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Il “buco nero” del Mediterraneo orientale

Vladimir Odintsov, New Eastern Outlook 23.08.2020

Dall’inizio della primavera araba nel 2011, la regione del Mediterraneo orientale è in subbuglio. Centinaia di migliaia furono uccisi e milioni sfollati in Siria, Iraq e Libia, e la minaccia del conflitto nella regione incombe ancora. Nonostante i tentativi della comunità internazionale di ridurre le tensioni tra le forze opposte in Libia, il conflitto continua ad avere impatto negativo sulla regione. Le parti in guerra continuano a combattere grazie principalmente al supporto fornitogli da attori esterni. Nonostante l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite alla Libia, la Turchia ancora fornisce armi ai combattenti libici e invia mercenari dalla Siria in Libia, che i militari turchi continuano ad addestrare in modo che combattano l’Esercito nazionale libico (LNA). Il 18 agosto, Nordic Monitor riferiva che i relatori delle Nazioni Unite avevano “inviato una lettera congiunta a giugno al governo turco chiedendo ulteriori informazioni sul suo ruolo” e sulle circostanze relative a “reclutamento, finanziamento, trasporto e dispiegamento di combattenti siriani” in Libia per partecipare alle operazioni militari “a sostegno del Governo di Accordo Nazionale (GNA)” (guidato da Fayez al-Sarraj), e “il ruolo delle società militari e di sicurezza private turche”, come la SADAT International Defense Consultancy, “in quelle operazioni e nel rapporto tra tali società e il governo turco”. Sebbene l’inesorabile coinvolgimento di Ankara nel conflitto libico rimanga determinante, altri attori esteri iniziano a svolgere un ruolo sempre più attivo nel vortice in questa nazione. Di conseguenza, i sostenitori anti-turchia si univano e rafforzavano. E oggi includono i sostenitori di Muammar Gheddafi, che costituiscono il nucleo dell’LNA guidato da Qalifa Haftar, egiziani, greci, sauditi e cittadini degli Emirati Arabi Uniti. Dall’incidente in mare del 17 giugno che coinvolse navi da guerra francesi e turche vicino le coste della Libia, la Francia iniziò a svolgere un ruolo attivo nella situazione in Libia e sulla partecipazione della Turchia.
C’era l’ennesima esplosione di tensioni nella crisi libica il 18 agosto, quando Turchia, Qatar e GNA firmavano un accordo sulla cooperazione militare tripartita. Fu riferito che il GNA accettava di consentire alla Turchia di “creare una base navale militare a Misurata” (Libia). Alcuni osservatori ritengono che ciò porterà all’ulteriore aumento delle tensioni nel conflitto libico. A parte lo scontro militare in Libia, la regione recentemente subiva un altro colpo il 4 agosto, quando si verificò la devastante esplosione nel porto di Beirut in Libano. Ci furono anche proteste di migliaia di libanesi, che a volte ebbero successo. I manifestanti presero di mira ministeri, agenzie governative, banche e organizzarono “finte esecuzioni delle lamentele che li spinsero” in strada (come corruzione, settarismo e guerra civile del 1975-90). Di conseguenza, il 10 agosto il governo libanese si dimise e la situazione nella nazione rimane incerta. Le tensioni aumentavano anche vicino la località turistica di Antalya per la presenza della nave da ricerca turca Oruc Reis, scortata da navi da guerra, e di fregate greche che le seguono. Stati Uniti e Germania, nel frattempo, spingono i due alleati della NATO al dialogo. L’isola rocciosa greca di Kastellorizo (a pochi chilometri dalla costa turca) era al centro delle tensioni perché Ankara prevede di effettuarvi una perforazione nelle acque vicine. L’US Geological Survey stima che il bacino del Levante (regione del Mediterraneo orientale) “contiene 122,4 trilioni di piedi cubi di gas tecnicamente recuperabile”. Turchia e Grecia “sono profondamente in disaccordo su chi abbia diritti in aree chiave del Mediterraneo orientale”, fattore che contribuiva al confronto.
L’aumento ultimo delle tensioni si verificava quando la nave di ricerca turca Oruc Reis lasciò il porto per “mappare il territorio marittimo” (possibilmente per trivellazioni di petrolio e gas) vicino l’isola greca di Kastellorizo, nonostante gli avvertimenti di Atene di non procedere con la missione. L’atto “provocava allarme nei militari greci e il timore di uno scontro vicino” l’isola. Il 13 agosto, la fregata greca Limnos e una delle scorte navali turche di Oruc Reis, la Kemal Reis, ebbero una quasi collisione. Secondo il media greco City Times, un fascio di cavi fu lasciato sospeso dal punto in cui la Kemal Reis fu colpita dalla nave da guerra greca, il che significa che “la prua del Limnos è entrata di 2,5 a 3 metri nella” nave turca. Il 14 agosto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan affermava che Ankara “non esiterà a rispondere alla minima molestia alla sua nave di esplorazione energetica nel Mediterraneo orientale”. Il 15 agosto, citando la pubblicazione della difesa greca Army Voice, Geopolitics News riferiva che un elicottero militare greco aveva avvistato un sottomarino Tipo 209 turco in un’area vicino Capo Sounion, “50 km a sud-est di Atene”. “Un altro sottomarino turco sarebbe stato avvistato a ovest di Rodi da una fregata greca, e un altro nella zona dell’isola di Karpathos”. Durante la conversazione telefonica tra il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg e il Ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu il 19 agosto, il primo espresse preoccupazione sulle “attuali tensioni nel Mediterraneo orientale” e sottolineato che “dialogo e de-escalation” erano nell’interesse della regione.
A nome dell’Unione europea, la cancelliera tedesca Angela Merkel “ribadiva l’invito a Grecia e Turchia a riprendere i colloqui diretti per risolvere le vecchie controversie e detto che Berlino e Parigi intensificheranno la cooperazione per facilitare una soluzione diplomatica”. “Abbiamo bisogno di stabilità nel Mediterraneo orientale, non di tensioni. Siamo consapevoli della situazione critica. Sono sicura che se Germania e Francia uniscono le forze, si spera, troveremo una buona soluzione, che può rendere possibile la cooperazione”, aggiungeca. Nel clima attuale, anche la reazione degli Stati Uniti alle azioni dell’ex-alleato nella regione, Ankara, era degna di nota. Il senatore democratico degli Stati Uniti Bob Menendez ( come membro democratico più anziano della commissione per le relazioni estere del Senato), nonché il senatore del Partito Democratico Chris Van Hollen, scrissero una lettera (datata 13 agosto) al segretario di Stato degli Stati Uniti. I funzionari “espressero grave preoccupazione per le azioni provocatorie della Turchia nel Mediterraneo” esortando Mike Pompeo a “iniziare immediatamente a lavorare coll’Unione europea su una risposta coordinata alle crescenti provocazioni e azioni illegali della Turchia nel Mediterraneo orientale” e a “seguire la legge e imporre sanzioni alla Turchia”, ed anche invitavano “la Turchia a rimuovere le sue navi dalla ZEE greca e a risolvere la questione in conformità col diritto internazionale”. In risposta a tali critiche, ci furono numerosi articoli anti-americani nei media turchi. Ad esempio, il quotidiano Sabha espresse preoccupazione per le politiche statunitensi nel Mediterraneo orientale. L’articolo parlava degli ultimi passi compiuti da Washington per stabilire una base navale e aerea ad Alexandroupolis (importante città portuale greca) dopo che la Grecia aveva offerto agli Stati Uniti l’opportunità di stabilirvi una base militare. Secondo il rapporto, “elicotteri, veicoli militari, munizioni” e truppe statunitensi erano già state trasferite ed anche sottolineava che la vicinanza di Alexandroupolis al confine turco era una questione delicata per Ankara. Dopo tutto, la città portuale si trova a 30 chilometri dal confine e deve, quindi, rimanere smilitarizzata. Quindi, la base militare stabilita in quella regione “potrebbe minacciare” lo stretto del Bosforo e i Dardanelli.
Il “buco nero” nel Mediterraneo orientale sembra risucchiare sempre più attori non solo regionali ma anche esterni (come la NATO). Quindi, anche un piccolo errore potrebbe portare al conflitto. E per evitarlo, gli sforzi della comunità internazionale vanno diretti alla risoluzione del conflitto in conformità col diritto internazionale, compito cruciale.

Vladimir Odintsov, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio