la Finlandia per stabilirsi un bastione difensivo, la RPC è ossessionata da una minaccia molto reale: il blocco delle linee di rifornimento da parte della Marina nordamericana. Infatti, il 40% del commercio estero attraversa il Mar Cinese Meridionale. Perciò, crea basi sulle Isole Spratley e rafforza le posizioni acquisite nel 1974 nelle Isole Paracel per potersi proteggere. Non è l’unica a farlo: anche il Vietnam è molto attivo e occupa ventisei isole Spratley, dove la Cina ne ha otto. Questo arcipelago è oggetto d’invidia perché le Filippine occupano altre dieci di queste isole, Taiwan due e Malaysia cinque.

Quali scenari futuri?
Ci si chiede, leggendo i rapporti nordamericani, se gli Stati Uniti non siano tentati da una guerra preventiva col pretesto di contrastare la “smodata aggressività” della Cina. Pertanto, il rapporto Rand insiste sull’elemento sorpresa, essenziale per la vittoria che attribuisce, ovviamente, alla dottrina militare cinese. I nordamericani sanno benissimo che per riuscire a sorprendere l’avversario dovranno lanciare un massiccio attacco con, tra l’altro, missili balistici, sul territorio cinese. Interpretata come attacco nucleare, la Cina reagirebbe immediatamente, dando inizio alla guerra atomica. C’è anche la possibilità di un conflitto convenzionale, ma i nordamericani hanno la sensazione che, come la guerra del Vietnam, più a lungo durerà, più inevitabile sarà la loro sconfitta. Nel tempo, la superiorità industriale della Cina ridurrà il vantaggio militare tattico degli Stati Uniti. Infine, il blocco delle rotte marittime del Mar Cinese sembra una soluzione facile, ma probabilmente incontrerà l’ostilità dei Paesi della regione. Perché se la Corea del Sud, Taiwan, Vietnam e Filippine hanno rapporti difficili coll’Impero di Mezzo, non lo percepiscono come nazione militarmente aggressiva e desiderano preservare le intense relazioni economiche con esso. Il caso del Giappone è speciale: la sua alleanza cogli Stati Uniti tende a prevalere sulle relazioni con la Cina. Rimane quindi la soluzione attualmente praticata di aumentare le sanzioni economiche, cogli effetti perversi indotti: possono solo incoraggiare la Cina a sviluppare le tecnologie che le mancano. È così che il desiderio nordamericano di impedire il divenire egemonico della Cina potrà, paradossalmente, accelerarlo…

Eric Martel, dottore in scienze gestionali e ricercatore al LIRSA, Conservatoire national des arts et métiers (CNAM).

Traduzione di Alessandro Lattanzio