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Salvador Allende, cinquant’anni dopo la sua vittoria

Atilio Borón, Internationalist 360°, 4 settembre 2020

Ci sono date che sono pietre miliari indelebili nella storia della Nostra America. Oggi, 4 settembre, è uno di quei giorni. Come il 1° gennaio 1959, il trionfo della rivoluzione cubana; o il 13 aprile 2002, quando il popolo venezuelano scese in piazza e reinsediando Hugo Chávez, prigioniero dei golpisti, nel palazzo di Miraflores; o il 17 ottobre 1945, quando le masse popolari argentine ottennero la liberazione del colonnello Perón e iniziarono a scrivere una nuova pagina nella loro storia nazionale. La pagina di oggi, oggetto di questo scritto, rientra in quella categoria scelta di eventi epici in America Latina. Nel 1970 Salvador Allende vinse le elezioni presidenziali cilene, ottenendo la prima minoranza e sconfiggendo il candidato di destra Jorge Alessandri, e relegando al terzo posto Radomiro Tomic della Democrazia Cristiana. Le elezioni del 1970 furono la quarta elezione presidenziale a cui Allende partecipò: nel 1952 fece la prima incursione, conquistando poco più del 5 per cento dei voti, molto indietro rispetto al vincitore Carlos Ibánhez del Campo, che vinse con quasi il 47 per cento dei voti. Non si scoraggiò e nel 1958 come candidato del FRAP, il Fronte d’azione popolare, alleanza dei partiti socialista e comunista, ricevette il 29 per cento dei voti e sfiorò la vittoria su Jorge Alessandri, che ricevette il 32 per cento dei voti. In quel momento, tutti i campanelli d’allarme suonarono al dipartimento di Stato, come dimostra il crescente traffico di promemoria e telegrammi su Allende e il futuro del Cile che saturò i canali di comunicazione tra Santiago e Washington. Il trionfo della rivoluzione cubana proiettò il FRAP come minaccia inaspettata non solo per il Cile ma per la regione, perché Salvador Allende apparve agli occhi dei capi di Washington, Casa Bianca, dipartimento di Stato e CIA, come “estremista di sinistra” non diverso da Fidel Castro e dannoso per gli interessi degli Stati Uniti come lo fu il cubano.
Con l’avvicinarsi dei dati delle cruciali elezioni presidenziali del 1964, il coinvolgimento degli Stati Uniti nella politica cilena è aumentato in modo esponenziale. Precedenti rapporti di diverse missioni che hanno visitato quel paese concordavano sulla preoccupante ambivalenza nell’opinione pubblica: una certa ammirazione per lo “stile di vita americano” e il riconoscimento del ruolo svolto dalle società statunitensi con sede in Cile.
Ma allo stesso tempo notarono, sotto questa apparente simpatia, un’ostilità latente che, unita alla spiccata popolarità di cui godeva Fidel Castro e alla Rivoluzione cubana, poteva portare il Paese sudamericano su un percorso rivoluzionario che Washington non era disposta a tollerare. Ecco perché il sostegno alla candidatura della Democrazia Cristiana fu sfacciato, torrenziale e sfaccettato. Non solo in termini finanziari (sostenendo la campagna di Eduardo Frei) ma anche in termini diplomatici, culturali e comunicativi, facendo appello ai peggiori trucchi della propaganda per stigmatizzare Allende e il FRAP ed esaltare il futuro governo democristiano come promettente “rivoluzione della libertà “, in contrapposizione al tanto odiato (da Washington, ovviamente) processo rivoluzionario cubano. Un memorandum inviato da Gordon Chase a McGeorge Bundy, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Lyndon B. Johnson, del 19 marzo 1964, rivela il disagio di Washington per le imminenti elezioni presidenziali cilene. Chase scrisse che in quel momento erano aperti quattro possibili scenari:
a) sconfitta di Allende
b) vittoria del candidato FRAP ma senza raggiungere la maggioranza assoluta, permettendo di manovrare in Plenaria eleggendo Frei
c) Allende poteva essere rovesciato da un colpo di Stato militare, ma che doveva accadere prima che assumesse il governo perché in seguito sarebbe stato molto più difficile
d) La vittoria di Allende. Di fronte a questa sfortunata situazione, Chase scrisse, “saremmo nei guai perché nazionalizzerà le miniere di rame e si rivolgerà al blocco sovietico per “aiuti economici” e concluse che” dobbiamo fare tutto il possibile per convincere la gente a sostenere Frei”. In effetti, questo è ciò che fecero gli Stati Uniti e la tanto attesa vittoria di Frei (56 per cento dei voti) su Allende divenne realtà che, nonostante la “campagna di terrore” di cui fu vittima, raccolse il 39 per cento dei voti.
La vittoria della Democrazia Cristiana fu accolta a Washington con grande sollievo e come colpo definitivo non solo ad Allende e compagni, ma come ratifica dell’isolamento continentale della Rivoluzione cubana. Ma la tanto lodata “rivoluzione della libertà” finì con un clamoroso fallimento e lasciò al palazzo La Moneda con una trentina di militanti e manifestanti popolari fucilati dalle forze di sicurezza. Fallimento economico, frustrazione politica, regressione nella battaglia culturale al punto che il candidato della continuità del governo, Radomiro Tomic, dovette entrare nell’arena elettorale con lo slogan di “via allo sviluppo non capitalista” per contrastare la crescente adesione che le proposte socialiste di Unità Popolare esercitavano sull’elettorato cileno, e per catturare parte di chi si rivelò a favore di Unità Popolare, nel voto del 4 settembre. Ma in questo quarto tentativo, i risultati sorrisero ad Allende che, nonostante la fenomenale campagna di calunnie e diffamazione lanciatagli contro, prevalse, seppur di misura, sul candidato di destra Jorge Alessandri: 36,2 per cento dei voti contro 34,9 per il contendente. Tutto era ora nelle mani del Congresso Plenario, perché non fu raggiunta la maggioranza assoluta, si doveva scegliere tra i due candidati che ottennero il maggior numero di voti.
Le alternative gestite da Washington erano quelle che Chase concepì per le precedenti elezioni, e col trionfo di Allende c’erano ora solo due carte sul tavolo: il colpo di Stato militare preventivo, da qui l’assassinio del generale costituzionalista René Schneider, o la manipolazione dei legislatori del Congresso Plenario (facendo appello alla persuasione e, nel caso non producesse buoni risultati, corruzione ed estorsione) affinché rompessero la tradizione e designassero Alessandri presidente. Entrambi i piani fallirono e il 4 novembre 1970 il candidato di Unità Popolare assunse la presidenza della repubblica. Fu così consacrato a primo presidente marxista eletto nel quadro della democrazia borghese e primo a cercare di far avanzare la costruzione del socialismo in modo pacifico, un progetto che fu violentemente sabotato e distrutto dall’imperialismo e dalle sue pedine locali. Nonostante tali enormi ostacoli, il governo incompiuto di Allende aprì una strada più tardi, trent’anni dopo. Era un governo assediato ancor prima di entrare a La Moneda, dovendo affrontare un brutale attacco dall'”ambasciata” e dai suoi famigerati alleati locali: tutta la destra, vecchia e nuova (Democrazia Cristiana), le corporazioni commerciali, le grandi aziende e i loro media, la gerarchia ecclesiastica e un settore della borghesia, vittime indifese di fronte a un terrorismo mediatico che non ebbe precedenti in America Latina. Nonostante ciò, compì progressi significativi nel rafforzamento dell’intervento statale e della pianificazione economica. Riuscì a nazionalizzare il rame con una legge approvata quasi senza opposizione al Congresso, ponendo fine al fenomenale saccheggio praticato dalle società statunitensi col consenso dei governi precedenti. Ad esempio, con un investimento iniziale di circa 30 milioni di dollari, dopo 42 anni, Anaconda e Kennecott inviavano all’estero profitti per oltre 4 miliardi. Uno scandalo! Mise anche carbone, salnitro e ferro sotto il controllo statale, recuperando la strategica acciaieria di Huachipato; accelerò la riforma agraria concedendo terreni a circa 200000 contadini su quasi 4500 appezzamenti e nazionalizzò quasi tutto il sistema finanziario, banche ed assicurazioni, acquisendo la maggior parte delle quote dei componenti principali a condizioni vantaggiose per il Paese. Inoltre nazionalizzato la corrotta International Telegraph and Telephone (ITT), che deteneva il monopolio delle comunicazioni e che, prima dell’elezione di Allende, organizzò e finanziò insieme alla CIA una campagna terroristica per contrastare l’insediamento del presidente socialista. Queste politiche crearono un'”area di proprietà sociale” in cui le principali società che condizionavano lo sviluppo economico e sociale del Cile (come commercio estero, produzione e distribuzione di energia elettrica; trasporto ferroviario, aereo e marittimo; comunicazioni; produzione, raffinazione e distribuzione del petrolio e derivati; industria siderurgica, cemento, petrolchimica e chimica pesante, cellulosa e carta) vennero controllate o fortemente regolamentate dallo Stato. Questi risultati impressionanti andarono di pari passo col programma alimentare, in cui la distribuzione di mezzo litro di latte ai bambini era punto culminante. Promuovere salute ed istruzione a tutti i livelli, democratizzare l’accesso all’università e lanciare, attraverso una casa editrice statale, Quimantú, ambizioso programma culturale che portò, tra l’altro, alla pubblicazione di milioni di libri distribuiti gratuitamente o a prezzi nominali.
Con la sua opera di governo ed eroico sacrificio Allende lasciò in eredità ai popoli della Nostra America un’eredità straordinaria, senza cui è impossibile comprendere il percorso che i popoli di queste latitudini iniziarono alla fine del secolo scorso e che culminò nella sconfitta del principale progetto geopolitico e strategico degli Stati Uniti per la regione, l’ALCA, a Mar del Plata nel 2005. Allende fu quindi il grande precursore del ciclo progressista e di sinistra che scosse l’America Latina all’inizio di questo secolo. Era anche un incrollabile antimperialista e amico incondizionato di Fidel, Che e Rivoluzione cubana quando una cosa del genere equivaleva a un suicidio politico e lo rese carne da cannone dei sicari mediatici diretti dagli Stati Uniti. Ma Allende, uomo di esemplare integrità personale e politica, superò tali condizioni avverse e aprì quel divario che avrebbe portato alle “grandi strade” attraverso cui uomini e donne liberi della Nostra America avrebbero marciato, pagando con la vita la lealtà ai grandi ideali del socialismo, della democrazia e dell’antimperialismo. Oggi, mentre celebriamo il 50° anniversario di quella vittoria, va ricordato con la gratitudine dovuta ai padri fondatori della Grande Patria e a chi inaugurò la nuova tappa che porta alla Seconda e Definitiva Indipendenza dei nostri popoli.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Una risposta a “Salvador Allende, cinquant’anni dopo la sua vittoria”

  1. ESTE ATILIO BORON QUE PONTIFICA ,CON LUGARES COMUNES,ACERCA LOS 50 AñOS DEL TRIUNFO
    DE LA UNIDAD POPULAR,ES EL MISMO QUE CALIFICA AL PRESIDENTE DE SIRIA,BASHAR EL ASSAD
    DE “””DICTADOR SANGUINARIO”,APOYANDO DE ESTE MODO A LOS DEGOLLADORES Y ASESINOS,DE LAS BANDAS ENTRENADAS Y FINANCIADAS,POR LA ALIANZA SIONISTA-ANGLO-ESTADOUNIDENSE-SAUDITA-TURCA-UNION-EUROPEA.
    LA VERBORREA RETORICA ES INUTIL Y FALSA.

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