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Gli Stati Uniti fuggono da Afghanistan, Iraq e Siria

Valerij Kulikov, New Eastern Outlook 28.08.2020I numerosi attacchi missilistici effettuati nelle ultime settimane su strutture militari e basi d’oltremare statunitensi in Afghanistan, Iraq e Siria indicano che sempre più persone in quei Paesi che hanno subito l’invasione nordamericana, ne hanno abbastanza dell’intervento e sono stufi della politica di Washington. L’insoddisfazione tra il popolo afghano per la presenza militare statunitense in Afghanistan ha già avuto ampia copertura dai media, e il segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo fu persino costretto a dichiarare che gli Stati Uniti ritireranno le truppe dall’Afghanistan entro maggio 2021. Al di fuori dell’Afghanistan, il sentimento anti-americano prevale da tempo tra i popoli di Siria e Iraq, il che non fu espresso solo con mezzi pacifici, come le proteste anti-americane o gli appelli all’ONU chiedendo il ritiro delle truppe nordamericane. Potenti esplosioni scatenarono un violento incendio il 28 luglio presso la base aerea Majid al-Tamimi in Iraq, dove sono di stanza soldati iracheni e nordamericani. Questo fu il secondo attacco effettuato nell’area quella giornata. Nell’altro attacco, tre razzi furono lanciati sulla base nordamericana di Camp Taji, a nord di Baghdad. Il 10 agosto, un’esplosione vicino al confine iracheno col Quwayt colpiva convogli che rifornivano le forze della coalizione degli Stati Uniti. Lo stesso giorno, un altro attacco missilistico colpì vicino l’ambasciata nordamericana a Baghdad. L’attuale territorio dell’ambasciata fu colpito da razzi il 5 luglio e, dopo un altro attacco l’11 giugno, Washington fu costretta a negoziare con Baghdad la riduzione della presenza militare statunitense in Iraq. I media iracheni notavano che gli attacchi alle strutture militari nordamericane avvengono una volta alla settimana in Iraq, e sebbene non ci siano vittime o feriti secondo i dati ufficiali, l’infrastruttura delle strutture militari subiva danni. Allo stesso tempo, la minaccia di peggiori attacchi in futuro non fu respinta dagli Stati Uniti. Secondo il canale televisivo al-Hadath di Dubai, Iraq e Stati Uniti raggiunsero un accordo il 22 agosto in risposta al significativo aumento delle proteste in Iraq contro la presenza militare statunitense nel Paese, accettando di trasferire truppe e attrezzature nordamericane da Camp Taji ad Irbil, capitale della regione del Kurdistan nel nord dell’Iraq. Si sa che quasi tutte le truppe furono trasferite nella base militare di Irbil, in quello che fu il maggior ritiro di truppe statunitensi da una base militare nordamericana in Medio Oriente.
Ci sono anche sempre più segnalazioni dalla Siria su attacchi missilistici alle basi militari statunitensi, soprattutto nel nord-est del Paese nei governatorati di al-Hasaqah e Dayr al-Zur. Il quotidiano al-Watan riferiva che uno di tali attacchi prese di mira una base militare statunitense ad al-Shadadah, centro amministrativo del governatorato di al-Hasaqah nel nord-est della Siria, colpita da razzi all’inizio di agosto. A maggio, Syrian Arab News Agency (SANA) riferiva che un altro attacco armato fu effettuato contro l’esercito statunitense con mitragliatrici e granate, in cui rimasero ferite almeno otto persone. In alcuni articoli, gli osservatori affermavano che le strutture nordramericane prese di mira in questi attacchi erano utilizzate per proteggere i giacimenti petroliferi e la produzione illegale di petrolio siriano. Ad esempio, uno di questi attacchi a metà agosto colpì una base militare nordamericana vicino al giacimento di gas Conoco (nel nord del governatorato di Dayr al-Zur), controllata da gruppi armati statunitensi e curdi. Mentre il sentimento anti-americano prende slancio con attacchi periodici a obiettivi nordamericani in Siria, gli Stati Uniti iniziavano a creare un’unità speciale in Siria per proteggere i giacimenti petroliferi ad est dell’Eufrate. Secondo fonti locali, tale unità speciale comprende arabi arruolati nella milizia nelle forze democratiche siriane (SDF) sostenute da Washington, militarmente guidata dalle Unità di protezione popolare (YPG), milizia curda che costituisce la spina dorsale delle SDF. Tuttavia, le tribù locali erano sempre più contro la presenza delle forze armate nordamericane e dei loro scagnozzi delle SDF. Secondo al-Masdar, uno di questi scontri avvenne il 17 agosto, quando i combattenti della tribù al-Baqra avrebbero cacciato le SDF dal villaggio Jadid Baqara, nel governatorato di Dayr al-Zur nella Siria orientale. Sono infatti le regioni orientali della Siria dove si svolgevano numerose proteste contro l’occupazione militare e le nuove sanzioni statunitensi, che cercano di mettere il governo siriano in una posizione difficile impedendo a Damasco ed alleati di collaborare per ricostruire la Siria.
Date queste circostanze, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ripeteva sempre più spesso l’intenzione di ritirare le truppe da Afghanistan, Iraq e Siria. Donald Trump fece un’altra osservazione sul ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq in una conferenza stampa del 19 agosto, trasmessa in streaming sull’account twitter della Casa Bianca . Secondo Trump, l’esercito nordamericano non avrebbe mai dovuto entrare in Medio Oriente e ricordò che gli Stati Uniti continuano a ridurre le truppe nordamericane di stanza in Afghanistan. Non va dimenticato che nel discorso del 13 giugno Donald Trump, rivolto ai laureati dell’Accademia Militare degli Stati Uniti (USMA) di West Point, New York, affermò: “ripristiniamo i principi fondamentali che il lavoro del soldato nordamericano non è ricostruire le nazioni straniere […]. ” Secondo Trump, ora c’è “rinnovata e chiara focalizzazione sulla difesa degli interessi vitali dell’America”. Tuttavia, il 9 giugno, Donald Trump informò Congresso, Senato e Camera dei Rappresentanti che Washington continuerà le operazioni contro SIIL, al-Qaida, taliban ed altri gruppi elencati come organizzazioni terroristiche in Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Giordania, Libano, Turchia, Somalia, Kenya, Gibuti e Niger. Tuttavia, considerando come chi viva in Afghanistan, Iraq e Siria si sia scagliato contro la presenza di truppe e basi militari statunitensi nei loro Paesi, ci si potrebbe aspettare di vedere simili proteste in futuro in altri Paesi che ospitano più di 600 basi militari statunitensi.

Valerij Kulikov, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio