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Fallimento della Blitzkrieg in Bielorussia

Jurij Apukhtin, Putin Today, 26/08/2020

I tumultuosi eventi in Bielorussia e il blitzkrieg golpista per rovesciare Lukashenka sono chiaramente falliti. I militanti sono scomparsi dalle strade, non c’è confronto con le forze dell’ordine, continuano le proteste pacifiche, ma non sono più così toccanti. Quando tutto iniziò, il carattere di massa delle proteste parlava di un serio rifiuto dell’attuale regime nella società, sembrava che Lukashenka sarebbe stato spazzato via, che non avrebbe potuto resistere. Dallo stato attuale delle cose nel Paese, dalle azioni delle autorità e dell’opposizione nei confronti dell’occidente e della Russia, è chiaro che il compito prefissato di rovesciare Lukashenka non fu raggiunto, le forze principali golpiste sono disorganizzate e demoralizzate, ritirandosi e leccandosi le ferite. È troppo presto per parlare di vittoria totale, gli echi del golpe continueranno a diffondersi nel Paese e ad eccitare la società per qualche tempo, ma il regime dell ‘“ultimo dittatore d’Europa” riusciva a resistere.

L’opposizione sbagliava
Cosa contribuiva alla vittoria di Lukashenka? Nelle azioni dell’opposizione ci furono troppi errori tattici e strategici che portavano alla sconfitta. Avendo scosso la società bielorussa contro il presidente e per la prima volta portato in piazza non solo i sostenitori, ma anche gente comune insoddisfatta di Lukashenka, l’opposizione non seppe organizzare tatticamente il processo putschista. Uno dei principali errori è la mancanza di una sede centrale di pianificazione e coordinamento delle azioni. Gli appelli sui social network dalla Polonia non possono sostituire un lavoro chiaro e ben coordinato “sul campo”, quando in un ambiente in rapida evoluzione è necessario rispondere rapidamente e prendere decisioni sulle azioni concertate dalla folla. I golpisti portarono nelle strade militanti addestrati, ma erano troppo pochi per spezzare la resistenza inaspettatamente convinta delle forze dell’ordine. Le ben addestrate forze dell’ordine possono essere contrastate solo da distaccamenti di militanti ben addestrati, abilmente guidati dal quartier generale e capi sul campo, inoltre le forze dell’ordine identificarono gli istigatori neutralizzandoli senza cerimonie. L’opposizione non annunciò l’obiettivo strategico delle sue azioni, lo slogan principale (“Lascia”) decise il compito tattico immediato, ma la maggior parte dei manifestanti non capì cosa fare dopo. È ridicolo affermare che la “cuoca” Tikhanovskaja, entrato accidentalmente nell’olimpo politico, fosse degna sostituto di Lukashenka. L’assenza di capi carismatici della protesta e di contendenti per il “trono” erose lo scopo del golpe. La promessa di elezioni “dopo” disorientò i sostenitori e parlò dell’assenza di un capo degno dell’opposizione- L’opposizione non presentò alcun programma politico per un’enorme attrazione di chi era insoddisfatto del presidente in carica. Le proteste si svolsere con lo slogan di abbattere Lukashenka, supponendo che avrebbe risolto tutti i problemi politici, ideologici ed economici. Tali azioni avevano una logica: senza rivelare il programma politico, l’opposizione attirava dalla sua parte molti che, per vari motivi, volevano eliminare Lukashenka, considerandolo un male, e non pensavano davvero a cosa fare dopo. L’enorme fallimento dell’opposizione fu l’annuncio del suo programma dopo il fallimento della fase attiva del golpe, che scioccò molti sostenitori alienandoseli. Il programma è ben noto. Nelle aree principali: la rottura delle relazioni con la Russia, la proclamazione del “lituano” come ideologia di Stato e l’ingresso nella NATO e nell’UE. La società bielorussa non accetta tali postulati. E un programma del genere poteva essere espresso solo da un idiota, molto probabilmente polacco. Quando apparve, tutti scrissero che si trattava di una provocazione, ma il quartier generale dell’opposizione vi aderì, ponendo fine a una vittoria su Lukashenka. Fin dall’inizio era chiaro che l’opposizione seguiva proprio tale programma, ma doveva darvi voce solo dopo la vittoria, quando non si sarebbe più potuto tornare indietro. Gli strateghi politici deboli e miopi finirono coll’opposizione, facendo sentire la mano dei mandanti occidentali, lontani dalla realtà della Bielorussia. Lukashenko subito approfittò di tale errore indicando in dettaglio a cosa avrebbe portato tale programma, citando l’esempio dell’Ucraina.

Scioperi e crollo della squadra di Lukashenka
Dopo che le autorità represso la fase attiva del golpe, l’opposizione cercò di attuare l’idea di uno sciopero generale per paralizzare l’economia e le istituzioni del Paese. Sarebbe potuto essere peggio dei militanti, Lukashenka non avrebbe potuto resistervi. Tale obiettivo non fu realizzato, gli scioperi pubblicizzati sui social network presso le principali imprese si rivelarono un bluff, i comitati di sciopero formati in alcune imprese non seppero spingere i lavoratori a scioperare e, laddove iniziarono parzialmente, l’amministrazione concordò rapidamente e gli scioperi estinti sul nascere. Il passaggio dell’opposizione a marce e comizi pacifici fu un dono all’attuale regime, immediatamente interrompendone la repressione, scusandosi per l’uso illegale della forza in alcuni casi e spegnendo selettivamente le provocazioni ai posti di blocco e nelle imprese. Le autorità opposero alle marce pacifiche dell’opposizione marce pacifiche dei sostenitori in diverse città del Paese, progressivamente ampliatesi assumendo carattere di massa. Anche i tentativi di dividere l’entourage di Lukashenka e convincerne una parte a tradirlo non ebbero successo. Solo pochi ambasciatori dichiararono sostegno all’opposizione, e questo è tutto. La squadra di Lukashenka si rivelò inaspettatamente coesa, poiché capì che il potere dipende dal presidente e, se veniva rovesciato, dovevano affrontare un destino non invidiabile. Ancora più importante, i siloviki si rivelano fedeli al presidente; senza il loro sostegno, Lukashenka sarebbe stato rovesciato nella fase iniziale del colpo di Stato. Come sempre, una parte dell’intellighenzia creativa e scientifica affiancò i manifestanti, scrivendo appelli sulla necessità di sostituire il “regime sanguinario”. Anche l’élite mediatica corrotta rapidamente intervenne i suoi rappresentanti alla radiotelevisione bielorussa si dimisero pubblicamente con dure dichiarazioni sulle autorità. Tali azioni non furono supportate dai sodali r dalla società, e quando le autorità iniziarono a mostrare forza, tale flusso diminuì drasticamente. La posizione di occidente e Russia svolse un ruolo decisivo nella risoluzione della crisi bielorussa. L’occidente non aveva una posizione unita, come sull’Ucraina nel 2014, questa volta non era la stessa situazione internazionale, i Paesi leader dell’occidente hanno molti problemi, non hanno tempo per creare un fronte unito contro la Russia.

Reazione occidentale
Gli istigatori del golpe in Bielorussia furono i limitrofi Polonia e Lituania, che s’immaginavano arbitri del destino del popolo bielorusso e da tempo preparavano un colpo di Stato usando la collaudata tecnica delle “rivoluzioni colorate” coll’obiettivo di separare la Bielorussia dalla Russia, indebolendole e impadronendosi dell’industria e dei mercati bielorussi. Il mancato riconoscimento delle elezioni fu solo un pretesto per avviare la demolizione del regime di Lukashenka, su cui si basavano i processi d’integrazione con la Russia. Questi due Paesi avevano le loro opinioni sul territorio bielorusso e preparavano un putsch non nell’interesse dell’Unione europea, ma per fare a pezzi la Bielorussia e rafforzare le loro posizioni economiche e politiche nel continente europeo. Dal prossimo anno la Polonia sarà priva del sostegno finanziario dell’Unione europea, ha bisogno di mercati per i suoi prodotti in Bielorussia, nonché dell’opportunità di mettere le mani sui pezzi migliori dell’industria bielorussa. Inoltre, qui prevalse l’ambizione della Grande Polonia e i sogni ingenui sulla rinascita del Commonwealth polacco-lituano da “mare a mare” coll’obiettivo di esser a capo della “Unione europea orientale” annettendo Stati baltici, Ucraina e Bielorussia. Non dimenticando la creazione del “corridoio Baltico-Mar Nero” che separi Russia dall’Europa. La Lituania, a sua volta, cerca d’impedire la rinascita della Polonia, sostiene la politica “lituana” di Lukashenka volta a riconoscere i bielorussi come un’unica nazione coi lituani, negandone le radici russe. Inoltre, la Lituania non è contraria a inghiottirsi una Bielorussia indebolita. Le principali potenze europee, Germania e Francia, assunsero una posizione completamente diversa. Non erano contrarie ad indebolire la Russia, loro principale concorrente in Europa, separando la Bielorussia da essa, ma allo stesso tempo non avevano assolutamente bisogno di un altro conflitto come quello ucraino. Perseguivano una politica equilibrata, riconoscendo le elezioni come ingiuste senza intervenire in questa crisi, dicendo che non volevano che si ripetesse lo scenario ucraino. Bloccaono un tentativo insolente di Polonia e Lituania di far passare nell’Unione Europea la decisione di riconoscere Tikhanovskaja presidente eletto e dell’introduzione di sanzioni finanziarie contro la Bielorussia, limitandosi solo a sanzioni personali contro membri della squadra di Lukashenko. Gli Stati Uniti in generale rimproverarono Lukashenka per aver usato la forza e non intrapresero alcuna azione contro di lui.

La posizione della Russia
La posizione equilibrata della Russia svolse un ruolo importante nella risoluzione della crisi. Negli ultimi sei mesi, Lukashenko disse varie cose spiacevoli sulla Russia e sul trattato dell’Unione, e la leadership russa aveva qualcosa da chiedergli, ma non prevalsero emozioni, ma calcoli sobri. Con la caduta di Lukashenko, la Bielorussia andava definitivamente all’occidente, non c’era nessuno a sostituirlo e l’accordo di Unione poteva essere dimenticato. Non importa quanto sia pessimo, avrebbe dovuto essere tenuto in carico almeno per un po’. Putin fu uno dei primi a congratularsi con Lukashenko per la rielezione e quindi ne riconobbe la legittimità, mostrando all’occidente che non avrebbe abbandonato Lukashenko. In occidente il segnale fu compreso, Germania, Francia e leadership dell’Unione Europea sulla risoluzione della crisi bielorussa cominciarono a chiamare non Lukashenko, che si rifiutava di rispondere alle chiamate di Merkel, ma Putin, perché capivano perfettamente che la chiave per risolvere la crisi era nelle mani del presidente russo. Putin disse chiaramente che la crisi era affare interno della Bielorussia e nessuno dall’estero doveva interferire. Non va inoltre dimenticato che la Germania non era assolutamente interessata a rafforzare il vassallo nordamericano della Polonia a spese della Bielorussia e cercava di non sostenerne le iniziative. Dopo una conversazione telefonica con Lukashenko il 16 agosto, il sito del Cremlino dise a chi dubitava della posizione russa di resistere fino alla fine: “La discussione sulla situazione in Bielorussia dopo le elezioni presidenziali è proseguita, anche tenendo conto delle pressioni esercitate sulla repubblica dall’estero. La parte russa ribadiva la disponibilità a fornire la necessaria assistenza a risolvere i problemi sorti sulla base dei principi del Trattato sull’istituzione dello dell’Unione Statale, nonché, se necessario, coll’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva. Questo accenno fu compreso anche il 18 agosto dal capo del Pentagono chiamato da Shojgu, “discutendo della situazione mondiale”. Lo stesso giorno, un Tu-214VPU dell’unità di volo speciale “Russia” atterrò all’aeroporto di Minsk con una missione senza preavviso, e la risoluzione della crisi procedette in modo costruttivo. Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, chiamò regolarmente Putin e a quanto pare coordinò le azioni per risolvere la crisi bielorussa. Allo stesso tempo, fu condotta un’ampia campagna contro Lukashenko nello spazio mediatico russo, i cui istigatori sono immigrati dalla Bielorussia: il cosiddetto esperto Bolkunets e un rappresentante della Scuola superiore di economia, il politologo Suzdaltsev, vecchi oppositori di Lukashenko. Senza imbarazzarsi nelle espressioni e senza preoccuparsi delle prove, giocando perfino con Gazprom, offeso da Lukashenka, dimostrarono la necessità di rimuoverlo immediatamente ed avviare trattative coll’opposizione, che è noto a cosa portasse. A lavorare contro Lukashenko c’era anche il proprietario di “Uralchem”, originario della Bielorussia e dal promettente cognome Mazepin, che investe non nello sviluppo della Russia, ma nella costruzione di terminal portuali in Lettonia. Gli piaceva molto coprire o rilevare Belaruskali e diventare monopolista nel mercato dei fertilizzanti,e Lukashenko l’ostacolava.
Dopo aver ricevuto il sostegno di Russia ed occidente, Lukashenko andò all’offensiva, parlando alle manifestazioni di fronte alla gente, andando nelle fabbriche e parlando coi lavoratori. Mostrò il carattere combattivo e non si tirò indietro, dicendo che “può solo essere ucciso”. Cominciò anche a stringere le viti coi capi golpisti, il procuratore generale apriva procedimenti penali contro i membri del Consiglio di coordinamento secondo l’articolo “Alto tradimento”, le cui attività erano volte a prendere ul potere statale. Alcuni membri del “consiglio” si persero cominciando a lasciare tale formazione incostituzionale. La combinazione di fattori interni ed esteri e la capacità di recupero di Lukashenka gli permisero di mantenere il potere in una situazione critica, mentre era chiaro che una parte significativa della società non lo supportava. Ha perso la fiducia della gente ed è improbabile che la ripristini. Non gli furono perdonati gli errori di calcolo e l’equlibrismo tra Russia ed occidente, la gente era stanca del suo governo autoritario, quando solo una persona decide tutto nello Stato. In un frammento dell’Unione Sovietica, ne ha conservato le conquiste e i principi della protezione sociale della popolazione, ma non seppe sviluppare ulteriormente il sistema e doveva lasciare.
Provvedimento temporaneo per stabilizzare la situazione: per ora deve restare al potere. Probabilmente gli hanno già spiegato che ha solo una via d’uscita: stretta integrazione con la Russia e passaggio del potere ai successori filo-russi. Questo processo è già iniziato, Lukashenka annunciava la riforma politica e l’adozione di una nuova costituzione, al termine della quale si terranno le elezioni. Sotto la sua guida dovrebbero iniziare i preparativi per il passaggio del potere, l’epurazione dell’élite filo-occidentale e delle ONG, la formazione di un’élite orientata alla Russia e la nomina di nuovi leader. Il sistema politico della Bielorussia dovrebbe diventare più aperto, con veri partiti politici e una sana opposizione, con l’ideologia statale dell’unità storica russa invece delle idee del “lituano”, con una gestione statale più efficace dell’industria e una reale integrazione nell’economia russa. La Russia, una delle parti del trattato dell’unione, può sviluppare l’idea di integrare i popoli storicamente legati e ripristinare l’identità russa nella società bielorussa. È necessario un dialogo aperto con la società bielorussa e soprattutto con le giovani generazioni, che spieghi i vantaggi dell’integrazione con la Russia e il collasso della Bielorussia quando punta all’occidente. I tragici eventi bielorussi hanno un plus importante: per Lukashenka la strada verso l’occidente è chiusa, le circostanze lo costringono a promuovere la via russa, e per la Russia, mantenere la Bielorussia nella sfera degli interessi fa parte della strategia per garantirsi la sicurezza da occidente. Gli interessi delle parti coincidono e vi è la possibilità di una graduale integrazione della Bielorussia con la Russia a condizioni reciprocamente vantaggiose.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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