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La Turchia rafforza le posizioni in Libia

Valerij Kulikov, New Eastern Outlook 22.08.2020

La Turchia ha compiuto passi importanti negli ultimi anni per rafforzare in modo significativo la sua posizione nel Mediterraneo, coll’obiettivo di mostrare a vicini regionali ed alleati della NATO che svolge un ruolo chiave. Ankara ha concentrava gran parte di tali sforzi sulla protezione dei suoi interessi in Libia, con cui condivide il confine marittimo nel Mar Mediterraneo. Fin dall’inizio della guerra civile libica, la Turchia sostiene il governo di accordo nazionale (GNA) di Fayaz al-Saraj a Tripoli, così come ONU, UE e Qatar, che rivaleggia col governo di Tobruq (la Camera dei Rappresentati, HoR) e l’Esercito nazionale libico (LNA) guidato dal Feldmaresciallo Qalifa Haftar (sostenuto da Egitto e Arabia Saudita). Oltre a contrastare Egitto ed Arabia Saudita, la Grecia è un altro motivo per cui la Turchia si schiera con Tripoli. Dopo che la coalizione statunitense depose Muammar Gheddafi, che aveva garantito la sicurezza dei confini marittimi nel Mediterraneo condivisi da Libia e Turchia, dal 2014 Grecia e Turchia si contendono 39000 chilometri quadrati di ZEE e piattaforma continentale, e la questione fu ampiamente discussa a Tripoli dal ministro della Difesa nazionale turco Hulusi Akar e dal governo di accordo nazionale (GNA) di Faaez al-Saraj durante i colloqui del 2018. Anche in quella fase, la Turchia promise a Tripoli di aiutare a proteggere tali acque territoriali, al servizio degli interessi libici e turchi, comprese le riserve energetiche offshore nelle acque contese che la Grecia rivendica nella controversia marittima con la Turchia, utilizzando come argomento la piattaforma continentale dell’isola di Creta tra Turchia e Libia. La dottrina navale “Mavi Vatan” o “Patria blu”, l’ambizioso piano della Turchia per la supremazia geopolitica nel Mediterraneo orientale, è una delle priorità di Ankara in politica estera. Comprende la vecchia lotta di Ankara con la Grecia per la divisione di Cipro e la concorrenza con Atene e i vicini marittimi Egitto, Israele e Libano per i diritti di perforazione di petrolio e gas. Questa dottrina raggiunse l’apice quando scoppiò la guerra civile in Libia, che costantemente attira diverse potenze straniere anche prima che iniziasse nel 2014.
Alla fine del 2019 furono firmati due accordi tra Ankara e Tripoli allo scopo di contrastare la Grecia: l’accordo marittimo Libia-Turchia, che delinea i confini marittimi nel Mediterraneo orientale, e un secondo accordo su sicurezza e cooperazione militare, per proteggere Tripoli dall”offensiva dell’LNA di Haftar, iniziata nell’aprile dello scorso anno e successivamente sostenuta da diversi Paesi tra cui Emirati Arabi Uniti, Egitto, Francia e Russia. In base all’accordo sulla sicurezza, la Turchia può inviare truppe in Libia in qualsiasi momento se invitata da Fayaz al-Saraj. Ankara, infatti, aveva già inviato armi e consiglieri militari nel Paese in violazione dell’embargo sulle armi imposto dalla Conferenza di Berlino. La notizia che Ankara e Tripoli avevano firmato tali accordi fu accolta con molta cautela in Grecia quando si seppe nel 2019, dato che Ankara potrebbe utilizzare tali documenti come base giuridica per inviare navi di perforazione scortate da navi da guerra alla ricerca di riserve di petrolio e gas nella ZEE greca, presso Creta, e se ciò dovesse accadere, Atene ricorrerà alla forza militare contro l’alleata NATO. Per contrastare l’accordo Libia-Turchia, il 6 agosto Egitto e Grecia firmarono il proprio accordo, che stabilisce un confine marittimo tra i due Paesi e delimita una zona economica esclusiva. Atene non nasconde di aver compiuto questo passo in risposta al memorandum d’intesa firmato dal governo della Repubblica di Turchia e dal governo di accordo nazionale sulla delimitazione delle aree di giurisdizione marittima. Questi due accordi si contraddicono poiché le parti di ciascun accordo rivendicano le stesse acque. La domanda è come faranno i firmatari a difendere i confini ora. Poi fu twittato un messaggio sulla pagina di supporto dell’LNA su un nuovo lotto di armi che il GNA libico aveva ricevuto dalla Turchia nonostante l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite. Più precisamente, il tweet elencava l’equipaggiamento militare, così come missili terra-aria MIM-23 Hawk e i fucili d’assalto automatici M4 prodotti dagli Stati Uniti, consegnati da un aereo da trasporto militare arrivato nell’aeroporto di Misurata.
Al fine di rafforzare la presenza della Turchia nel Mediterraneo meridionale, Ankara avviava l’attuazione degli ordini del presidente turco Recep Tayyip Erdo?an di espandere la propria rete di basi militari e costruirne di nuove sul territorio libico controllato dal Gna a Tripoli. Solo nell’ultimo anno, un hangar per equipaggiare e immagazzinare i droni turchi fu costruito sull’aeroporto civile di Misurata. Un sistema di cannoni antiaerei semoventi da 35mm Korkut fu avvistato presso la base aerea di al-Watiya. Il 17 agosto, il ministro della Difesa Hulusi Akar e il capo di Stato Maggiore delle forze armate turche Yasar Guler arrivavano nella capitale libica inaspettatamente. Un altro aereo atterrava a Tripoli con a bordo il ministro della Difesa del Qatar Qalid bin Muhamad al- Atiyah, unendosi agli ufficiali turchi. Secondo fonti citate da al-Arabiya, Turchia,l Qatar e governo di accordo nazionale firmavano un accordo per stabilire una base navale turca e un centro di coordinamento militare tripartito a Misurata, e decisero di istituire centri di addestramento e quartier generale per i combattenti del GNA a Doha. Secondo quanto riferito, le parti accettavano d’inviare consiglieri militari qatarioti in Libia per addestrare i libici, e di addestrare presso le loro accademie militar cadetti libici, al fine di “aumentare la potenza delle forze pro-GNA”. Secondo la stampa saudita, l’attuale situazione militare a est di Misurata e i piani per l’attacco su Sirte e al-Jufra dovevano essere discussi nei colloqui trilaterali. Secondo le valutazioni della Lega degli Stati arabi, l’interventismo di Ankara negli affari sovrani della Libia è la cosa peggiore accaduta durante l’intera crisi libica.

Valerij Kulikov, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio