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Le mosse contro TikTok pongono serie domande

Caleb Maupin, New Eastern Outlook

Il Wall Street Journal, il quotidiano più conservatore di New York City, ha espresso sostegno alle mosse di Trump contro TikTok in un editoriale ufficiale, sollevando anche alcune lievi apprensioni. L’editoriale del 5 agosto diceva: “Trump ha minacciato un divieto, ma ciò indebolirà la concorrenza e non farà nulla per limitare la presenza cinese all’estero”. Sembra evidente agli editori di WSJ che TikTok non scomparirà solo perché bandito dal mercato statunitense e che le restrizioni e i compromessi che TikTok ha fatto per rimanere negli Stati Uniti non saranno più in vigore. Tuttavia, nelle critiche del Wall Street Journal a TikTok, sono apparse alcune strane dichiarazioni. I redattori scrissero: “L’anno scorso TikTok fu accusato di censurare i video delle proteste di Hong Kong. ByteDance smentì dicendo che i video di protesta non apparivano nei feed degli utenti perché non erano popolari”. L’editoriale proseguiva citando ByteDance, la società madre di TikTok, affermando che limitava “la demonizzazione o distorsione della storia locale o di altri Paesi come le rivolte del maggio 1998 in Indonesia, il genocidio cambogiano, gli incidenti di Tiananmen” e “argomenti assai controversi, come separatismo, conflitti religiosi, conflitti etnici…”

Le app di social media devono promuovere l’instabilità?
L’implicazione del Wall Street Journal è che in qualche modo è dovere di TikTok e di altre app dei social media promuovere eventi come le proteste di Hong Kong. TikTok non ha mai censurato tali video e molti critici del governo cinese che sostengono le proteste di Hong Kong sono presenti sull’app. Tuttavia, TikTok non evidenziava tali video e ha permesso apparire nei newsfeed come fanno le app occidentali Facebook e Twitter. Non è un segreto che il dipartimento di Stato e l’apparato di intelligence nordamericano usimo i social media per promuovere i loro obiettivi. Nella Primavera araba del 2011, il dipartimento di Stato di Hillary Clinton fu abbastanza aperto sul coordinarsi con Google/Alphabet e altri giganti tecnologici. Jared Andrew Cohen di Jigsaw consigliò direttamente Hillary Clinton durante tale periodo ed è attualmente aggregato al Council on Foreign Relations. Le fughe di notizie svelarono che Facebook ha “curatori di notizie” che selezionano quali storie siano virali e quali no. Gli individui presi di mira dal governo degli Stati Uniti come Alexander Dugin, furono rimossi da piattaforme come YouTube. Non è un segreto che Washington abbia usato Facebook, Twitter, YouTube e altri canali per promuovere la sua agenda geopolitica e tentare di indebolire Russia, Cina e altri Stati antimperialisti. Tuttavia, la nuova domanda è questa: i social media sono stati creati per servire l’impero? Era questo il loro scopo?

Washington e Silicon Valley
Nel 1999, la nuova Internet accessibile fu fondamentale per consentire agli estremisti del Falun Gong di organizzare una serie di proteste ben coordinate in Cina. Fu in risposta a tali mosse che la Cina iniziò ad esercitare maggiore controllo sul world wide web. Lo stesso anno si videro gli “attivisti” appoggiati dal dipartimento di Stato USA di Otpor impegnarsi in una serie di scioperi che portarono alla caduta di Milosevic e del governo socialista della Serbia. Usavano Internet per le loro azioni. Anche i legami della Silicon Valley coi servizi segreti nordamericani non sono segreti. I prestiti della National Security Agency e di altre agenzie di intelligence permisero a Bill Gates, Steve Jobs, Erich Schmidt e altri di crearsi i loro monopoli tecnologici. Già negli anni ’70, gli strateghi geopolitici statunitensi capirono che, nonostante che l’URSS fosse molto efficace nello sviluppo della tecnologia informatica, non aveva le risorse per investirvi. Il trattato NATO vietava la vendita o la condivisione di alta tecnologia all’URSS e il costante bisogno di spendere la corsa agli armamenti nucleari (soprannominato “recupero” delle armi da Michael Parenti) rese impossibile all’l’URSS costruirso la propria silicon valley. Anche il mercato statunitense non promuoveva proprio la rivoluzione informatica, poiché comportava molto rischio. Tuttavia, le agenzie d’intelligence, vedendo un’apertura geopolitica, disposero che la California meridionale avesse un boom tecnologico sovvenzionato dal governo. Ciò pose gli Stati Uniti davanti all’Unione Sovietica che furono al centro del settore tecnologico globale emergente. Quindi, se la rivoluzione informatica fu un piano per far avanzare il potere degli Stati Uniti, e i giganti dei social media lavorano apertamente col dipartimento di Stato e l’apparato di intelligence degli Stati Uniti… i social media sono stati sempre un complotto?
L’obiettivo dei social media era coordinare proteste e scioperi nel mondo? Facebook, Twitter e YouTube furono creati per destabilizzare i Paesi antimperialisti e assicurare l’egemonia post-Guerra Fredda di Wall Street e Londra? L’idea che TikTok sia illegittima come app die social media, solo per non aver permesso ai video di protesta di Hong Kong di esplodere nei feed degli utenti, dà sicuramente tale impressione. I social media potrebbero essere stati un piano geopolitico sin dall’inizio.

Caleb Maupin è analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche al Baldwin-Wallace College e fu ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio